sabato 30 gennaio 2016

La Famiglia

Oggi a Roma si terrà il Family Day una manifestazione "per la difesa della famiglia e del diritto dei bambini di avere una mamma e un papà". Una riunione, nei fatti, di quanti sono attualmente convinti che la "deriva" politica in tema di riconoscimento dei diritti famigliari sia inaccettabile.

Siamo perfettamente d'accordo, dobbiamo fare qualcosa per la famiglia.

Ammodernarne il concetto, per esempio, svincolare lo stesso dal retaggio religioso e renderlo più modernamente - appunto - legato a quello civile e, dunque, laico. Sancire il sacrosanto diritto di due persone di mettere in atto un progetto di vita, senza sentirsi relegati a categorie inferiori quanto a garanzia dei diritti fondamentali dell'essere umano, è esattamente un rafforzamento della famiglia, non un suo indebolimento.

Perchè se difendere la famiglia significa impedire a due persone dello stesso sesso di crearne una, c'è qualche incomprensione sul concetto stesso di famiglia: in che modo, mi chiedo, un'istituzione sociale così fondamentale (la nostra Costituzione parla, con la bellezza che probabilmente solo la lingua italiana è in grado di dare alle parole, di società naturale) può essere messa in pericolo da un ammodernamento del suo concetto? Dov'è il pericolo per le famiglie tradizionali che nel contesto in discussione vengono difese?
Il diritto dei bambini ad avere dei genitori amorevoli, in più, verrebbe anche rinforzato dalle eventuali maggiori possibilità di adozione: perchè no? Quale sarebbe il pericolo, per un bambino, nel crescere in una famiglia omosessuale (allo stesso modo, tra l'altro, in cui crescerebbe in una famiglia monogenitoriale...)?

Lo so, sono domande retoriche e forse anche piuttosto banali. Ma è di banalità che stiamo parlando, banalità incomprensibili agli occhi di chi ha organizzato e di chi parteciperà a questa kermesse del retrogrado. Sono perlopiù gli stessi occhi che urlano allo scandalo ad ogni programma televisivo giudicato inadatto, che si stracciano le vesti di fronte alle campagne pubblicitarie più aggressive, che si abbandonano a strali sulla più corretta posizione della donna nella società risultando echi stonati di tempi (per fortuna) andati. Ma che difficilmente alzano il dito per dare un vero sostegno alle famiglie, a quelle più disagiate, dove la disoccupazione ha generato mostri, dove la disperazione ha costretto a situazioni inaccettabili per ogni singolo essere umano, dove l'Orco (a cui magari si baciava l'anello) ha distrutto l'innocenza di quei bambini che si vorrebbe difendere.

Ecco, vorrei che fosse questo il Family Day, una manifestazione inclusiva, non esclusiva, che sia davvero a sostegno e a difesa dell'istituzione naturale più importante che l'essere umano abbia mai riconosciuto.
Ma ho come l'impressione che in queste manifestazioni ciò che si cerca di difendere sia il diritto ad essere i soli ad averne, di diritti...

Buona vita. E viva le famiglie. Tutte.

