Ignoranti

Torno dal solito periodo di buio per rifarmi ad alcuni episodi recenti e ad un banale compito per casa affidato ad una bambina ottenne al centro dei quali è stato posto il peso che l'ignoranza, in quanto mancanza di cultura e conoscenza, assume in seno al futuro possibile del Paese.
Parliamo di situazioni circostanziate in cui le manchevolezze culturali di certa parte della popolazione sono additate ormai come un nemico da estirpare, come cancrena inconciliabile con le necessità moderne (politiche e sociali) che uno Stato dovrebbe avere. Non mi stupisce questo ruolo avverso ad un reale progresso civico, perchè lo è sempre stato, ma sono le sfumature a fare la differenza.
Da una parte, in un passato nemmeno troppo remoto, trattavasi di una voglia e di una necessità di riscatto, di "redenzione intellettuale", in un certo senso, che ha mosso almeno alcuni movimenti politici, nella speranza di svegliare coscienze e di costruire per il più ampio numero di persone quello scudo culturale atto ad interpretare le complessità del mondo e non farsi schiacciare, quindi, dai suoi diversi pesi.
Dall'altra, nel senso più recente, per come è percolato dai canali social, della sentitissima smania di estirpare il più debole da ogni processo democratico, di relegarlo ad una posizione subalterna e spettatoriale in quanto incapace di intendere e, dunque, pericoloso nel suo più alto ruolo decisionale di cittadino, togliendogli voce e possibilità di usarla.
Questa è quindi la differenza, sostanziale, tra chi ha ipotizzato la necessità di colmare vuoti e chi sostiene l'urgenza di tapparli per sempre.

Senza voler presumere assenza di profondità in ogni simile pensiero (si spera che sia ovvio a chiunque che, il più delle volte, l'ignoranza rischia di non essere mai una scelta), ci si chiede come si possa sperare di pensare ad un futuro migliore per tutti escludendo anzichè includendo, soprattutto se lo si fa sulla base di qualità acquisibili e migliorabili con l'aiuto di un'intera comunità, magari. L'avversione che deve manifestarsi (ed inizialmente così era anche nel marasma primario della Rete) dovrebbe essere contro la militanza, contro quel coltivare l'ignoranza come valore primario di bontà civica, di "semplicità che tutto vince", contro l'odio verso l'intellettualità in quanto espressione di un pensiero ragionato: se si fa bandiera dei propri vuoti e se alla base di questi pennoni eretti al nulla si pretende, in più, di poter non solo dissentire ma anche di interpretare, disporre e legiferare, usando al contrario uno strumento necessario (semplicità di pensiero contro i "professoroni", per dirla negli orridi termini di politica moderna), se si ha, cioè, l'arroganza dell'incuria culturale, si fanno indicibili danni. Ed è questo da combattere, non l'ignoranza in sè...

A cosa serve, dunque, dall'alto scranno dei propri privilegi culturali, giudicare il vernacolo di un ragazzino quindicenne che ha comunque avuto dignità di combattente ben più ampie delle nostre? Che senso ha farsi ricchi del proprio bagaglio intellettuale e considerarlo il solo accettabile in una società futura? Che senso ha andare a caccia del congiuntivo sbagliato e dell'assenza del più primitivo nozionismo se poi si immagina una società in cui non si vuole migliorare ma obliare certuni in favore di altri?

Che senso ha, chiedo infine alla cara maestra, invitare dei bambini di otto anni a visualizzare con disprezzo le scarse conoscenze di un concorrente da quiz televisivo, anzichè insegnare loro il vero valore della conoscenza e le modalità con cui è più giusto elargirla al più ampio pubblico possibile?

Forse è proprio questa la vera ignoranza.

Commenti