Benefit

Nel TGIF di venerdì scorso ho accennato alla ormai diffusa moda che, di importazione anglo-americana, si è ormai consolidata pure nel nostro paese, quella del morboso interesse delle aziende per il benessere e la felicità dei propri lavoratori.

Un amore tanto intenso da aver addirittura generato (ma tu guarda...) un nuovo mercato per l'erogazione e la gestione di strutturati piani di welfare privato, dove qualcuno si limita a voucherizzare premi di produzione da spendere "solo negli esercizi commerciali convenzionati", qualcun altro arriva fino all'istituzione di convenzioni con palestre, catene alberghiere, ristoranti per ottenere stratosferiche e imperdibili offerte a favore dei propri dipendenti, giungendo alle forme più elevate, con piani pensionistici privati, assicurazioni sanitarie private, sostegno economico all'istruzione dei figli in istituti molto privati...un vero e proprio universo di servizi che l'Azienda, graziosamente, concede al lavoratore che, in questo modo, non ha più di che lamentarsi, in quanto davvero tutelato a trecentosessantagradi in ogni sua esigenza.

A leggere un po' in giro è una specie di rivoluzione, un innovazione inderogabile nel mutuo intreccio relazionale tra lavoratori, imprese e Stato, in cui tutti vincono: il dipendente riceve un sostegno concreto per le sue esigenze, lo Stato si vede sgravato dalla necessità di erogare certe misure, e l'impresa, che si vede abbattuti i costi per via degli sgravi fiscali derivanti, che migliora l'umore delle proprie "risorse umane" con riduzione dell'odiato "assenteismo" (anche se l'assenza è per malattia) e aumenta, di conseguenza, la produzione.
Una rivoluzione, tra l'altro, che si somma a tutta quella risma di imperdibili iniziative volte a rendere meno pesante la propria vita lavorativa: giornate dedicate alla famiglia sul posto di lavoro, alla vaccinazione sul posto di lavoro, alla sensibilizzazione sulle diversità nel posto di lavoro, alle tavole rotonde con i lavoratori su come dovrebbero voler strutturato il posto di lavoro, fino ad arrivare alle cene aziendali (a volte anche obbligatorie) o, financo, a quei deliziosi meeting motivazionali erogati nelle forme più strane, dalle guerre simulate alla versione psicologia del lavoro di "Giochi Senza Frontiere"...E ci aggiungerei anche i tanto richiesti asili nido aziendali, col rischio di prendermi qualche fischio...

Ecco, a me questo interesse, se non si fosse capito, provoca un fastidio clamoroso: lo trovo inutilmente invadente, senza alcun vero vantaggio rispetto alla corresponsione di un salario realmente adeguato (magari pure all'interno di un contesto lavorativo, sociale e giuslavoristico veramente a vantaggio dei lavoratori), ed evidentemente strutturato perchè quel "win-win" sia "win" solo per l'imprenditore. Tolta ogni considerazione economica sul valore e sulle modalità di erogazione dei servizi, e ignorando l'ennesimo finanziamento di un mercato privato - gli sgravi fiscali quello sono: finanziamenti -, continuo a ritenere tutto questo teatrino un indebito e indesiderato giochino per farti credere che non lavori solo per vivere, ma che il lavoro, QUEL lavoro è esattamente la tua vita.

Se voglio vaccinarmi, se voglio spendere i miei soldi (perchè sono miei...sia ben chiaro!) per comprare scatole di fiammiferi anzichè comprarci il cibo, se voglio o meno sentirmi parte di una famiglia e condividere qualcosa di privato, se voglio discutere con i colleghi di come potrebbero andare meglio le cose sul lavoro, lo faccio.
Senza necessità che l'Azienda si erga a intermediario o mediatore, senza che senta il bisogno di organizzarmi e gestirmi la vita.
Perchè ho firmato un contratto in cui mi impegno a fornire, di fatto, dei servizi al fine di realizzare un certo prodotto, non un passaggio di proprietà della mia vita all'impresa.

Fingere che siano attività per il solo bene del lavoratore, quando invece il vantaggio vira tutto dalla parte di chi tiene in mano le briglie, non è solo ipocrita: è stupido, ed insulta l'intelligenza di chi volete che si beva la balla. Soprattutto a fronte di una contrattualità sempre più spezzettata e personalizzata; di una precarietà più che diffusa anche in presenza di strumenti adeguati per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro; della spietatezza predatoria con cui gli imprenditori operano sul mercato del lavoro.
Dell'esistenza stessa di un "mercato del lavoro", in cui le merci sono esseri umani con le loro storie e la loro vita.

Menomale che è venerdì...

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