giovedì 28 gennaio 2016

Sensibilità

Le statue coperte per la visita del presidente iraniano Rouhani
Foto La Repubblica
La visita del presidente iraniano Rouhani a Roma, oltre che storica, ha segnato l'ennesima prova dell'insensatezza e (in un certo modo) della totale anacronisticità del Cerimoniale tuttora vigente nel nostro Paese.
Non vengono messi in dubbio i doveri del buon "padrone di casa" di fronte alle esigenze ed alle abitudini di un ospite: se invito a casa un disabile non deambulante eviterò con cura di lasciare in giro ostacoli ai movimenti della sua carrozzina, se ospitassi una persona di colore a cena certo non lo metterei allo stesso tavolo di quell'amico xenofobo e con tanta voglia di gridarlo al mondo, se dovessi invitare un vegetariano certo non gli presenterei davanti una bella grigliata mista...
Ma qui non si tratta di quella giusta miscela di buon senso, buon gusto e senso del quieto vivere alla base della buona ospitalità. Anzi, si tratta di un misto folle di stupidità istituzionale e forse di un pizzico di ignoranza e preconcetto, visto che è anche in Iran esistono musei con statue antiche mezze nude (magari censurate nelle parti intime, ma comunque ben visibili, non certo nascoste...). Al di là di questo, nascondere dagli occhi presumibilmente sensibili del nostro ospite una parte del nostro retaggio e della nostra cultura - senza voler sfociare in patriottici e offesissimi proclami che lasciano il tempo che trovano quanto e più dell'iniziativa che stiamo commentando - è quanto di più inutile e dannoso possa esserci per la nostra stessa immagine.
Inutile perchè non è certo sulle basi di certe scelte che possono essere intavolate trattative e portati in porto affari internazionali. Quindi la versione di chi pensa che "due statue nascoste valgono sicuramente N fantastiliardi di euro" non sta nè in cielo nè in terra, o perlomeno è basata sull'idea (ingenua e sbagliata) che ai tavoli di trattativa siano le "sensibilità" politiche/economiche/etiche/sociali dei vari politicanti a fare la differenza...no, sono i soldi. Come sempre. Dannoso perchè la figura barbina fatta a livello internazionale è difficilmente recuperabile e rappresenta un precedente niente male...

Certo la pletora di commenti (specie quelli politicizzati) a corredo non fa certo di meglio, o perchè punta a concetti sbagliati o perchè completamente pregna di ipocrisie e di "dimenticanze" di quanti danni siano stati fatti ai nostri tesori artistici in nome delle più svariate sensibilità (vogliamo parlare del Tiepolo censurato a Palazzo Chigi?), o dei modi più assurdi con cui abbiamo piegato leggi e regolamenti per ospitare capi di stato sui generis (la tendopoli beduina a Villa Pamphili? Ricordate?). Dove eravamo allora?

Fa sorridere (e molto) anche il parallelismo con il crocefisso nelle aule o con i suoi surrogati (presepe, albero, ecc.): parallelismo che qualifica facilmente chi lo propone, dato che in un caso si tratta di nascondere il proprio comune retaggio culturale (che si sia credenti o meno), l'altro rende unico e ufficiale un simbolo religioso che, pur concedendo l'annovero tra i retaggi di cui sopra, rimane tale e non pertinente in un luogo pubblico.

mercoledì 27 gennaio 2016

Memoria

I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere... Occorre dunque essere diffidenti con chi cerca di convincerci con strumenti diversi dalla ragione, ossia i capi carismatici: dobbiamo essere cauti nel delegare ad altri il nostro giudizio e la nostra volontà.

Primo Levi
Prigioniero nr.174517, Auschwitz - Polonia



lunedì 25 gennaio 2016

Dittatura social?

L'immagine de L'Espresso censurata su Facebook
Leggo un articolo su L'Espresso in cui si denuncia la censura subita da Facebook su una loro foto (quella che vedete di fianco), disquisendo dell'enorme potere in mano ai "Super-stati digitali" in cui "i principi democratici sono sottomessi alle policy private aziendali", specie se si tiene in considerazione la quasi necessità che oggi molte figure professionali (nonchè quasi tutte le aziende) hanno di usufruire di quegli spazi di comunicazione.
L'autore dell'articolo, Alessandro Gilioli - superando il mero giudizio dei principi di censura delle immagine da parte dei social network, che vengono applicati per un senso nudo e non, magari, per auspici di morte e insulti -  invita inoltre a sfatare il mito dell'onnipotenza delle aziende social, sia per il motivo di cui sopra (la necessaria fruibilità degli spazi comunicativi sociali), sia perchè nel suo giudizio, pur essendo spazi virtualmente privati, non possono essere concepiti come proprietari. In sostanza, non possono fare ciò che vogliono.

