martedì 14 novembre 2017

La nazionale

Ce lo diciamo e ce lo sentiamo dire spesso, mutuando le iscrizioni sulle testate del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma (e temo che non molti ne abbiano coscienza...): noi italiani siamo un popolo di tuttologi, pronti a discutere di qualunque argomento col piglio deciso dell'esperto e con la voglia di annunciare a tutti gli altri cosa avremmo fatto noi nelle stesse condizioni. Certo, lo sport nazionale non fa eccezione, anzi...
Viene quindi da sorridere quando, all'indomani di un'esclusione cocente (quantomeno per tradizione) dai Mondiali di Calcio che si terranno in Russia la prossima estate, con motivazioni sicuramente variegate ma con principale attinenza in campo puramente sportivo, una massa di commentatori estemporanei - chi più famoso, chi molto meno - si sforza a dare letture socio-politiche dell'evento con acrobazie degne del Cirque du Soleil: si va dal parallelo giocatori stranieri/immigrati, a denunciare la troppa "esterizzazione" delle risorse nazionali, alle letture sociali della mancata qualificazione voluta/non voluta (a seconda dello schieramento politico), arrivando addirittura a vedere una sorta di complotto sotterraneo per non avere l'evento sportivo a distrarre dalla situazione politica che potrebbe crearsi dalle elezioni di poco precedenti.
Da par opposto, c'è un profluvio di commentatori che avevano pronto il tweet dell'anno in cui ci avvertono di quanto sia incredibile che "La Gente" non capisca quali siano i veri problemi del Paese. Benaltro, insomma...


Resta legittima la libertà di poter dire la propria (anche in caso sia una palese boiata, sotto uno qualunque dei punti di vista da cui leggerla), come quella di essere in disaccordo con le letture becere, a senso unico o totalmente scollegate da una qualsivoglia lettura multidisciplinare di una sconfitta sportiva in senso pratico, del gioco quindi, e programmatico. Ma un punto sembra essere palesemente limpido: non sappiamo discutere.
Non sappiamo discutere di sport, legandolo alla vita del Paese quasi in termini di dipendenza reciproca. Ma ciò che è peggio è che non sappiamo discutere di politica, nel senso più ampio possibile del termine, che vediamo sì come un ente permeabile alla vita quotidiana (e ci mancherebbe non fosse così), ma come strumento per scardinare il normale ordine delle cose, per innalzare priorità personali o di categoria, o per risolvere istanze private: una sorta di trama oscura che permea il tutto, impedendo letture serie di ogni questione e discussioni importanti in tal senso.


In buona sostanza: non abbiamo idea di quale sia la ricetta più consona per sconfiggere populismi, fascismi 2.0 e paure annesse, ma siamo certi che il presidente della FIGC sia espressione di determinati "poteri forti" atti a...(aggiungere conclusione socio-politico-psicologico-antropologico-paleontologico-ginecologico-economica a caso).

venerdì 10 novembre 2017

Scioperati e Scioperanti

C'era una volta una Nazione cresciuta col primo sangue della reazione operaia contro sfruttatori e nuovi capitalisti. C'era una volta un Paese in cui diveniva sempre più rigoglioso il movimento sindacale, nonostante i cannoni sparassero sulle folle. C'era una volta una Repubblica che decideva di fondarsi sul Lavoro, portato sull'altare come valore fondamentale, non come mero strumento produttivo e di sussistenza, di scegliere di porre nel proprio emblema ufficiale l'Ingranaggio, dopo aver superato una delle più cupe fasi della propria giovanissima storia.


C'era...ora? Ora, anni di intrallazzi, manovre e manovrine a molti livelli all'interno dei movimenti sindacali (quanto meno percepiti o - meglio ancora -  fatti percepire al popolo) hanno minato a tal punto la credibilità delle lotte per il diritto al lavoro da rendere inefficace, o peggio inutile, ogni tentativo di riportare all'attenzione le tematiche su cui si dibatte.
Senza scomodare la sostanziale abolizione delle garanzie ex Art.18 dello Statuto dei Lavoratori (passato nella generale compiacenza o comunque indifferenza), basta osservare le reazioni scomposte e talvolta prive di senso civico, sociale, logico e pratico: la frase che più risuona oggi sui Social è un ritornello che si ripete ad ogni sciopero, «Fanno sciopero il venerdì per fare il weekend lungo»; una frase che, ad essere buoni, non tiene conto del lavoro su turni che svolge la quasi totalità degli scioperanti (trasporto pubblico in primis), e che presuppone quasi sempre una sostanziale ignoranza delle tematiche che hanno portato allo sciopero.


