lunedì 31 dicembre 2018

Ostaggi?

Lo scrivo adesso, sufficientemente lontano dai clamori suscitati dalle notizie ancora fresche in arrivo da San Siro. Almeno possiamo mettere in chiaro l'assenza di velleità da "eco di rimbalzo" dei fatti quotidiani e delle opinioni ad essi legati, come troppo spesso avviene...
Come non accadeva da parecchio tempo, infatti, l'Opinione Pubblica (al solito, sempre più legata ai suoi alfieri professionisti che occupano TV e giornali) è tornata ad esprimersi su uno dei nemici più dichiarati del più recente Perbenismo Borghese di stampo Decorista: il tifoso di calcio. No, non gli ultrà, che pure devono sorbirsi il ruolo da capri espiatori di ogni male, rimanendo l'ovvio bersaglio "estremista" di un estremismo ben più odioso, perchè celato sotto tappeti di Buon Pensiero e presentabilità varie di fronte al Comune Sentire. Proprio i tifosi, dunque, elementi di disturbo non indifferente in quanto fideisticamente (e non sta a nessuno giudicare il senso di questa fede) legati a qualcosa di ben meno controllabile di quanto credessero...
Perchè il progetto era ben chiaro agli occhi di chiunque avesse mai avuto un minimo di capacità di lettura e di frequentazione degli stadi della palla tonda, già descritto dalla letteratura a chiare lettere da quell'Hornby divenuto cult di massa grazie al cinema col suo Febbre a 90°: il modello a cui tendere è quello inglese, con la pretesa sconfitta del fenomeno Hooligans, da riproporre nelle varie salse all'italiana ad ogni evento avverso. Colpire il tifo come lo si è conosciuto finora puntando ad un decoro diverso a quello che non riesce a contemplare alcuna forma di partecipazione diversa dal grigio quieto vivere, al decoro del Sacro Ordine Pubblico. Una scusa imponente per teatrizzare gli stadi, per far sì che diventino quei Templi dell'Intrattenimento per eccellenza in cui l'espressione di massima interperanza dovrebbe diventare una fastidiosa e ritmica Ola.
Tutto questo, dicevamo, a detrimento non solo delle frange più estreme del fideismo sportivo, ma di ogni tifoso, compreso chi, come il sottoscritto, pur non avendo avuto il necessario proscenio di vita e una forza di volontà diversa per riuscire a vivere appieno quella Mentalità, intende seguire con fervore, passione e costanza la propria squadra del cuore, anche sostenendone i necessari costi.
Sorrido amaramente, quasi incredulo, di fronte al nuovo, trito messaggio di sempre: "Gli stadi si stanno svuotando!" e "Le famiglie si allontanano dal calcio!", nonchè, infine, "Gli Ultras (perchè per tutti "ultras" è il plurale di "ultrà"...) hanno preso in ostaggio il calcio!".
Sorrido pensando ai profitti multimilionari che con forza centripeta sempre più imponente si accumulano sui pochi a danno dei moltissimi, pensando ai settori ospiti angusti messi in vendita a più di 50 €, agli stadi che cadono a pezzi e sono stracolmi di barriere architettoniche, ai controlli da carcere di massima sicurezza, ai divieti ed alle vessazioni più cretine (qualcuno, un giorno, mi spiegherà perchè far togliere le scarpe, sotto la pioggia, a quel bambino di sei anni circa che, davanti a me, entrava per la prima volta allo stadio col papà...), alle curve divise, alle trasferte impedite per imperscrutabili ragioni di ordine pubblico...
Sorrido pensando che, probabilmente, le famiglie non vanno allo stadio perchè spendere almeno 600 € al mese per andare allo stadio non è proprio una cosa per tutti...
Sorrido, pensando che forse non è il movimento Ultras ad essere il carnefice del calcio, che siamo ostaggi ma della solita logica del capitale che vuole spremere il limone più succoso di tutti, perchè quello che può al contempo obliare le menti con maggior facilità. Mi verrebbe quasi da dire, ben venga chi rimane a testa alta e petto in fuori in questo scenario...

Che sia necessario colpire chi sbaglia non è una bestemmia, sia chiaro. Che ci sia anche bisogno di un'attenzione maggiore alle intromissione della militanza politica estrema, quando non peggio, è inevitabile. Ma forse è il caso di non continuare a demonizzare ogni subcultura che si presenta in Italia con lo stesso sprezzo con cui si allontanano i cani rosi dalla rogna...