Dal mio modestissimo punto di vista, possono. Eccome se possono...
Possono perchè l'accettazione di quelle policies private sopra citate è, nè più nè meno, la firma di un contratto che firmiamo nel momento in cui attiviamo un account: vuoi scrivere dei cazzi tuoi su questo spazio? Vuoi mostrare al mondo quando sei bravo a fotografare i tuoi risultati in cucina? Vuoi stracciare le gonadi al resto della popolazione con video di gattini? O magari vuoi pubblicizzare il tuo operato (intellettuale o meno che sia)? Nessun problema! Puoi farlo...purchè rispetti queste regole. Semplice. Funzionale. Ed è stato così sempre, da che esistono spazi di aggregazione, privati come pubblici.
L'esempio fatto nell'articolo per cui "anche il bar sotto casa è un'attività privata, ma se tra i tramezzini circolano i topi la collettività ha il diritto di intervenire", mi si perdoni, non è minimamente pertinente, perchè si tratta di far rispettare regole - quelle imposte dalla legge - ad un esercizio privato che, a differenza di Facebook, offre un pubblico servizio. Il social network non ricade in questa fattispecie di servizi, anche se viene vissuto oggi come "indispensabile" per la propria attività.
Facendo un controesempio potrei dire che, pur avendo affittato a caro prezzo quel cartellone 4 metri per 2 sulla Tuscolana, non posso decidere di pubblicizzare il mio sito di video porno con lo screenshot tratto da uno dei film, perchè la legge (il regolamento) me lo vieta: me la prendo contro lo stato dittatore? Qualcuno lo farebbe pure, ci mancherebbe, ma avrebbe tecnicamente torto...Un esempio parabolico, ovviamente, e affatto proporzionale alla (bellissima e significativa, per quanto mi riguarda) foto di copertina, ma credo che il senso si capisca. Inviterei l'autore a vedere quel che è stato fatto, per esempio, in un ristorante di Roma (spazio privato), dove il gestore ha deciso di vietare tout-court l'ingresso ai bambini, oltretutto...

Insomma, dura lex sed lex, c'è poco da fare. Una lex sciocca, sbagliata, bacchettona, esagerata, miope...posso essere (e sono) d'accordissimo, ma da qui a vederci una possibile deriva dittatoriale, con le possibilità che fornisce il loro stesso mezzo (la Rete, che non è solo fatta di social networking) mi sembra davvero troppo.
Senza contare che sarebbe bastato censurare un capezzolo!

Buona vita

La Cosa Pubblica

Foto Tommaso Sacconi
In evidenza sull'edizione online di Repubblica questa mattina c'è un reportage fotografico di Tommaso Sacconi, da cui è estratta la foto che vedete qui a fianco. Si tratta della sala di attesa di un ospedale romano in cui, quasi fosse una tradizione, vengono annunciate al pubblico le nuove nascite direttamente sui muri, pennarello alla mano.
Un atto di per sè tenero, una forma materiale di quell'esplosione di gioia che coinvolge i parenti del piccolo nascituro a lieto evento ancora fresco, un metodo più "moderno", se vogliamo, dei furono fiocchi rosa/azzurri appesi ai portoni dei palazzi all'arrivo di un nuovo cucciolo di umano. Ma, anche al netto di strafalcioni grammaticali e parolacce, e volendo (ma proprio volendo...) non considerando la contravvenzione di articoli del codice penale, si tratta comunque di atti di pura mancanza di rispetto della cosa pubblica.
Mancanza di rispetto per il decoro di un bene comune, utilizzabile da tutti, senza distinzione alcuna, pagato attraverso le tasse di tutti (di chi non le evade, quantomeno, e anche qui si aprirebbe un bel capitolo...), statisticamente perpetrata da persone che gridano costantemente allo scandalo della casta mangiasoldi, che si scagliano contro l'istituzione denunciando il degrado in cui versa la loro città. È una storia già nota, la stessa per cui è sempre "colpa degli altri", anche subito dopo aver gettato il pacchetto vuoto di sigarette dall'auto in corsa. Stupisce anche che la stessa Repubblica definisca queste scritte "divertenti" (sicuramente lo potranno anche essere nei concetti, non nelle forma espressiva scelta), con pochi accenni in sordina al fatto che ci troviamo di fronte al deturpamento di un bene pubblico.