Che l'astensione dal lavoro possa diventare un disagio per altri cittadini non è né anomalo né ingiusto, perché è il grimaldello con il quale quella lotta può scassinare chiusure mentali, indifferenza e fastidio (e purtroppo non tutti i lavoratori possono vantare lo stesso peso in tal senso). Altrettanto normale è che quel disagio possa divenire un'arma a doppio taglio, se usata con discrezionalità poco attenta, che possa produrre un moto di repulsione allo strumento Sciopero in generale, ogni qualvolta che si manifesta per "gli altri" contro quelli che vengono visti come diritti insindacabili del cittadino...Eppure intelligenza pretenderebbe attenzione e comprensione, almeno approfondimento, per non doversi trovare sulla riva sbagliata del fiume quando sarà il momento.


C'era una volta un Paese in cui i Diritti dei Lavoratori era un Valore Fondante: ora c'è il diritto alla comodità ed al privilegio, il diritto alla critica a priori di tutto ciò che va (direttamente o meno) in contrasto con quanto abituati ad avere; il diritto a credere che i problemi possano risolversi con l'ineffabile saper vivere all'Italiana maniera...con buona pace di chi crede ancora oggi di avere il Dovere di protestare per portare all'attenzione di tutti le proprie istanze.


La richiesta di accortezza e di senso civico, specie per quelle proteste più direttamente coinvolgenti il pubblico, è sacrosanta; ma lo deve essere al pari del diritto a protestare e del dovere di capire.


L'Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul Lavoro (Art.1, Costituzione della Repubblica Italiana)

mercoledì 8 novembre 2017

Le sfide della sinistra moderna

Diversamente da quanto abitualmente previsto all'interno di questa categoria, ho voluto redigere una recensione ad un articolo di Luciana Castellina sul Manifesto del 7 Novembre scorso, in cui si prende spunto dalle celebrazioni per il Centenario della Rivoluzione di Ottobre per trattare un tema quanto mai delicato, nell'era della post ideologia. Ovviamente si tratta più di una "lettura critica" che di una vera e propria recensione, ma ho ritenuto valesse in ogni caso la pena di fissare il commento dell'autrice in una categoria che meglio lo rappresentasse in senso più generale.


Il compito che si pone l'autrice fin dall'incipit è dichiaratamente quello di definire, nell'epoca che stiamo vivendo, il ruolo esatto di un militante politico che possa definirsi comunista. Una domanda affatto banale e di non facile definizione, fosse solo per il dubbio sulla sensatezza di una definizione di appartenenza politica così netta e così lontana nel tempo.
Cosa dovrebbe fare, oggi, un «militante comunista occidentale nella sua attività giorno per giorno»? Quale ente socio-politico può prendere il posto del proletariato, ormai inesistente «nelle forme che conoscevamo»? In un certo senso, riassumendo il tutto, quali letture sono necessarie oggi per far evolvere quanto proposto dal comunismo di allora, portandolo ad una fruibilità politica, sociale (e culturale, quindi) più moderna e rispondente alle nuove necessità?


Già, perché non vi è dubbio alcuno circa la reperibilità di quel che un tempo è stato il Proletariato, una classe che l'autrice definisce «frantumata socialmente, economicamente, culturalmente [...] geograficamente dispersa», stato che non può che dipendere principalmente dalle moderne forme di lavoro, che hanno destabilizzato (se non eliminato, almeno localmente) la collettività, favorendo in modo crescente l'individualità lavorativa e - in conseguenza - sociale. Ed è proprio la ricomposizione del soggetto socio-politico centrale a dover diventare il primo compito di una forza comunista.
Vorrei, in tal senso, fare un parallelismo (ardito, considerato il contesto...) con la situazione politica italiana, in particolar modo in seno alla Sinistra, la quale continua a fingere di non sentire il dolore che ormai l'attanaglia dallo scioglimento del Partito Comunista Italiano...anziché curare le ferite dolenti, di presentarsi con vesti nuove e più adatte ai tempi correnti, anziché, cioè, discutere sul "Cosa diciamo?" ci si è soffermati al "Chi siamo?", in molti casi rimanendo impassibili a mirare rughe e acciacchi allo specchio, mentre altre forze prendevano il controllo e delle tematiche riformiste e di quelle sociali.
Oggi assistiamo all'ennesimo balletto utile solo a rispondere alla seconda domanda, se non - peggio - a trovare un senso delle cose nel mero calcolo elettorale...ma resta esattamente quanto Castellina propone: rinsaldare i ranghi, trovare il modo di dare identità, ordine e compattezza alla società che ci vogliono far credere liquida, e rappresentare per essa quantomeno il corrispettivo politico in grado di sostenerne le istanze. Finché questo non verrà fatto per davvero, la Sinistra verrà costantemente doppiata da quelle forze (probabilmente più "fresche", e quindi più abili a dialogare con le nuove forme sociali) ideologicamente contrastanti se non opponenti (vedi populismi e destre estreme).


