giovedì 10 ottobre 2019

Le regole

La notizia della multa ad un'anziana signora di Carrara pescata dai controllori con l'abbonamento scaduto ha scatenato qualche polemica e qualche scambio di commenti, sia sui social che su altri media.

Non voglio entrare nel merito della notizia (poi sviluppatasi e dettagliatasi nei giorni successivi), quanto soffermarmi sul senso stesso delle regole, sulla loro necessità e sul derivante rispetto dovuto.
L'opinione principale è che le regole si rendono necessarie in un contesto societario imperfetto, in cui quindi diventa importante dirci cosa si può e non si può fare in maniera chiara ed inequivocabile, stabilendo anche le ammende previste per chi trasgredisce: in buona sostanza, parliamo sempre di un Ente a noi superiore (Dio, lo Stato, l'Azienda...) che come un buon genitore ci prende per mano e ci spiega il mondo, dicendoci cosa è "buono" e cosa è "cacca", schiaffeggiandoci le manine ogni volta che sgarriamo.
Va da sè che si arriva al rispetto di queste regole non per spirito sinceramente legalitario, dunque, ma per il semplicissimo terrore di essere scoperti e mazziati da chi è messo a guardia di questo status quo, al nostro stesso livello terreno ma al servizio diretto di quell'Ente (e che magari da esso ottiene qualche beneficio...). Ma in generale, tutti viviamo come più che giusto rispettare le Regole: "perchè altrimenti sarebbe la giungla", "perchè è per vivere tutti meglio", "perchè valgono per tutti".

"Perchè sì".

Eppure quasi tutti (specie nel nostro Paese) siamo convintissimi che casi come quelli della novantenne di Carrara andrebbero affrontati con "altra sensibilità", che andrebbe applicata un minimo di flessibilità mentale e un po' di buon senso. Che, insomma, sì, le regole son regole ma esistono anche delle eccezioni!
E chi decide queste eccezioni? Chi giudica fin dove si tratta di buon senso e non si sfocia nella deroga illecita? Chi approva la bontà delle motivazioni addotte a riprova della necessità di chiudere il proverbiale occhio? E, soprattutto, chi si assicura che un domani lo stesso meccanismo derogatorio non venga applicato a favore di amici degli amici o di qualche potente di turno?

Perchè, che ci piaccia o meno, il problema è proprio nel meccanismo intrinseco delle regole e nel motivo per cui a volte sono necessarie delle deroghe: perchè non è il grado di perfezione o di maturità della Società ad essere bisognosi, ma l'ineguaglianza cronica che nel tempo abbiamo contribuito (chi più, chi meno) a peggiorare, la disparità di condizioni, lo sbilanciamento delle libertà, sulla carta garantite a tutti, ma nella pratica inaccessibili a tanti.

D'altronde qualcuno ha già detto che non ci sarà mai alcuna libertà senza giustizia sociale, e viceversa. Ma se quella libertà e quella giustizia sociale dipendono dal rispetto di regole che, a loro volta, non siamo in grado di rispettare proprio perchè limitati nelle nostre libertà e sofferenti per le disparità sociali, siamo allo stallo.

Oppure ci rendiamo conto che sono le fondamenta al sistema stesso a creare disparità e ingiustizia, e diventiamo noi stessi i primi agenti di giustizia sociale.

martedì 8 ottobre 2019

Sartoria parlamentare

E come ad ogni stagione, senza che ci sia più nemmeno stupore, riapre la sartoria parlamentare che, da almeno trent'anni, tenta di rimbastire gli orli già ampiamente studiati e previsti dalla Carta Costituzionale.

Parliamo di un progetto che viene da molto lontano, il più famoso ad opera di quel Nemico Pubblico che sembrava essere diventato Berlusconi, così come del suo supposto delfino di tendenze più sinistrorse che dovrebbe essere Renzi. Ma adesso, senza un autorevole personaggio da odiare, sembra ci si stia riuscendo, grazie anche alla marea populista ancora montante.
Perchè è un argomento che piace tanto alla Gente, che immagina quanti soldi sprecati verranno ora risparmiati senza quei senatori, non pensando a quanto la rappresentanza venga ridisegnata in tal modo, sempre a sfavore dei tanti e a beneficio dei pochi, naturalmente; nemmeno supponendo che, con una legge elettorale ad hoc, la misura sarebbe la summa di quanto di meno democratico possa esistere in termini di rappresentatività politica, di espressione di quei partiti fortemente minoritari che così diverranno più semplicemente extra parlamentari.

Non ne voglio fare un quadro catastrofista, anzi, voglio essere realistico: tagliare (ancora) sull'istruzione pubblica continuando a finanziare la privata, rimanere sostanzialmente immobili di fronte agli sfaceli di tanta sanità (nonostante quanto di ottimo ancora viene prodotto), spingendo i pazienti al privato "per fare prima/meglio", ricalibrare la rappresentanza parlamentare riducendo il numero dei rappresentanti, decidere per la differenziazione delle autonomie, insistere con la diretta esecuzione dell'esercizio democratico, in forme poco chiare...è solo il quadro di quanto, in questi anni, si è tentato di fare (con sonore bocciature anche a livello referendario), e che ora si sta riuscendo.