Questo, è bene specificarlo, non vuole essere un post populistico e moraleggiante, al limite del qualunquismo, come qualche altro sito ben più famoso di questo tende a fare (almeno per la capitale d'Italia), ma l'ennesima denuncia della sostanziale assenza di senso civico del cittadino italiano, e nello specifico romano, medio, facile ad essere trascinato dall'altrui indignazione - perchè, anche nell'indignazione, sono sempre "gli altri" ad intonare la prima nota -, molto difficile a razzolare nella medesima direzione delle sue prediche di riflesso.
Ben vengano allora iniziative come quella di Retake Roma, che svolge un vero e proprio servizio civico attraverso gli stessi cittadini, sanando, recuperando e abbellendo gli angoli della Capitale che altri colleghi cittadini hanno contribuito a rendere indecorosi, tanto da condurre in porto accordi di collaborazione con le istituzioni e le aziende pubbliche.
Vi consiglio di fare un giro completo nel loro sito, dove vedrete cosa è stato fatto e come, anche solo per avere un'idea di come dovrebbe essere una vita pubblica davvero partecipata (e magari per effettuare qualche donazione, che è sempre gradita!).

Siamo sempre lì, insomma: prima di accusare gli altri di quanto non hanno fatto per la propria comunità, chiediamoci ciò che noi potremmo fare per la stessa. O peggio ciò che abbiamo fatto per contribuire (anche nel connivente silenzio) a quel che andiamo denunciando.

Buona vita e #aripijamoseroma.


domenica 24 gennaio 2016

La genealogia dello sport


Spronato dall'ennesima discussione tra amici sullo sport per tutti, ho voluto mettere nero su bianco le mie convinzioni. Perchè, lo devo ammettere, non sono affatto d'accordo su quella teoria, non se si cerca di capire con coerenza e obiettività cosa sia, esattamente, lo sport. Quel che è venuto fuori è una sorta di albero genealogico, in cui evidenziare i tratti principali dello sportivo e chiarire in modo inequivocabile come l'esercizio fisico, il gioco, l'allenamento possano essere per tutti, ma non il loro risultato finale. Senza uno dei fattori, pur in presenza di una dignitosa sommatoria di fattori, non si può dire di essere di fronte all'attività sportiva vera e propria.

Ma andiamo con ordine. Lo sport è anzitutto gioco condito di impegno: tanti giocatori rimangono tali perchè non esiste, nella loro attività, alcuna forma di impegno vero e proprio. Impegno che possiamo considerare figlio di due aspetti principali, l'impegno fisico e quello più puramente mentale: il primo è quasi principalmente ciò che oggi viene erroneamente considerato alla stregua di una discriminante fondamentale per distinguere uno sport da un gioco, ma non è necessariamente la quantità di sudore e di acido lattico prodotta a far tale uno sport, non è cioè un problema quantitativo ma univocamente qualitativo, ovvero di efficienza (precisione, se vogliamo) dei movimenti e di efficacia degli stessi, aspetti che possono essere considerati figli dell'allenamento e dell'addestramento, considerati come due entità distinte di esercizio ed adattamento fisico e tattico, o quantomeno funzionale all'attività specifica. Nel caso dell'impegno mentale, invece, è la disciplina applicata all'attività che, unitamente alla concentrazione mentale, riesce a generare quella propensione "intellettuale", quella particolare forma mentis che solo un vero sportivo può avere.
Cos'è, invece, il gioco? Una commistione di divertimento e agone, inteso come senso della competizione, capacità di immergersi nel sistema di regole e saperle sfruttare a proprio vantaggio nella rincorsa agli obiettivi previsti. Il divertimento è un fatto quasi puramente mentale, figlio della compagnia come capacità di stare in un gruppo (di alleati o di concorrenti che sia) e dell'empatia di cui si è capaci, fonte non trascurabile di tutta la chimica biologica legata all'attività sportiva. Nel caso della compagnia si tratta di mettere in campo il proprio carisma - che non significa necessariamente capacità di leadership, quanto attitudine ad imporsi e, soprattutto, a saper reggere il confronto con gli altri - e la propria apertura mentale, in grado di farci adattare senza problemi e pregiudizi ad ogni situazione sociale, etnica, economica, intellettuale, ecc., che andremo ad incontrare nell'esercizio della nostra attività. L'agone è invece figlio del potenziale, inteso come fattore genetico generale (l'unico, se ben vedete) fatto da talento per quella determinata attività sportiva e genetica fisica, che ci potrebbe donare apparati muscolo-scheletrici più adatti ad un certo tipo di sport. Ma è figlio anche dell'intelligenza dell'atleta, quella commistione tra capacità e rapidità di calcolo che permette di saper leggere con i giusti tempi le situazioni di gioco e saper trovare le opportune soluzioni per trarne vantaggio.