Forse è il caso di approfondire:

Pierluigi Spagnolo "I ribelli degli stadi", 2017, Odoya
Daniele Colombo e Daniele De Luca "Fanatics: voci, documenti e materiali del movimento ultrà", 1996, Castelvecchi
Marco De Rose "Controcultura ultras. Comunicazione, partecipazione, antagonismo", 2011, Coessenza
Andrea Ferreri "Ultras, i ribelli del calcio", 2008, Bepress
Giovanni Francesio "Tifare Contro, una storia degli ultras italiani", 2008, Sperling & Kupfer

...ma soprattutto Valerio Marchi:

"La sindrome di Andy Capp, cultura di strada e conflitto giovanile", 2004, NDA Press
"Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio", 2005, DeriveApprodi
"Teppa. Storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri", 2014, RedStar press
"Ultrà, le sottoculture giovanili negli stadi di Europa", 2004, Koinè

Buona lettura. E ragionate con la vostra testa.

mercoledì 26 dicembre 2018

La scuola

Non serve arrischiare un trattato di pedagogia per capire quanto importante siano le politiche di istruzione in un moderno paese democratico, importanza evidenziata, d'altronde, dalla morbosa attenzione che ogni schieramento alternatosi negli ultimi trent'anni al governo ha riversato nella scuola e nell'università, ognuno pretendendo di avere la giusta ricetta per formare i nuovi cittadini. Una cura fuori controllo, al dire il vero, tanto da produrre nel tempo - con tutta la serie di Riforme della Scuola ogni volta introdotte sulle note di fanfaresche presentazioni al pubblico - mostri snaturati dal contesto sociale del Paese stesso, perlopiù per una poco intelligente attività di importazione di modelli che nulla hanno a che fare con il fondamento "tradizionale" dell'educazione nazionale.
Cerchiamo di diradare ogni nebbia di dubbio in tal senso: non può e, a mio modesto avviso, non deve esistere un modello perfetto, non si deve cadere mai nell'autarchica tentazione di aver trovato l'unico modo giusto di fare le cose, nel campo dell'istruzione in particolare, avendo a che fare direttamente con la formazione di un cittadino prima ancora che di un attivo membro del sistema produttivo, intenendo quest'ultimo nel senso più ampio e civile del termine, non soltanto nella sua accezione capitalistica occidentale (sempre che se ne possano definre adeguatamente i confini, nel nostro contesto...). Pertanto, per dirla completamente, che vi siano periodici mutamenti, riforme e cambi di rotta è non solo normale ma anche altamente auspicabile, nell'ovvio contesto del miglioramento, del rinnovamento sulla base delle nuove e più accreditate dottrine in ambito sociopsicopedagogico e, più "crudamente", dell'adattamento funzionale del percorso scolastico e accademico alla moderna realtà del lavoro succesivo ed effluente agli stessi percorsi. Il punto, infatti, non è sul cambiamento, ma sulla volontà evidente di voler apporre una firma politica al modello formativo di costruzione della classe dirigente in primis e di quella civile quasi come conseguenza, con l'aggravante di volerlo fare limitandosi a raffazzonare il più delle volte delle pallide imitazioni di adattamento di soluzioni vincenti altrove.
In particolare il modello anglosassone sembra esserci particolarmente a cuore, essendo il pozzo da cui più si attinge in tante materie ed in quella scolastica/universitaria soprattutto. Tralasciando le specifiche riforme ed i commenti ad esse, ed ignorando per una buona volta il mito italiano di quella che è stata definita "la migliore scuola del mondo" o comunque "la più invidiata" (ed evitando, quindi, di chiedersi perchè tanta perfezione non ha conosciuto imitazioni nel resto del mondo, come invece è accaduto da noi con i modelli stranieri...), vorrei soffermarmi sull'organizzazione generale della scuola secondaria, che in Italia è riuscita ad essere oggettivamente e per molto tempo un modello formativo avulso dall'insussistenza di un ideale limbo tra il ciclo dell'obbligo da una parte e il percorso di specializzazione, accademico o professionale che fosse.
La visione di un ciclo scolastico "preparatorio", suddiviso in preparazione al percorso universitario (licei) e a quello lavorativo (istituti tecnici e professionali), ha avuto i suoi indubbi meriti per molto tempo, cedendo di funzionalità al fluidificarsi della società e, contestualmente, delle offerte lavorative, finendo di rischiare la desuetudine di fronte a nuovi percorsi di preparazione ed ingresso nel mondo del lavoro (vedasi anche le sole lauree triennali, su cui sarebbe da scrivere un post a parte). Riformare ed adattare il modello al contesto reale non significa necessariamente creare spezzatini e confusioni d'identità a vario titolo e di vario tipo, ma ristrutturare il necessario mantenendo una struttura consolidata ed efficace.
Andiamo al sodo.