Come mai tutto ciò ritorna ad insistenti ondate? Come mai, presa una qualunque forza politica, tutto ciò è prima il male assoluto poi una valida soluzione (o viceversa)? Staremo a vedere...

Ah...lascio qui questo link, magari trovate qualcosa di conosciuto.

Restate svegli

giovedì 3 ottobre 2019

Santa Tradizione

Prendo spunto dal più recente oggetto di controversia socio-politica che sembra aver occupato ogni spazio Social: quello dei tortellini al pollo.
Tralasciamo ogni commento sullo stato di salute della tribuna politica, perchè sarebbe fin troppo scontato cadere in facili semplificazioni, probabilmente più populistiche e qualunquistiche delle discussioni originarie. Soffermiamoci invece sul valore intrinseco della polemica, o meglio sul senso profondo della querelle sul rispetto delle tradizioni. Meglio ancora, mettiamo in piedi uno scisma, una bella eresia di quelle che un tempo santaromanachiesa avrebbe incenerito alla luce dei roghi in piazza: cominciamo a rendere accettabile, di tanto in tanto e senza tanti rimorsi, una secolarizzazione della Santa Tradizione, quel sano processo catartico della bestemmia contro la Beata...

La Tradizione va conservata, più che difesa ad ogni costo, va valorizzata, come un centro storico con le vestigia di ciò che siamo stati: ergerla a vessillo di identità contro altre identità, contro presunte contaminazioni coatte, oltre ad essere un esercizio sostanzialmente inutile sotto molteplici punti di vista (non fosse altro per l'assoluta e storicamente accertata ineluttabilità delle contaminazioni reali, basti pensare a quanta tradizione araba ha influenzato quella successiva siciliana, per dirne una), è una sciocchezza che rischia di fare più male che bene alla Tradizione stessa, ingessandola e rendendola un mausoleo polveroso e non più interessante.

Accettare di provare un'Amatriciana con speck e asiago non è un delitto: non è e non vuole essere una vera e tradizionale Amatriciana, ma è una variante, un gioco, un esercizio che vale la pena assaggiare. Se avessimo ragionato con gli stessi schemi, nessuno avrebbe mai provato a fare musica nuova, l'arte sarebbe rimasta ferma alla forma rupestre, la poesia sarebbe rimasta sclerotizzata in una forma invariabile da millenni.

Ogni tanto un sasso nello stagno ci vuole, magari ne esce fuori qualcosa di buono e nuovo.

Viva le tradizioni.

Ma intanto andiamo avanti.

martedì 1 ottobre 2019

I ruggiti dei conigli

Qualcosa di buono nella più recente esplosione delle destre più becere dal dopoguerra ad oggi, pensandoci bene, c'è, pur con quel retrogusto di guano tipico di determinate posizioni.
Almeno in Italia, dove gli sport di branco sono sempre i più apprezzati e praticati, e dove la sostanziale impunità di certi atteggiamenti è quasi un vanto e un carattere distintivo, il sentirsi protetti e spalleggiati da ministroidi ciancianti, e da presunti "uomini forti" col vocione greve di chi bada solo al sodo senza preoccuparsi delle conseguenze, ha contribuito a far schiumare la brodaglia populista fino a far emergere gli istinti più viscerali del cittadino medio italico, tra cori di rutti e scorregge ideologiche di varia foggia.

E questo è un bene, per quanto fastidioso possa essere. Lo è, perchè finalmente vengono fuori tutti i retropensieri del volgo più sbavante, non è più relegato solo al privato della rabbia di pancia del frequentatore di bar. Stanno venendo fuori, in buona sostanza, tutti i ruggiti di quei conigli che, finchè si sentono soli e minacciati dal nemico politicamente corretto, si nascondo tra mugugni e quieto vivere intervallati da qualche incontrollabile rigurgito; salvo poi sentirsi protetti dall'anonimato del branco e urlare il proprio odio cretinista, quando non giuridicamente inaccettabile.

Vengono fuori, i leoni da tastiera, e così si possono colpire uno ad uno, non più limitandosi a ricacciarli nelle fogne che usano frequentare, ma dandogli voce e conferendogli quanto si meritano: condanne, multe salate e, perchè no, pubblico ludibrio.

Perchè no, le cazzate attribuite a Voltaire ve le potete tenere: non avete diritto di parola, dovete scoppiare come le pustole colme di morchia che siete, dovete essere mostrati come teste in cima alle picche dell'opinione pubblica, esempi di come un essere umano non deve (non dovrebbe...deve!) mai essere.

Quindi smettetela di piangere, appena vi beccano, che sì, avete sbagliato, ma hanno leso la vostra privacy, vi hanno linciato mediaticamente...siete delle enormi masse di materiale organico anfibio (cit.), ed è giusto che veniate riconosciuti come tali.
Non ve l'hanno insegnato da piccoli? Chi rompe raccoglie i cocci! Chi sbaglia paga! Ecco...avete sbagliato, l'avete fatta fuori dal bagno, non solo dal vasino, praticamente sul pianerottolo! E ora pagate proprio sotto i riflettori, piccole blatte fotofobiche, da cui pensavate di nascondervi, di confondervi, di far perdere i vostri inutili scatarri mediatici tra la massa degli altri commenti. Qualcuno, invece, ha preferito farvi tana, smetterla di far finta di niente, mostrare ciò che pensavate restasse segreto.