Risulta chiaro, allora, come si può essere un ottimo giocatore, senza necessariamente mettere eccessivo impegno nelle proprie attività, o viceversa si può essere estremamente impegnati senza riuscire a godere dei positivi aspetti giocosi dello sport; si può essere adattissimi fisicamente e costanti nell'esercizio di questo adattamento, senza avere però le necessarie doti mentali di disciplina e/o concentrazione. E così via...
Qualcuno potrebbe contestarmi che quella appena descritta (per quanto oggettiva) sia una definizione più applicabile alla differenza tra agonista e amatoriale, ma sono convinto che tra queste due forme di sport ci sia solo il tempo a disposizione e forse (proprio a voler concedere qualcosa) la quantità di impegno applicato: ma ho già detto che si tratta di un problema qualitativo non quantitativo!

Perciò, divertitevi nelle palestre, sui campi di calcetto con gli amici, con le biciclette in mezzo alle montagne, in piscina a far vasche...e siate fieri di quello che fate e dei risultati che eventualmente monitorate e ottenete. Ma non veniteci a raccontare che praticate uno sport o che, come detto sopra, lo sport sia una cosa alla portata di tutti, perchè non è così che stanno le cose.
Lo Sport, quello vero, è un'altra cosa.

Buona vita.

venerdì 22 gennaio 2016

L'esperienza

Percentuale disoccupazione tra i 15 ed i 24 anni (fonte ISTAT)
In un Paese in cui la disoccupazione giovanile è in continua crescita da circa sette anni, e sta arrivando quasi alla metà esatta dei potenziali lavoratori di quella fascia di età, in cui al di là dei picchi degli ultimi anni, la tendenza alla disoccupazione dei giovani si è sempre attestata attorno al 25% e comunque mai sotto il 20% (almeno negli ultimi 30 anni), e con le età di pensionamento che slittano man mano verso i 70 anni per le generazioni dei trenta-quarantenni attuali, diventa molto difficile capire in che modo si possano ancora sostenere le politiche di assunzione che ad oggi la maggioranza delle aziende - specie di quelle medio-grandi e ultra-specializzate - utilizza ancora.
Leggi e norme ce ne sono state e ce ne saranno con molta probabilità nel prossimo futuro, e sono quasi necessarie, a questo punto, sebbene la tendenza (molto nostrana) all'inflazione normativa rischi di diventare peggio della malattia. Ma il problema sembra più di mentalità, in un certo senso con modalità grosso modo analoghe a quelle che hanno portato all'orrenda necessità delle quote rosa.
Pur assumendo, infatti, che nella fascia d'età in esame negli ultimi 10-15 anni sia drasticamente aumentato il numero delle figure super specializzate e dei laureati (almeno nella fascia d'età più alta), quindi alla ricerca di lavori più specifici e magari più "difficili" da ottenere per chi ha poca esperienza, resta l'amara verità di avere almeno un quarto dei giovani a spasso da almeno 30 anni.