In tal senso (andando ad anticipare un po' la tematica, proposta più avanti nell'articolo), l'autrice chiede di rivedere le dinamiche che legano la rappresentanza politica più pura, il Partito, con ciò che negli ultimi anni ha permesso almeno la continuazione dell'attivismo in diverse forme, il Movimento: di fatto oggi «anche il migliore dei partiti è portato solo ad autolegittimarsi politicamente, ignorando le istanze dei movimenti [...], ma questo non si significa che il problema della strategia ce lo si possa mettere alle spalle». La necessità dei Movimenti quali enti aggreganti, quasi vitali ai fini del mantenimento del fuoco partecipativo, pur importantissima è da rivedere e ridimensionare, alla luce delle nuova necessità e del contesto democratico in cui ci si vuole muovere. Contesto che andrà riformato e rivisto per arrivare ad una gestione della società, oggi parzialmente eclissata da un senso delle istituzioni che si vuol far tendere alla sola partecipazione elettorale, punto sul quale solo una forma partitica, magari rivista e corretta, ma comunque centrale, può operare. Abbiamo cioè serrato i ranghi e definito il perimetro sociale entro il quale eleggere l'ente protagonista dell'azione politica; non resta, per far sì che questa azione sia davvero politica e orientata alla costruzione oltre che all'atto di rottura e protesta, è necessaria una regia coordinata e coordinante che (pensandola in parallelo alla Rivoluzione d'Ottobre) non sia solo promotrice e guida della "insurrezione", ma anche operatore per «la riappropriazione cosciente delle funzioni svolte dalla burocrazia statale, per la gestione sociale».
Proseguendo il parallelo con la situazione della Sinistra italiana, diventa chiaro che solo in seconda istanza l'assunzione delle responsabilità politiche da parte di un singolo e coeso soggetto partitico diventa importante: perché al di là della prima fase già descritta, sarà dunque necessario compattare e superare l'esplosione movimentista degli ultimi anni, senza rinunciare ai Movimenti stessi, ma facendo punti di ingresso o di uscita, facendone valvole e sensori di un meccanismo ben più grande. Compito non certo semplice...


Resta una domanda di fondo a cui, francamente, non saprei dare risposta, e che ho avuto l'impressione di mettere in qualche difficoltà l'eccellente Luciana Castellina: a fronte di quella che definisce privatizzazione del potere, dello spostamento del potere decisionale (anche politico) dalle aule parlamentari alle meeting room delle grandi multinazionali e delle holding, dove trovare il vero nemico, se presente? Su cosa porre gli accenti? «Dove si trova oggi il Palazzo d’Inverno»?
Non è l'assenza di un nemico il problema, ma la sua individuazione. Non sono gli strumenti a disposizione per rimarcare la centralità di quella Società da ricompattare a mancare, ma le corrette condizioni di utilizzo degli stessi...
In buona sostanza, per la Sinistra, si tratta di saper generare le giuste domande, finendola di affannarsi a cercare prima di tutto la risposta più giusta, in una gara totalmente inutile e aliena dai problemi reali di quella società da ricompattare di cui sopra.