Ecco perchè questo coraggio da conigli è una cosa buona: fateli uscire fuori, sarà più facile colpirli.

venerdì 27 settembre 2019

Luci dal futuro



Milioni di persone, perlopiù giovani e giovanissimi, stanno scendendo in piazza in queste ore, astenendosi dallo studio e dalla frequentazione di scuole e università per protestare.
Tante altre persone - soffermandoci solo al nostro paese - rimarranno invece sulla poltrona a sbavare contro questi ragazzi, solo perchè hanno osato alzare la testa, come sempre avviene ogni volta che un giovane si azzarda ad occupare una scuola o ad indire un'autogestione. Quale che sia il motivo. Quale che siano le conseguenze che, certamente, sa di dover affrontare.
Solo che stavolta questi ragazzi stanno manifestando per qualcosa che dovrebbe stare a cuore a tutti, perchè non è un problema solo loro (che poi solo loro non è...), non si parla più di ore obbligatorie da alternare allo studio o di soldi pubblici versati ai privati, mentre la Cosa Pubblica cade a pezzi...Parliamo del futuro del pianeta, o forse meglio ancora della specie umana, di cui (nonostante qualcuno alimenti inavvertitamente qualche dubbio, almeno per la tanto sbandierata caratteristica dell'intelligenza senziente) dovremmo interessarci tutti. Non dico con attivismo militante, ma almeno di striscio. Almeno abbastanza da evitare di fare la figura degli scimmioni in assetto antisommossa contro una gioventù tanto vituperata e, invece, finalmente "armata".

Stanno manifestando perchè le generazioni precedenti stanno sperperando tutti i beni di famiglia, lasciandogli in eredità un mondo morente e puzzolente. Stanno manifestando perchè nonostante almeno quarantanni di lotte ambientaliste, nonostante gli avvertimenti della gran parte della comunità scientifica, nonostante le evidenze più lampanti, stiamo continuando a distruggere ecosistemi con la stessa noncuranza con cui ogni giorno ci infiliamo le scarpe. Stanno manifestando perchè non è più tollerabile veder distruggere la propria casa in nome di necessità fittizie indotte dalle divinità moderne Profitto e Mercato. Stanno manifestando perchè è giusto. Perchè sì.

Ci sarà comunque chi gli vomiterà addosso la rabbia del proprio fallimento, chi preferirà deridere il loro aspetto fisico per sminuirli, chi vorrà sottolineare ogni singola apparente ipocrisia solo per rendersi ancora più ridicoli. Qualcuno addirittura si intrufolerà tra i manifestanti e creerà scompiglio in qualunque forma pur di sminuire l'enorme significato simbolico di questo bellissimo venerdì degli anni Duemila.

Ma questi ragazzi si sono svegliati da un sonno in cui per troppo tempo sono stati indotti, hanno rinunciato alle droghe sociali con cui pensavano di renderli schiavi e ora hanno rotto le catene definitivamente, hanno bruciato i ponti con la gran parte delle generazioni precedenti (mia compresa: abbiamo il solo merito di averli tirati sù noi, 'sti figli...e non è detto che sia merito nostro ciò che ora pensano e fanno). Non hanno tempo - e non lo devono avere - di pensare ai deliri aterosclerotici di qualche giornalista consunto dal proprio lordume ideologico, o di qualche presunto potente convinto di avere tutte le verità che servono a portata di manipolazione.

Forza, ragazzi, lottate anche per loro.

#FridayForFuture

martedì 17 settembre 2019

La sostanza della forma

Foto Repubblica.it
Non è una novità, almeno (almeno...) a partire dalla mia generazione, da quei "figli dei figli dei figli della guerra" talmente incomprensibili da etichettarli con una men che generica X: ci hanno ripetuto fino allo stremo che non è la forma l'importante, che l'abito non fa mai il monaco, che importa solo la sostanza; per poi inquadrarci in ordinamenti simil militareschi, ingabbiando le nostre primissime esperienze sociali e produttive (quelle scolastiche) in torbide regole di tradizione antica e nerissima.
Perchè è importante anche un certo "decoro", perchè "c'è luogo e luogo", perchè, perchè, perchè...Perchè è importante, per i ragazzi, capire che ci sono delle regole e vanno rispettate, ci dice oggi la preside che ha impedito l'ingresso a scuola di un tredicenne con sulla testa dei capelli da tredicenne.
Ecco, il rispetto delle regole. Sacrosanto al punto giusto, il che rende anche un certo valore pedagogico al gesto della direttrice scolastica. Se non fosse per tutte le motivazioni addotte, a questa improvvisa necessità di regolare così rigidamente (fino ad entrare nella sfera personale, perchè di questo si tratta) la vita di un ragazzino "per insegnargli qualcosa": non ho ben compreso, in effetti, come il contesto sociale dei dintorni della scuola possa diventare pretesto per impuntarsi sulla capigliatura di un alunno continua a sfuggirmi.
Proprio perchè parliamo di un quartiere complesso, con problematiche ancor più complesse, irrisolte e di difficile soluzione, in che modo l'indottrinamento al rispetto delle regole mediante l'imposizione di codici proibizionistici diventano fondamentali? Quale valore aggiunto possono dare alla formazione della personalità di un adolescente immerso in quel contesto? Cosa aggiunge al lavoro, sicuramente importante, che la preside e tutto il resto del corpo docente, stanno sicuramente facendo tra mille difficoltà?
La stessa direttrice parla, tra l'altro, di un ragazzo brillante, interessato e di talento: a che scopo imbrigliarlo e costringerlo ad abbassare la testa? Perchè l'unico insegnamento che, da ex adolescente, avrei capito è che a chi detiene l'autorità va detto sì incondizionatamente, pena l'esclusione.