Una delle chiavi di lettura direttamente osservata è il modo molto particolare con cui le aziende tendono a considerare la totemica Esperienza, principale fonte di lavoro e di giusto approvvigionamento di salario. Cosa buona e giusta, se fosse osservata come assommazione di capacità acquisite, esperienze vissute, cariche ricoperte e capacità affinate nell'esercizio delle proprie funzioni. Cosa ridicola se si sostituisce tal quale l'anzianità di servizio, il mero conteggio degli anni passati in posizioni lavorative similari o in assoluto, con quanto sopra detto.
Purtroppo è proprio questo che viene fatto pedissequamente, e ciò non può che danneggiare i più giovani, che solo sulle poche capacità acquisite e sulle conoscenze pregresse (si veda, ad esempio, la maggior flessibilità verso le nuove tecnologie) possono far leva.
Un serio ricambio generazionale non può non passare da questo, perchè se ad un giovane neolaureato con minima esperienza da stagista ma con solide basi teoriche e maggiori capacità di crescita si continua a preferire un consulente anziano, magari già in pensione, valutato esclusivamente sulla citata esperienza calendariale, muore ogni tentativo di rinfrescare le linee, si congela ogni capacità di rinnovamento (sotto tutti i punti di vista), ma soprattutto vanno in rovina tutte le possibili e benefiche ricadute sull'intero sistema economico nazionale.

Io continuo a sognare un futuro in cui si dia sempre più possibilità ai più giovani di mostrare l'enorme potenziale di crescita (e quello, consequenziale, di accrescimento aziendale stesso), non rinunciando all'effettivo bagaglio di vita lavorativa vissuta dei "senior", ma rinunciando a sfruttarlo in senso manageriale e cominciando a farlo marciare come tutoraggio. Qualcuno, nel mondo (USA, UK, Nord Europa...), l'ha già compreso: e se con manager di medio livello di 35-40 anni quei paesi sono riusciti a tenere ferma la barra nella tempestosa crisi e nelle successive mareggiate che continuano di volta in volta a tempestare il mondo attuale, un motivo ci sarà pure...

Buona vita.

mercoledì 20 gennaio 2016

Inferiorità manifesta

Gli ambienti di lavoro, le scuole, i campi di allenamento, e sostanzialmente ogni luogo in cui può instaurarsi un seppur indiretto confronto tra persone avviate ad attività similari, sono punti di aggregazione ideale per dicotomie più o meno marcate: bravo-pessimo, buono-cattivo, disciplinato-ribelle, veloce-lento, e così via dicendo. Sono luoghi, dunque, dove nasce e si sviluppa un certo senso di competizione per avere la meglio sull'una o sull'altra categoria.
In un clima come questo è assolutamente normale che sorgano, in personalità diverse, sensi di superiorità o inferiorità più o meno marcati, che possono essere sani e giovare alla crescita dell'intero gruppo (in qualunque forma esso si presenti); finchè non sfociano in veri e propri "complessi".
Mentre, però, un complesso di superiorità porta più facilmente all'emarginazione del complessato, reso "antipatico" dal suo stesso atteggiamento o, peggio, reso evidentemente pericoloso dalla sua incapacità di rendere quanto crede di poter fare, il complesso di inferiorità è il più subdolo e marcio per la collettiva salute.
Il complessato di inferiorità, infatti, tende sempre a compensare questa sua visione della sua posizione nel gruppo, e lo fa in modi perlopiù dannosi allo stesso. In particolare in due modi: o scegliendo la via della compensazione materiale (abiti, auto, accessori costosi, ecc.), o quella della compensazione "personale", arrivando a sgomitare per il suo solo diritto di presenza in contesti decisionali dove non avrebbe nè diritto nè interesse vero e proprio di presenza.
Il danno si crea impedendo a colleghi e compagni di gruppo ben più motivati, più forniti e più indicati di arrivare in posizioni chiave, facendo di tutto affinchè lo status quo arrivi a fossilizzarsi in una posizione non funzionale, purchè gli sia riconosciuto un distintivo di qualche tipo, che vada (appunto) a cancellare il suo enorme senso di inferiorità nei confronti degli altri di cui sopra.