Licei
L'obiettivo è quello di preparare gli studenti ad un successivo percorso universitario, la cui offerta è però cambiata in tanti modi ed è certo ben più articolata di una netta suddivisione tra materie "scientifiche" e materie "classiche". Non abbastanza, però (secondo la mia opinione), da dover pensare alla creazione di improbabili percorsi liceali, magari già affrontati in altre istituzioni (vedi Liceo Musicale, ad esempio) o intesi come specializzazione di licei già esistenti (vedi i vari "tipi" di liceo scientifico).
Tenuta la necessità di avere un Liceo Classico, per tutti i successivi percorsi umanistici, ed un Liceo Scientifico, per i percorsi a carattere scientifico e tecnologico, integrato (non diramato in alternative specialistiche, come oggi) con materie che recentemente sono divenute parte integrante di quei due panorami, quali l'informatica e le scienze motorie e dello sport, e tenuto conto della necessità di non trasformare un percorso propedeutico in un nuovo corso alla professione (di studente, nello specifico), si potrebbe pensare di riformare il Liceo Linguistico per essere parte specialistica (questa sì) del Liceo delle Scienze Umane; di abolire o integrare come specializzazione (anche qui) del Liceo Musicale nel Liceo Artistico; di generare, infine, l'unico "ponte" tra scuola e università oggi mancante, quello con i percorsi giuridici: si potrebbe pensare ad un Liceo delle Scienze Giuridiche, che, sulla base della formazione più affine a quella Classica, approfondisca le tematiche del diritto e delle scienze sociali e socioeconomiche, preparando alle varie Giurisprudenza, Legge, Scienze Politiche. Se, infatti, l'accesso alle scienze mediche e fisologiche può essere successivo ad un percorso Scientifico canonico, così come l'accesso alle materie economiche, a cui tra l'altro è possibile arrivare dal percorso peritale (ex Istituto Tecnico Commerciale), non esiste alcun effettivo collegamento tra un percorso universitario giuridico e la formazione liceale.

Istituti Tecnici
Per quanto in questo campo possa andare un po' meglio, anche qui l'eccessiva frammentazione e specializzazione ha colpito in maniera inesorabile. Per quanto, infatti, potesse essere prevedibile e (da un certo punto di vista) auspicabile il dettagliamento di tanti percorsi un tempo inclusi nell'Istituto Tecnico Industriale, pensare di essere arrivati a differenziare anche i percorsi peritali delle professioni economiche non era francamente pensabile.
Va detto che l'obiettivo con cui gli istituti tecnici sono stati pensati fu quello di generare un percorso minimo di preparazione per tutta una serie di figure intermedie e precedenti il livello di specializzazione accademica, permettendo di normare tutte le posizioni professionali che, in quegli anni, si stavano affermando (cosa che, nel riformare il percorso universitario nell'attuale "3+2" non è stato fatto...ma, come già detto, ne dovremmo parlare a parte). Non parliamo dei corsi professionali, quindi - dove pure una specializzazione eccessiva può essere inefficace alla preparazione e, volendo, alle stesse necessità del mercato. Parliamo di istituti di formazione di una classe di potenziali lavoratori già specializzati, non solo preparati, che non deve necessariamente riflettere la singola tipologia di lavoro: a cosa serve, dunque, un istituto di istruzione tecnica per la Moda? Quale posizione professionale realisticamente sostenibile può essere mai tagliata per un perito dei Trasporti? Quale per i periti della Comunicazione? E per quelli del Turismo?
Non mi faccio queste domande retoriche per disprezzo dei professionisti di quei rispettivi settori, o dei ragazzi che magari hanno scelto quei percorsi perchè speranzosi nelle possibilità a loro descritte, sia chiaro. Solo che si ha l'impressione, nella migliore delle ipotesi, dell'ennesima speranza del legislatore di lanciare il sasso nello stagno per fare surf: già con le lauree triennali (sì, lo so, è la terza volta che dico che merita un articolo a sè, ma il confronto continua ad essere inevitabile ogni volta!) si è sperato di generare un mercato del lavoro costruendo prima i lavoratori del mercato stesso, generando sfiducia in uno strumento che (in un modo o nell'altro) allo stato costa tenere in piedi, e che abbandona inevitabilmente una fetta di laureati ad essere schiacciati da una parte dagli specialistici/vecchio ordinamento, dall'altra dai periti/diplomati, non bastasse il precariato "semplice"...