Ho come la sensazione che sia il clamore mediatico (che, nel mio piccolo, sto alimentando, me ne rendo conto) ad aver fatto irrigidire la signora preside. Certo, se vuole insegnare ai suoi ragazzi a stare lontano dalla strada e dalle influenze peggiori, non vedo come lo si possa ottenere costringendoli a tagli di capelli predefiniti e sottoposti ad autorizzazione.

Sicuramente la docente sarà ben più attrezzata della stragrande maggioranza di noi nel comprendere ed applicare le migliori strategie pedagogiche, come certo saprà molto meglio di noi quale situazione deve affrontare tutte le mattine.
Ma qui non si tratta solo di pedagogia applicata e esperienza diretta, ma di applicare ciò che le sue colleghe, i nostri genitori e la morale democratica in toto ci ha insegnato negli anni: la forma non è sostanza, che è l'unica cosa che conta, e il rispetto delle regole (imprescindibile) passa dalla comprensione delle stesse non dalle imposizioni acritiche.

E certo non da quale taglio di capelli si porta in testa.

lunedì 16 settembre 2019

Ritorni e attese

Ho preso talmente sul serio l'ultimo post su questa specie di raccoglitore posticcio di scarabocchi (ventisettemaggioduemiladiciannove!), che, circondato da nugoli di commenti politicanti da condividere in modo - come sempre - molesto, ho finito per mettermi seduto sulla riva del fiume, ad attendere cadaveri di cui però non mi è chiarissima l'identità.

Perchè ci vuole pazienza, e la chiedo anche ai pochi pazzi che si ostinano a leggere queste righe.

Molto è cambiato nel frattempo, qualche mia osservazione si è trasformata (a leggerla bene) in profezia, e tutti sembrano essere convinti di un cambio di verso della Nazione, di un rinnovato vento di poppa che spingerà l'Italia intiera ad un futuro roseo e pacioccoso.

Non è così. Lo vedrete. Lo vedremo. E allacciatevi bene le cinture perchè il salto sarà ripidissimo.

Detto ciò, si ritorna a scribacchiare, con qualche vecchia novità da rodare meglio e qualche nuova abitudine a cui assuefarsi. Intanto cominciamo a pubblicare con un ritmo più preciso, il martedì e il venerdì, con supplemento festivo (sabato o domenica, flottanti) a compendiare. E vediamo di rispettare le attese.

Qualcosa c'è da rivedere anche a livello social.

Sicuro, per ancora un bel po' si parlerà poco di cronaca politica.

A prestissimo.

lunedì 27 maggio 2019

Problemi?

La strategia sembra chiarissima. Eppure ci sono caduto anch'io...perchè è estremamente facile caderci, va detto, per chi ha in mente una possibilità (seppur minima) di confronto sui canali sociali.

In fondo in fondo è banale marketing da quattro lire applicato ad una pseudo comunicazione politica: non c'è ricerca del confronto, non c'è trattazione di temi seri, non ci sono dichiarazioni programmatiche di un qualche peso. C'è solo la pretta ricerca del consenso: alla gente piace il gelato alla nitroglicerina? Diamogli il gelato alla nitroglicerina, perdiana! Anche se fa freddo, anche se potrebbe esplodere...che importa? Vogliono sentirsi dire quello, e quello dobbiamo dargli. In cambio di bei voti, si intende.

Quale che sia il messaggio, qualunque siano gli obiettivi, diamo loro ciò che vogliono. Funziona così da millenni, dopotutto.

Poi, certo, pur stando attento a non caderci, rivedendo le tue priorità ed evitando di parlarne, ti aspetti comunque che dall'altra parte ci siano persone un filo più sgamate di quanto in realtà non siano. Eppure, anche qui, sarebbe bastato vedere cosa veniva condiviso anche prima dell'avvento di questi showmen politici per capire che, no, dall'altra parte non c'è nessuna accortezza, nessuna attenzione. Solo posizioni precompliate, "Sono tutti uguali!", "Mangiano tutti una volta lì dentro", e via discorrendo...ecco perchè funziona così dannatamente bene.

Il bluff verrà prima o poi scoperto. Ma non è questo il giorno.

Lo scopriremo dolorosamente, come è sempre successo. Ma non è questo il giorno.