Guardatevi da chi si sente sempre in pericolo, da chi manifesta costantemente una qualche forma di insoddisfazione palesando poi il piacere di andare a braccetto con chi gli sta gerarchicamente più in alto. Anche perchè spesso la loro condizione di complessati (nei contesti descritti, ovviamente) deriva da un fondo di verità: sono inferiori e decisamente incapaci di gestire un lavoro di gruppo.

Buona vita.

venerdì 15 gennaio 2016

J'étais Charlie

Poco più di un anno fa, nel post La Difesa del Nemico parlavamo della tragedia Charlie Hebdo e dell'ondata di solidale vicinanza che ha travolto (una volta tanto) la Rete e le nuove connessioni sociali, sempre più diffuse. Si storceva il naso, in quel post, nel leggere ed ascoltare il controcanto di chi bocciava come ipocrita, falsa, qualunquista e populistica la campagna #jesuischarlie, volendo quasi cogliere un cenno di "maturità" dei fruitori sociali del Web nello sfruttarne in pieno la sua democraticità.
Ebbene, un anno è passato, Charlie Hebdo è ancora nelle edicole, e continua a martellare durissimo negli stomaci benpensanti e facili all'indignazione; i quali, oggi, dopo essersi identificati, dopo essersi uniti al coro indubitabilmente libertario di allora, ritrattano e vomitano accuse contro chi avevano difeso. Ritratto anche io, dunque...
...ritratto la difesa di queste povere menti che, con tutta evidenza, hanno mancato per l'ennesima volta l'occasione per comprendere i meccanismi veri che dovrebbero essere alla base della democraticità che immaginano (erroneamente) di difendere dal nemico. Vorrei ripetere che è proprio questo che ci differenzia da loro, la capacità di dissentire senza censurare, ma sarebbe del tutto inutile, perchè risulta piuttosto evidente come, nella migliore delle ipotesi, solo un mero (e francamente desolante) fenomeno di aggregazione ha fatto sì che quel hashtag si diffondesse in tal modo.
Nella migliore delle ipotesi...perchè quella peggiore è la pulsione (neanche troppo) dormiente dentro ognuno di questi schiavi mentali ad ordinarsi silenziosamente in qualche schiera, pronti all'azione contro il nemico: non sono le Libertà Fondamentali della Società Democratica a dover essere difese, per queste anime sordide, ma il diritto di distinguersi, di isolarsi nella loro sicura roccaforte occidentale, coibentata da ogni spiffero straniero e maligno (ai loro occhi, si capisce).
Sono gli stessi che urlano indignazione per la Giustizia Matrigna condannante vecchietti a corto di pensione che rubano al supermercato, o che, similmente, plaudono onori e glorie alla pattuglia casuale delle Forze dell'Ordine che paga la refurtiva degli stessi vecchietti. E sono anche gli stessi che, al contempo, manifestano violentemente a favore del diritto del negoziante di far valere anche con la violenza (estrema, se occorre) di difendere la propria merce, posto che l'attaccante sia il nemico; o che magari si ergono a trinitari giudici-giurati-giustizieri di fronte ad un ragazzo ucciso dalle già onorate e glorificate Forze dell'Ordine, perchè sicuramente "sarà stato drogato", come se ciò fosse rilevante.

Ho già detto chiaramente cosa penso di Charlie Hebdo e del suo modo di fare. Ben venga. Ben venga chiunque possa smuovere questo stagno putrescente e melmoso di distinti, maleodoranti odio represso. Ben venga chiunque sia in grado di continuare ad assestare colpi fortissimi ai delicati stomaci di questa informe massa di materia organica, che rinnega e, peggio, non capisce cosa ha difeso è perchè era giusto, votandosi al disprezzo del diverso.

Sperando che, prima o poi, la loro distinzione li porti all'estinzione.