La peggiore delle ipotesi, in generale, e non è detto che non sia possibile, è la malafede, l'aver voluto generare precariato istituzionale, di aver voluto saturare e desaturare ad hoc ogni singola nicchia di mercato, guidando le necessità a seconda delle convenienze economiche e (dunque) politiche. All'imbecillità non voglio credere, per quanto sia tentatrice: non posso pensare che davvero si sperasse di raggiungere in tal modo i risulati sperati, di voler creare posti di lavoro da una parte e generare una maggior quota di laureati...davvero, lo vedrebbe anche un bambino che in tutti i modi tentati finora, compresi quelli attuali, sarebbe davvero inconcepibile!

lunedì 17 dicembre 2018

La semina del vento

Non sarebbe nemmeno necessaria l'ovvia condanna a premessa, perché un gesto violento rimane tale in tutte le sue connotazioni civili ed etiche. Né tantomeno dovrebbe servire l'anticipazione di distinguo ed eccezioni, utili solo ad aumentare il sospetto di un doppiopesismo. Ma la notizia dell'aggressione dell'On.Mara Lapia da parte di un povero coglione contestatore non può non far sorgere qualche domanda di approfondimento: perché, diciamolo chiaro, non si tratta di usare il metro del se l'è cercato spesso usato sulle vittime di violenza in generale, né di voler alzare idealmente le spalle di fronte ad un clima per nulla tranquillo...Certo che quando il tuo partito si è impegnato negli ultimi anni a massacrare mediaticamente gli "avversari", quando i toni dello scontro verbale sono passati dall'originario Vaffanculo al fango quotidiano, se di tutto è stato fatto per creare un clima di sospetto, di odio, di rigurgito avverso all'istituzione come entità, prima ancora che come espressione di una politica giudicata contraria, di allergia violenta con l'effetto di rendere lercio tutto ciò che è politico in modo diverso, occorre, quanto meno, una riflessione sul come si è arrivati a tutto questo.


Questa è, a mio modo di vedere, l'amarezza più grande che rimarrà in questa vicenda, perché, vedrete, non ci saranno disamine di alcun tipo in tal senso, tutto si sistemerà con l'ovvia, dovuta, solidarietà del caso, e tutti si affretteranno a chiudere con condanna solenne, evitando di sporcarsi nel pantano delle riflessioni. Hai visto mai si dovesse perdere qualche altro voto.


Invece no, l'onorevole Lapia resta una donna aggredita da una esimia testa di cazzo un bruto, per il solo fatto di essere stata riconosciuta come donna delle istituzioni, magari di una parte politica avversa. Ma è la parte politica che più di tutte - insieme ai compari di governo - ha spinto per esasperare gli animi, per esacerbare un clima già frizzante a causa di crisi e problemi atavici mai arrivati a vera soluzione.


Perciò, sì, piena solidarietà e condanna incondizionata del gesto di un cretino. E condanna piena e incondizionata anche per chi continua a voler incatramare il confronto politico in un'arena gladiatoria in cui vince chi mena di più il nemico.

sabato 15 dicembre 2018

Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini (Yasmina Khadra, 2015)

In un'epoca di incertezza politica e sociale, di condanna del malaffare come nemico dell'interesse pubblico, leggere un testo come quello di Yasmina Khadra (pseudonimo femminile di Mohammed Moulessehoul) rischia di essere un colpo al cuore, per la visione di tanti (troppi) cupi riflessi che si intravedono perfettamente anche lontano da quella società.


Il ritrovamento del cadavere di una giovane donna e lo sviluppo delle relative indagini ci accompagnano per mano nello scoprire le storture e le magagne di un sistema di potere tossico e incancrenito in uno dei paesi chiave della Primavera Araba del 2010-2012, senza mai dimenticarsi di tenere nel cuore ciò che di buono l'Algeria ha saputo fare, senza mai abbandonare, quindi, l'amore per una terra che semplicemente l'autore e i suoi personaggi positivi (la commissaria Nora in primis) non abbandonano mai, pur nello sconforto dell'insostenibilità. Se i problemi più "famosi" del mondo arabo in generale sono sfumati sullo sfondo, per quanto ben presenti e pesanti, come il problema della condizione della donna, pur liberata e accedente a posizioni lavorative di una certa responsabilità, ciò che ci aggroviglia lo stomaco è la completa libertà con cui pochi comandano molti, senza nemmeno la necessità di assumersi concrete responsabilità politiche e sociali, anzi...senza metterci la faccia! Sono i rboba, agenti dell'ombra e nell'ombra, marionettisti oscuri che tirano, intoccabili, i fili di tutta la vita nazionale: decidono, dispongono, comandano, accomodano e distruggono a piacimento, senza mai comparire, veri gangli tumorali di un potere ormai in metastasi, concreti guardiani dello status quo che premia solo chi si piega, e solo per il tempo necessario all'ennesimo sfruttamento. Una situazione di cui, ormai, anche le comparse più misere, i crumiri più disposti ad allungare le labbra verso scarpe incrostate del fango del malaffare e, spesso, del sangue degli innocenti, cominciano a sentire il peso.