Ci sveglieremo, prima o poi, accorgendoci di come per fare gli interessi di qualcuno molto più in alto di noi nella scala socioeconomica, ce lo siamo fatti mettere nel culo esultando perchè su quella poltrona c'era "uno di noi". Ma non è questo il giorno.

Arriverà. E sarà tardissimo.

giovedì 9 maggio 2019

Io non parlo con tutti

L'8 Settembre scorso (data particolare, sinceramente casuale) su questo blog si parlava di supposti fantasmi, e di opportunità e necessità di una lotta che qualcuno, nonostante i tanti segnali, continua a ritenere superflua rispetto ai "ben altri" problemi del paese.
Si diceva, in buona sostanza, che non era il Fascismo nato negli anni Venti e sviluppatosi negli anni successivi a dover far paura e da dover tenere sott'occhio, perchè sarebbe stato un inutile esercizio di ricerca del cattivo, ma che, anzi, i fascismi attuali sono quelli più insidiosi, perchè nascosti nel tessuto democratico, come lerciume che cresce tra le pieghe più nascoste e si confonde col resto.

E così è stato.

Sospinti dall'onda populista e sovranista, mascherati da nuova spinta nel sistema partitico, celati dietro maschere finto-sociali (pur mantenendo gli evidenti scopi esclusivi o, peggio, anti-inclusivi), i nuovi fascisti si sono presentati su pubblica piazza facendosi votare o facendo votare le proprie istanze, o perlomeno facendosi scudo delle posizioni ideologicamente più affini di certi movimenti in auge per muoversi con maggior vigore e farsi sentire. Riuscendoci tranquillamente, va detto, anche in spazi quasi abbandonati da chi una volta, a sinistra, raccoglieva lì i suoi principali consensi.

Girarsi dall'altra parte e dare dei visionari a chi è rimasto ad occhi aperti c'è costato presidi di congreghe di fascisti dichiarati, cibo calpestato, minacce gridate e violenze di vario ordine e grado, tutti commessi a viso scoperto e petto in fuori. Arditamente, come piace tanto a loro. Salvo poi farsi scortare da cordoni in assetto antisommossa quando il tempo si mette male...

Ma ancora c'è chi parla di "fascismo dell'antifascismo" e chi, da "sincero democratico" si ispira a falsi aforismi di Voltaire dichiarando che solo col dialogo e i libri si combattono certi rigurgiti.

Direi proprio di no: non devono esserci spazi.

Restate svegli (e due...)

giovedì 25 aprile 2019

Divisioni

Ogni anno qualche nuova polemica si affaccia sulla festa della Liberazione, una data che dovrebbe essere senza ombra alcuna di dubbio alla base costituente del nostro attuale vivere civile, oltre che evidentemente a fondamento dello Stato Democratico, vero concepimento del germe repubblicano e libero, in un Paese che aveva disconosciuto le libertà di tutti nel nome delle mire e delle ambizioni di pochi.
Per tanti continua ad essere una data "divisiva", un muretto posto tra un noi e un loro: lo è. Divide la veglia di pochi dalla malattia politica di altri, divide il sano spirito partecipativo dall'odio esclusivo. Divide i liberi cittadini della Repubblica Italiana dai fascismi.

Ben venga la voglia di pochi verso la libertà di tanti altri. Ben venga la divisione tra questi e chi ancora pensa sia meglio rinnegare quella voglia, che ancora oggi permette loro non solo di vomitare posizioni fuori contesto, ma anche di poterle rappresentare in libere elezioni.

Buona festa della Liberazione e viva i Partigiani!

martedì 23 aprile 2019

La pesca

Amo la montagna, adoro il mare, ma più di tutto, pensavo, ho amato e ammiro la pesca. Il contatto primigenio con l'elemento materno del mare sarebbe già una buona ragione, ma c'è di più: la sfida con le altre forze, il rispetto, l'inganno celato, la lotta finale, il rituffare la bestia vinta e il maledire quella che si è sconfitta, nello stesso modo in cui malediresti l'amico fraterno che ti batte in una mano di briscola.
C'è l'educazione alla pazienza, al rispetto per l'altro, chiunque esso sia, prima ancora che della Natura come elemento che ci accoglie e sopporta.

Riflettevo, dunque, che dovremmo imparare tutti a pescare...

domenica 21 aprile 2019

Resurrezione

Non volendo avere presunzione di saper sciorinare analisi più grandi di me, mi è sempre parsa evidente la complanarità della Pasqua cristiana (così come di quella ebraica) con la rinascita popolare, sociale e dunque politica. Che il simbolismo della resurrezione del Cristo sia mutuato da quello della rinascita della natura non lo invento certo io (Ostara, l'equinozio di primavera, la prima luna piena, ecc.), ma è il simbolo della rinascita umana dalla sofferenza e dalla sopraffazione ad essermi divenuto nel tempo interessante.
Una rinascita ciclica, una misteriosa e invincibile forza che spinge l'umanità a risorgere dalle proprie ceneri, anche quando esse siano state generate dagli stessi risorgenti.

