domenica 22 febbraio 2015

Australopitechi del web

Che il Web sia diventato uno strumento a tratti indispensabile nella vita di tutti i giorni non credo meriti dimostrazioni di sorta: stiamo parlando di quello che a tutti gli effetti non è più solo un mondo parallelo, una proiezione o un'estensione in codice binario della realtà materiale, bensì una parte importante dello stesso. Ce ne si può accorgere anche scorrendo le pagine dei quotidiani, o seguendo qualunque media "di vecchia generazione" in cui ormai le discussioni sulle tematiche correlate all'uso della rete sono all'ordine del giorno.
In un Paese come il nostro, che soffre di un'arretratezza tecnologica francamente allucinante, è gioco forza naturale scoprire un'analoga arretratezza nella "cultura digitale" che sfocia in paradossi e situazioni grossolane. Ciò è ancor più vero se si pensa all'esplosione delle possibilità di fruizione della rete avvenuta negli ultimi anni: l'ingresso in massa di nuove generazioni (non necessariamente in senso anagrafico) che non hanno mai passato una fase di studio e apprendimento delle modalità di tali fruizioni, dalla netiquette al lessico, fino alle "users' best practices", ha abbassato ancora di più la media di tale "cultura".
Fa così sorridere sentir parlare di "troll", di "cyberbullismo", di "privacy digitale" rendendosi conto che chi ne scrive/parla/discute non ha il minimo senso di ciò che effettivamente si può e non si può fare sulla rete. Ma senza scomodare giornali, TG e talk show pregni di giornalisti poco informati e opinionisti (senza altri aggettivi...) di varia estrazione, immagino che chiunque abbia uno o più amici che si preoccupano infervorandosi di questioni facilmente dirimibili imparando ad usare il "nuovo" mezzo telematico.
Sarebbe così facile accorgersi che il cosiddetto "cyberbullismo" potrebbe essere praticamente eradicabile bloccando, segnalando o banalmente ignorando i messaggi di chi ci molesta; che un troll non è chiunque apponga un commento critico o opposto al pensiero principale della comunità in cui viene postato; che la privacy è a portata di click, e che comunque è paradossale da chiedere se si sceglie (perchè lo si sceglie, non siamo obbligati...) di condividere una parte della propria vita su un social network; che ciò che fa Facebook delle informazioni che abbiamo scelto (vedi sopra) di condividere e di inserire nei suoi database lo abbiamo sottoscritto all'atto della nostra iscrizione...

Risultato finale? Essendo, ovviamente, anche i nostri rappresentanti degli australopitechi della rete, ogni giorno pari c'è qualcuno che alza la manina per proporre lacci e lacciuoli atti a controllare, normare o regolare le attività online. Cosa che (anche qui), con un po' di informazioni in più, chiunque potrebbe rendersi conto essere praticamente impossibile.

Comincio seriamente a rimpiangere la cara vecchia Usenet: almeno eri circondato da persone che sapevano esattamente cosa stavano facendo, mentre le altre ignoravano completamente l'esistenza di un mondo che tanto non avrebbero saputo sfruttare.

Buona vita.