Sarà proprio la testardaggine di una donna, la commissaria, a voler affrontare la Bestia, nonostante tutto, a voler scoprire il circo degli orrori, una volta di più occupato a nascondere senza scrupolo alcuno le sue storture. Ma è quasi uno squillo di tromba, una chiamata al dovere che deve risvegliare le menti obnubilate di un popolo che si sente sconfitto in partenza.


Con lo scorrere delle pagine viene costantemente il sospetto di non trovarsi di fronte ad un noir qualunque, con momenti di rara bellezza letteraria valorizzati dall'ottima traduzione di Marina Di Leo e impreziositi dal tempo presente utilizzato in tutto il testo che pare scorrere inesorabile pagina dopo pagina.

sabato 1 dicembre 2018

Vado a scuola (di Pascal Plisson, 2013)

La più recente inflazione del termine buonismo, oltre a sustanziare in modo del tutto errato un atteggiamento totalmente diverso nelle forme e negli scopi, ha il grave difetto di distogliere una più accorta attenzione verso quegli atteggiamenti redentivi ormai diventati endemici nel Nord e nell'Occidente del Mondo, in quella parte del pianeta, cioè, resasi creatrice, ammaliatrice e al tempo stessa schiava di quel Capitale che invece continua a nutrirsi delle energie della parte opposta.
Concentrata a concentrare, impegnata con tutte le forze a dimenticare l'essenza transeunte dei propri beni, questa massa di benestanti (di cui facciamo parte, gioco forza) si affanna a dimenticare i mali che produce e le correlate disequità, approcciando alle problematiche come in un fantasioso mondo disneyano in cui, in fondo al tunnel, tutto è bene ciò che finisce bene.
Vado a Scuola, in tal senso, non esce affatto da questo seminato: troppo romanzato per essere un documentario, troppo vivido per essere un film, la pellicola di Pascal Plisson rende ben poca giustizia al dramma di quella parte di mondo più indifesa tra gli indifesi, andando a colorare di vana speranza il futuro di questi bambini privati del più elementare dei diritti, quello di istruirsi. In un fin troppo arzigogolato arrocco borghese, il regista si impegna a cancellare dall'orizzonte ogni causa, arrivando a ripulire frettolosamente il tutto dai più evidenti effetti collaterali nonchè dalle difficoltà ben più penose a cui, specie le femmine, sono costrette. Tutto è bene ciò che finisce bene, appunto, poco importa che il futuro di questi ragazzi gli verrà strappato ben presto dalle mani da un'ingordigia che probabilmente ancora ignorano...

Il fine ultimo, sia chiaro, è più che ammirevole, considerate anche le attività che l'omonima associazione organizza in nome del diritto allo studio, ma anche solo pensando al messaggio centrale del solo film. Ma il rischio, a mio modo di vedere (condiviso con tante iniziative similari, dedicate pur sempre allo stesso pubblico...), è quello di smussare i contorni di un problema aspro e fottutamente troppo importante per essere pensato in termini di alla fine è andata bene!
Tralasciando la presenza delle scene più evidentemente recitate, è forse solo con la crudezza di una ragazza che, in quanto tale, viene privata del diritto di studiare che si può pensare di svegliare anche gli animi più pigri, è mostrando in immagine viva il reale effetto del più alto tasso di abbandono mondiale nell'Africa subsahariana che si può dare voce alla coscienza più sopita, è dipingendo le difficoltà sociali ed economiche che ogni famiglia deve affrontare per mandare un figlio a scuola in certe zone del mondo che si possono far capire i danni di una non equa distribuzione delle risorse.

Insomma, Bambi era un pur sempre un cartone piacevole, ma non è di amore per fiorellini e farfalline che è fatta la vita di un cerbiatto...