Per cui vivo ogni Pasqua con un sintomo di rinascita, ed quest'anno più che mai con quel 25 Aprile così vicino: ad ogni inverno corrisponde una primavera. Risorgeremo, prima o poi.

Buona Pasqua

sabato 20 aprile 2019

Ignoranti

Torno dal solito periodo di buio per rifarmi ad alcuni episodi recenti e ad un banale compito per casa affidato ad una bambina ottenne al centro dei quali è stato posto il peso che l'ignoranza, in quanto mancanza di cultura e conoscenza, assume in seno al futuro possibile del Paese.
Parliamo di situazioni circostanziate in cui le manchevolezze culturali di certa parte della popolazione sono additate ormai come un nemico da estirpare, come cancrena inconciliabile con le necessità moderne (politiche e sociali) che uno Stato dovrebbe avere. Non mi stupisce questo ruolo avverso ad un reale progresso civico, perchè lo è sempre stato, ma sono le sfumature a fare la differenza.
Da una parte, in un passato nemmeno troppo remoto, trattavasi di una voglia e di una necessità di riscatto, di "redenzione intellettuale", in un certo senso, che ha mosso almeno alcuni movimenti politici, nella speranza di svegliare coscienze e di costruire per il più ampio numero di persone quello scudo culturale atto ad interpretare le complessità del mondo e non farsi schiacciare, quindi, dai suoi diversi pesi.
Dall'altra, nel senso più recente, per come è percolato dai canali social, della sentitissima smania di estirpare il più debole da ogni processo democratico, di relegarlo ad una posizione subalterna e spettatoriale in quanto incapace di intendere e, dunque, pericoloso nel suo più alto ruolo decisionale di cittadino, togliendogli voce e possibilità di usarla.
Questa è quindi la differenza, sostanziale, tra chi ha ipotizzato la necessità di colmare vuoti e chi sostiene l'urgenza di tapparli per sempre.

Senza voler presumere assenza di profondità in ogni simile pensiero (si spera che sia ovvio a chiunque che, il più delle volte, l'ignoranza rischia di non essere mai una scelta), ci si chiede come si possa sperare di pensare ad un futuro migliore per tutti escludendo anzichè includendo, soprattutto se lo si fa sulla base di qualità acquisibili e migliorabili con l'aiuto di un'intera comunità, magari. L'avversione che deve manifestarsi (ed inizialmente così era anche nel marasma primario della Rete) dovrebbe essere contro la militanza, contro quel coltivare l'ignoranza come valore primario di bontà civica, di "semplicità che tutto vince", contro l'odio verso l'intellettualità in quanto espressione di un pensiero ragionato: se si fa bandiera dei propri vuoti e se alla base di questi pennoni eretti al nulla si pretende, in più, di poter non solo dissentire ma anche di interpretare, disporre e legiferare, usando al contrario uno strumento necessario (semplicità di pensiero contro i "professoroni", per dirla negli orridi termini di politica moderna), se si ha, cioè, l'arroganza dell'incuria culturale, si fanno indicibili danni. Ed è questo da combattere, non l'ignoranza in sè...

A cosa serve, dunque, dall'alto scranno dei propri privilegi culturali, giudicare il vernacolo di un ragazzino quindicenne che ha comunque avuto dignità di combattente ben più ampie delle nostre? Che senso ha farsi ricchi del proprio bagaglio intellettuale e considerarlo il solo accettabile in una società futura? Che senso ha andare a caccia del congiuntivo sbagliato e dell'assenza del più primitivo nozionismo se poi si immagina una società in cui non si vuole migliorare ma obliare certuni in favore di altri?

Che senso ha, chiedo infine alla cara maestra, invitare dei bambini di otto anni a visualizzare con disprezzo le scarse conoscenze di un concorrente da quiz televisivo, anzichè insegnare loro il vero valore della conoscenza e le modalità con cui è più giusto elargirla al più ampio pubblico possibile?

Forse è proprio questa la vera ignoranza.

martedì 19 marzo 2019

Il vaso di Greta

Giuro che avrei voluto non scrivere nulla in merito.
Non per ignorare il problema e la campagna di sensibilizzazione conseguente, nè per "snobare" le manifestazioni di questi giorni, ma perchè - evidentemente solo nella mia testa - immaginavo che si trattasse di un tema talmente consolidato, delicato e condiviso da non necessitare di due parole in croce scritte su un poco pretenzioso blog come questo...
Evidentemente mi sbagliavo, a giudicare dalla campagna di vero e proprio odio riversata, in particolar modo, sulla protagonista delle più recenti manifestazioni contro il Global Warming ed il cambiamento climatico generato dall'uomo, Greta Thunberg.
Odio, già...
Perchè in nessun altro modo possono essere classificate dichiarazioni (incredibilmente pubbliche) fatte su una ragazzina di sedici anni da gentaglia tenacemente relegata ai margini della notorietà o della supposta elite intellettuale, così come da gente comune, certamente influenzata dalle cattiverie dei primi: si va dal più classico body shaming - in alcuni casi specifici dall'effetto davvero esilarante, considerate le percentuali di plastica corporea delle fonti... - alle ormai abituali bufale a discredito, fino a veri e propri giudizi di cassazione sulla "inutilità delle manifestazioni", una volta smontata la tesi della "manifestante prezzolata dai poteri forti" (che stanno bene un po' su tutto).