Nessuno può dire che sia un compito facile. Ma almeno comincino a parlare...

martedì 17 ottobre 2017

Il bigottismo inconsapevole

Un'attrice italiana si unisce al coro di tante altre colleghe da varie nazioni, e accusa un produttore di
molestie sessuali reiterate nel tempo dopo vent'anni.
Colleghi cittadini italiani, anche tra i più insospettabili quanto a intelligenza civica, l'accusano di opportunismo, criticando il tempo speso in silenzio in questi anni e malpensando in relazione alle presunte doti artistiche della stessa. Qualche bestia si spinge più in là, ma non sono questi subumani ad interessarci: è la gran massa delle persone comuni che (non solo sui Social, finiamola con queste boiate da "getto degli impresentabili" che in quel contesto ci finiamo tutti, non ci sono degli alieni...), che non sembra concepire l'idea di una sudditanza psicologica a tal punto pesante e coercitiva da ridurre al silenzio...
Perché la nostra cultura di fondo, basata su un cattolicesimo d'accatto che nulla ha a che vedere con il messaggio evangelico (a ben leggere...), alla fine ha il suo effetto anche a distanza, anche per irraggiamento: come è possibile che una donna si sia prestata a certi "servizi" senza averne, in fondo, la volontà? Come è possibile che non abbia semplicemente detto no? Come si può considerare stupro un atto così particolare, in cui non ci sono quattro energumeni a tenerti per braccia e gambe mentre a turno fanno i loro comodi? Solo quello è stupro, no?
La cosa peggiore è che i commenti più negativi, o almeno i più dubbiosi, sono di donne, che dovrebbero essere le prime a far scudo...


Qui non si tratta di società patriarcale, è bigottismo di ritorno, legato ad un'idea del mondo talmente lineare da non concedere vie alternative a ciò che ti è sempre stato detto. Un modo di pensare per cui un uomo non può essere molestato sessualmente; un pompino non è mai stupro, forse nemmeno con un coltello puntato in gola, perché "puoi sempre mordere"; se una donna viene aggredita mentre torna a casa di notte "se l'è cercata", e così pure se decide di abbigliarsi in determinati modi; un flirt dà automatica autorizzazione a mettere in pratica qualunque tipo di pensiero sessuale, e chi denuncia, certo, "poteva pensarci prima"...


Facciamo abbastanza schifo, va detto...ma mi consola leggere tanti più o meno giovani maschi, come il sottoscritto, che la pensano come me: saranno padri anche loro, padri di figlie, magari.


Passerà la nottata.

sabato 14 ottobre 2017

Scuola e lavoro

Lo scorso 11 Ottobre un fiume di studenti (non ho voglia di partecipare alla guerra dei numeri, che lascia il tempo che trova in questo contesto) ha manifestato contro l'ultima di una lunga serie di riforme del sistema scolastico, puntando particolarmente il dito contro l'adozione del sistema di alternanza scuola-lavoro voluto per introdurre "un metodo didattico e di apprendimento sintonizzato con le esigenze del mondo esterno che chiama in causa anche gli adulti, nel loro ruolo di tutor interni (docenti) e tutor esterni (referenti della realtà ospitante) [...] per sviluppare in sinergia esperienze coerenti alle attitudini e alle passioni di ogni ragazza e di ogni ragazzo" (fonte. MIUR).


L'idea è quella, secondo il ministero, di proporre percorsi lavorativi ai ragazzi delle superiori, anticipando l'ingresso nel mondo del lavoro, quantomeno dal punto di vista metodologico: si alterna la teoria imparata a scuola con la pratica dell'attività lavorativa di tutti i giorni.
Obiettivo sensato quanto opinabile, ma che comunque - va ammesso - contiene di per sé tutte le caratteristiche di un percorso innovativo, di una rinfrescata al sistema di istruzione media superiore italiano (che da troppo tempo continua a campare di una rendita da tempo esaurita...), affiancando alla preparazione didattica una prima infarinatura "pratica".
Se non fosse che siamo in un paese totalmente disabituato a programmare in modo sensato, vedi lauree triennali, per rimanere in tema di istruzione...Così una buona idea diventa una assoluta, indiscutibile, mostruosa cagata, e a pagare sono le persone che in futuro dovrebbero rappresentare il nocciolo produttivo e direttivo del Paese: gli studenti.


L'alternanza scuola-lavoro potrebbe essere un buon investimento, a patto che si pongano le necessarie condizioni per non farlo diventare (come invece è accaduto) un doposcuola obbligatorio con cui fornire bassa manovalanza alle aziende e preparare gli studenti al precariato.