Buona vita.

martedì 12 gennaio 2016

Gli Sdraiati (Michele Serra, 2013)

Seguivo Michele Serra da un po', specie nelle sue riflessioni su quotidiani e riviste, apprezzandolo moltissimo per qualità di contenuti e della forma degli stessi; e conoscevo la sua veste di autore e scrittore umoristico/satirico, grazie alle perle rubate da Cuore o agli altri scritti ritrovati sulla Smemoranda di scolastica memoria.
Chi ha letto il libro prima di me mi ha dunque ancor più invogliato a leggerlo facendo leva proprio su questo aspetto dell'attività autorale di Serra: l'umorismo. Ma divorate le poco più di cento pagine del libro, mi sono reso conto che ciò che avevo appena letto era molto più che un approccio umoristico al problema che affrontava...erano le vere e proprie cronache di una guerra durissima, e in fondo, alla fine del percorso, dolcissima al ricordo.
Serra affronta, infatti, il rapporto con il figlio quasi-maggiorenne, e quasi ti rende agevole l'ascolto dello stridore di due generazioni, di due vissuti diversi (per quantità sicuramente, per qualità sarebbe da vedere meglio). Stridore, perchè non sembra esserci collisione tra i due mondi, ma un infinito e logorante avvicinarsi, strusciarsi, inseguirsi.
O almeno non c'è nell'esperienza dello scrittore, testimone di una sua personale giovinezza in cui ha agito - o ha pensato di farlo - per sovvertire lo status-quo, contestando l'autorità, il potere in quanto tale, e che mal digerisce (di naturale conseguenza) il ruolo patriarcale, col risultato di ritrovarsi di fronte una sua diretta emanazione diversissima e totalmente priva di schemi che lo possano rendere comprensibile e/o trattabile dal genitore. E - checchè ne dicano alcuni detrattori, concentratissimi ad additare le convinzioni politiche come principali responsabili della situazione - lo stesso Serra denuncia la sua "sconfitta", il suo non aver saputo imbrigliare quell'energia per farne quel che lui immagina essere la figura figliare.
Ma è forse dal confronto con la sua precedente vita di figlio che probabilmente il rapporto ne esce sanato, o (come più ovvio) l'autore si rende conto che nulla è mai stato rotto, e che le generazioni si sono sempre trovate a fronteggiarsi.
Una guerra, si diceva, la stessa Grande Guerra Finale che Serra stesso ci descrive stupendamente (comprerei il libro ora, se uscisse davvero), una Guerra da cui lui ne uscirebbe come un traditore della sua generazione, che vede nei Giovani la normalissima continuazione della vita: non sono i Giovani ad essere "alieni", sono i Vecchi a non rendersi conto che gli alieni, ormai, sono loro.
Basta poco per rendersene conto, e una gita in montagna potrebbe valere più di centomila trattati.

lunedì 11 gennaio 2016

Il Duca Bianco

David Bowie
(foto Flickr dietro licenza CC BY 2.0)
Seguo (e strimpello) un genere musicale un po' particolare, me ne rendo conto, non alla portata di
tutti, sotto molti punti di vista, fosse anche solo quello della "durezza" delle sonorità. Ma è un genere che mi ha insegnato a conoscere davvero la musica, a non nascondermi dietro un'etichetta, ma ad apprezzare tutto ciò che possa davvero essere reputato degno di essere annoverato tra le opere del genio creativo umano.
È per questo che, pur non essendo quel che si può definire un "fan", non posso non riconoscere ad un genio come David Bowie la più alta levatura artistica, che gli appartiene senza ombra di dubbio, e non posso non essere lieto di aver potuto vivere come contemporaneo di un simile gigante.
Ma non voglio dilungarmi nello spiegare cosa è stato Bowie, basti questo: questa canzone suona esattamente come dovrebbe suonare un pezzo grunge, arricchito da quella che probabilmente è la voce più grunge di tutte, quella di Kurt Cobain.
Questa canzone è stata presentata in questa forma esattamente durante la registrazione del famoso live di cui il video è parte, il 18 novembre 1993.
Questa canzone è del 1970, scritta dal genio che oggi ci ha lasciato.
Abbiamo decisamente perso un artista abonimevole...
Addio David...