Tralascio il vomito e la merda eruttata da certi inutili sfinteri, e cerco di concentrarmi sulla domanda che ho sentito rimbalzare di bocca in bocca: cosa avrebbe risolto, Greta, con questa campagna? Adesso la Terra è più al sicuro?
Rispondo senza pensarci nemmeno: certamente.
Perchè se siamo qui a parlarne, vuol dire che qualcosa davvero era necessario fare per risvegliare le coscienze.
Perchè non avete ascoltato scienziati e organismi internazionali per anni, avete denigrato protocolli e patti, avete sorriso e alzato gli occhi al cielo a sentire l'ennesima iniziativa istituzionale, ma questa ragazzina vi ha proprio urtato, vi ha graffiato qualcosa e vi ha fatto risvegliare, reagire sudati e scomposti come scimpanzè occupati, fino al giorno prima, a rimirare il limitato orizzonte del proprio lercio ombelico.

Già, il Vaso di Greta, rotto per liberare finalmente un'ondata di...qualcosa! Qualcosa che vi turba, perchè voi a sedici anni a malapena riuscivate a capire come funzionava il sesso adulto, o ve ne stavate rinchiusi nelle comode regole che qualcun altro aveva costruito per voi, per sentirvi più adulti, più maturi, senza rendervi conto che eravate energia sprecata, vento di tempesta spentosi troppo presto e troppo al largo per sortire qualche utile effetto, instradati in quel binario morto che vi rendeva già così simili ai vostri genitori.
O magari, al contrario, vi sentivate grandi rivoluzionari a contestare tutto e tutti, volando troppo alti sulle ali di una rabbia che era solo delusione per non sentirvi davvero incisivi, mentre coltivavate la vostra illusione pensando che bastassero le canne che vi facevate per rendervi dei ribelli.

In questo senso, Greta ha più che vinto, e avrà sempre il mio personalissimo appoggio.
Come per ogni giovane che lotta per qualcosa in cui crede.
Come per ogni persona che lotta per un mondo davvero migliore.

Siamo ancora in tempo: salviamo il pianeta.
Imbecilli.

domenica 3 marzo 2019

Il cavolo puzzone

Oggi ho voluto fare l'ingenuo e chiedermi quante domande un ingenuo può davvero evitare di farsi nell'osservare la realtà dei fatti.
Per esempio, mi è venuto in mente, supponiamo che io sia un produttore agroalimentare. Non uno con una piccola azienda agricola che vende perlopiù al vero "chilometro zero", con magari qualche variazione per la partecipazione ad una cooperativa che esporta su scala nazionale. Uno più grosso, anche molto più grosso. Un'impresa agroalimentare, un fornitore di rilievo e riferimento per i giganti del settore, con interessi di esportazione ad ampio raggio.
Ho quindi un bouquet di coltivazioni non indifferente, avendo a mia disposizione parecchia terra. Tutto sta a decidere quale coltivazione spingere di più e quale meno, perchè la grandezza dell'azienda è sufficiente a non poter più prescindere dalle richieste del mercato.
Diciamo che, tra le varie cose, produco un po' di cavolo puzzone, una roba che sostanzialmente si vende bene giusto sul mercato locale per le ricette regionali (perchè nemmeno io ho riunciato del tutto al "chilometro zero", solo che io posso permettermi di distribuire direttamente ai supermercati), e che quindi relego ad un centesimo ristretto della mia intera produzione: ha una produzione non banale, in effetti, ha bisogno di parecchia acqua e cure, che hanno un costo, ovviamente. Ma la poca gente, per quanto poca, paga, e ciò è sufficiente a ripagarmi lo sforzo.
In questo contesto è difficile che io possa reagire in tempo ad un'improvvisa variazione del mercato, diciamo perchè dal famoso talent show per cuochi provetti che trasmettono in televisione hanno cominciato a bombardare su quanto sia buono il cavolo puzzone e come si accompagna bene con la carne di uccello del fantabosco alla vinaigrette di tavernello e aceto di susine balsamiche...
Ecco, in queste vesti, mi chiedo: per quanto ingenui si possa essere, per quanto si possa essere convinti che i meccanismi di mercato siano così complessi da non poter essere ridotti ad una sola azione-reazione della domanda e dell'offerta, come si può non chiedersi come sia possibile che nemmeno poche settimane dopo il primo bombardamento mediatico sul cavolo puzzone ci ri ritrovi persino le cassette di legno degli indiani pieni di suddetto cavolaceo? Davvero, penso, ci si può arrendere all'idea illustrataci per cui la domanda, solleticata dalle fantasie culinarie di una trasmissione TV, si è improvvisamente rivolta alla ricerca di un prodotto che fino a ieri ignoravano, e che in poco tempo sia possibile soddisfarla a prezzi alti ma abbordabili, nonostante fino a ieri si vendevano solo nei mercati rionali della zona di produzione a peso d'oro? Nessuno ha l'impulso di domandarsi come sia possibile che un prodotto dal prezzo alto causa rarità, come sempre raccontato, smetta di essere raro in così poco tempo da essere venduto nei supermercati di tutta la nazione?
Me lo chiedo perchè a me, produttore, converrebbe semmai il contrario, allineandomi magari per forza ai Big che rifornisco: riempirmi i magazzini di cavolo puzzone e spingere poi per spacciarlo in ogni ricetta, così da trovarmi pronto quando tutti lo chiederanno, vendendoglielo al prezzo che io ho potere di decidere da zero.
Se poi devo sfruttare la terra che ho a disposizione per intensivare la coltura del cavolo puzzone, arruolare sempre più gente a basso costo per raccoglierlo, consumare più acqua e più prodotti per crescerlo in fretta e curarlo è solo un dettaglio, un danno collaterale.