1) Coerenza con il percorso di studi
Quale "sinergia di esperienze coerenti alle attitudini di ogni ragazza e ragazzo" può sviluppare un'attività lavorativa presso una libreria generica per un ragazzo dello Scientifico? In che modo il monitoraggio dello stato di salute delle acque pubbliche può essere un "metodo didattico e di apprendimento" utile per una ragazza del linguistico?
Le esperienze sopra descritte mi sono realmente state indicate da ragazzi che le hanno vissute, e non hanno alcuna valenza didattica né tantomeno lavorativa. Qualcuno fa notare come la cosa sia perfettamente in linea con la "vita reale" dopo il diploma, in cui molto difficilmente si riesce ad ottenere un impiego perfettamente in linea con i propri sogni o con il percorso didattico/accademico effettuato: si tratta di un'osservazione particolarmente insulsa, perché parliamo di un percorso di apprendimento che nulla ha a che vedere con il "praticantato" o la "gavetta" (sempre dal MIUR: "L’alternanza è parte integrante della metodologia didattica e del Piano Triennale dell’Offerta Formativa, mentre il tirocinio è un semplice strumento formativo [...] si distingue anche dall’apprendistato in quanto si configura come progetto formativo e non come rapporto di lavoro [...] e che pertanto ha l'obbligo assoluto di essere in linea con ciò che si è sviluppato in linea teorica nel corso di studi")
Le convenzioni con le aziende dovrebbero, pertanto, essere approvate dalle strutture ministeriali periferiche, valutando i piani formativi e la loro attinenza ai percorsi scolastici specifici: cosa si intende fare in tal senso? In che modo la stipula di convenzioni con catene di fast food rientra in qualsivoglia Piano Triennale dell'Offerta Formativa?


2) Reversibilità dei "costi" personali
Uno dei punti più controversi riguarda la retribuzione delle ore lavorate: lo slogan più presente in piazza ieri l'altro era proprio "il lavoro si paga". Fermo restando che di lavoro non deve trattarsi (vedi punto precedente), in che modo si intende ripagare il tempo passato in alternanza?
È totalmente deleterio erodere ore di didattica a favore dell'alternanza. Ma anche l'utilizzo del tempo personale degli studenti è francamente intollerabile, a fronte del mancato rimborso di qualsivoglia tipo di costo: ritengo personalmente obbligatorio introdurre un rimborso delle spese legate quantomeno al trasporto ed ai pasti degli studenti, ma non potendo conoscere tutte le convenzioni in essere, risulta quantomeno necessario un monitoraggio diretto da parte ministeriale delle attività previste e della ripartizione delle ore dedicate. In molte attività, infatti, gli studenti sono stati di fatto inseriti in turnazioni senza avere le adeguate coperture dei costi intrapresi per potervi partecipare, e ciò non può accadere. Le forme di rimborso possono essere elargite in modi diversi, quali la somministrazione di buoni pasto o di borse di studio ad hoc cofinanziate dalle aziende partecipanti, le quali (vale la pena ricordarlo) hanno anche dei vantaggi finanziari dalla stipula delle convenzioni.


3) Volontarietà di adesione
La partecipazione all'alternanza è attualmente un obbligo per gli studenti del triennio conclusivo: perché? Perché, a fronte del sistema ormai collaudato dei Crediti Formativi, non si è pensato ad utilizzare gli stessi quale "premio" per studenti volontariamente partecipanti e si è puntato ad una costrizione spesso deludente?
In tal senso avrei ritenuto molto più formativo (sotto molti punti di vista) e socialmente utile l'obbligo del Servizio Civile, che avrebbe superato ognuno dei punti che stiamo elencando qui. Ma in assenza di questo, sarebbe stato molto più consono dare una scelta agli studenti, che specialmente negli istituti liceali "storici" (Classico e Scientifico) troverebbero molta difficoltà a definire vie di formazione pratica al lavoro, considerato lo scopo ultimo di tali istituti (il passaggio ai percorsi accademici).


Ritengo questi tre punti fondamentali, ma ce ne sarebbero molti altri di cui discutere: è certo, in ogni caso, che rendere l'esperienza davvero formativa, volontaria e non onerosa sia il punto di partenza per far sì che il lavoro degli studenti non venga sfruttato a mero fine produttivo, che, anzi, si diano agli stessi tutti gli strumenti per sapersi formare una coscienza civile da futuro lavoratore, e schivare così precarietà e sfruttamento.


Dobbiamo formare dei cittadini, prima ancora che dei lavoratori. Dobbiamo far sì che gli errori del passato non siano più ripetibili: così si gioca solo a costruire la larga base dove fondare i futuri profitti di pochi.