Buona spesa

venerdì 15 febbraio 2019

Girone di qualificazione (civica)

Prendo spunto da un articolo che è spuntato ieri sui quotidiani (nel riquadro la notizia come ce l'ha Repubblica.it), ovvero la cronaca di come si sia arrivati ad una "patente a punti" anche per l'accesso agli alloggi popolari: un sistema già sperimentato per altre iniziative (vedi la patente di guida, appunto), in cui si parte da un certo punteggio di ingresso, uguale per tutti o magari calcolato sulla base di uno schema di graduatoria - come avviene per l'accesso all'istruzione, per capirci -, da cui poi nel tempo, e a diritto già acquisito, vengono decurtati o abbonati punti a seconda del tipo di infrazione o di merito rispetto ad un regolamento ben preciso.
Parliamo di un'iniziativa che sorprendentemente - almeno dal mio punto di vista - ha il favore di una buona fetta di "gente comune", tanto che qualcuno si è azzardato a spingersi fino ad ipotizzare addirittura una tessera elettorale a punti, basata principalmente sul livello di conoscenza degli elementi di ordinamento dello stato, ma non solo. E non è nemmeno un'idea del tutto peregrina, se si guarda tutto nell'ottica specifica in cui si vuole colpire chi si fa profittatore di un diritto concessogli per meriti di cui magari non gode più.

Bello quindi.

Se non si parlasse di diritti fondamentali che, in un sistema democratico e di garanzia sociale, dovrebbero prescindere da classifiche e punteggi: decidere di avere un punteggio che sia indice della disciplina al volante è cosa ben diversa dal considerare il diritto all'abitazione alla stregua di una qualificazione in coppa...pensare di standardizzare e schematizzare una graduatoria di diritto di accesso ad una determinata professione è molto diverso dalla possibilità di negare il diritto fondamentale al voto a chi non riesce ad ottenere un certo punteggio ai test...giudicare avanzamenti di carriera pubblica sulla base di una serie di punti acquisiti da ricerche, progetti e collaborazioni varie non può essere messo sullo stesso piano di una classifica basata sulla "rettitudine" civica allo scopo di concedere diritti basici o di elargire sussidi.
Chi potrà impedire l'inserimento futuro di regole strumentali ad escludere una fetta di popolazione, per categoria, etnia, censo, religione, sessualità? Come si può pensare di decidere uno sfratto, magari di una famiglia, sulla base di un punteggio?

Questa è la tendenza politica di questo crepuscolare momento storico italiano, ben dimostrata dall'introduzione di una misura si sostegno al reddito universale in una forma già distorta di suo, con un meccanismo di assegnazione e revoca basata essenzialmente sullo stesso criterio di bonus/malus, praticamente un sussidio che lo Stato graziosamente elargisce solo a chi fa il bravo bambino, a chi accetta condizioni predeterminate a prescindere dalla singolarità di ogni situazione, a chi spende quei soldi entro un certo tempo e solo nei posti che lo Stato ti dice...

Non è il modo di risolvere i problemi che pure ci sono.

Non è questa la via per l'ammodernamento dell'apparato burocratico.

Non è così che ripareremo le crepe della democrazia moderna.

La cittadinanza a punti rischia di diventare, davvero, la tomba del sistema democratico così come lo abbiamo conosciuto.

giovedì 10 gennaio 2019

Democratura

Non è più questione di "capacità" e "competenze" discutibili, perché quelle si possono superare, ed è comunque da considerarsi nella normalità dell'alternanza democratica.


Non è nemmeno questione di ideologie e post-ideologie, o comunque di diverse posizioni politiche su argomenti particolarmente scottanti.


Non sembra essere neppure un discorso di diversa visione del mondo, per quanto possa essere importante.


Sta, anzi, diventando questione di personalità, dell'estrema arroganza con cui si presume di avere la soluzione per tutto, certamente migliore di ogni altra strada provata finora e di ogni altro punto di vista. Arroganza che arriva alla presunzione: di impunità, anzitutto, pressoché totale e presuntamente legata alla legittimazione elettorale (che tale non è in senso assoluto, a guardare bene i numeri); di esenzione da qualunque formalismo tecnico o "di etichetta"; di legittimità di fronte ad ogni normazione, sia pure solo di buon senso.


Rischia di diventare ben peggio, specie dando voce al culo del popolo, a discredito delle istituzioni democratiche fino ad oggi in carica.