mercoledì 29 novembre 2017

La fenice nera

Potremmo stare a parlare per ore di derive, estremizzazioni e stanchezze politiche di gusto assortito. Potremmo discutere di quanta responsabilità c'è da una parte e dall'altra, di come determinati climi socio-politici si siano diffusi nel tempo, degli errori di un certo relativismo che - con uno scopo falsamente riappacificante - mette nello stesso calderone esperienze ormai passate.


Resta il fatto che neofascismi di vario tipo, più o meno dichiarati, più o meno evidenti, stanno emergendo prepotentemente in molti ambiti, acquisendo consenso e installando pericolosi tarli tra chi (molto italianamente, va detto) evita di prendersi la briga di decidere, fidandosi e affidandosi a forze centripete che sarebbero dovute essere relegate nelle profondità più recondite delle discariche ideologiche del passato...I perché sono tanti, in parte già discussi su questo blog, ma quel fatto resta: il fascismo è più vivo che mai.


Le tappe erano perfettamente prevedibili, è la Storia che ce le insegna: 1) si genera il "movimento"; 2) si dà una pulita sommaria al tutto cercando di nascondere ai più la merda più puzzolente; 3) si acquisisce consenso attraverso azioni "certe" da quel punto di vista (basta una ricerca su Google per farsi un'idea...); 4) ci si inserisce nel tessuto politico ormai liso (anche per loro azione diretta...) del Paese; 5) si normalizzano i rapporti istituzionali e mediatici presentandosi come interlocutori validi; 6) si cominciano a raccogliere i primi frutti a doppia cifra alle elezioni locali, e via verso le politiche...


Tanto per farvelo notare: siamo già al punto 5), e a leggere certi commenti sul Blitz Naziskin di Como in giro per la Rete (blitz che fa parte dell'acquisizione del consenso e, in parte, della normalizzazione con i media, visto che una visita in una ONG ha portato una marea di visualizzazioni...), direi che anche il punto 6) è solo questione di tempo.


Sempre all'erta, ché l'antifascismo non è un'opzione facoltativa...

martedì 28 novembre 2017

Big Data

Non mi piace giocare la parte del modernista a tutti i costi, né quella del fatalista rassegnato, ma il polverone polemico che sui media (anche tecnici) viene tirato su ad ogni notizia di utilizzo poco chiaro dei Big Data da parte delle varie aziende produttrici ha qualcosa di vagamente ridicolo ai miei occhi.
Ogni qualvolta che leggo un "Google usa i dati del GPS del vostro smartphone per tracciarti" o un "Apple può registrare dal vostro microfono" mi viene da scuotere la testa sorridendo...Sia chiaro, non vuole essere una giustificazione a policy quantomeno poco etiche, quando non direttamente illecite, ma il punto è un altro: se decidete di spendere centinaia o migliaia di euro per prendere possesso di un aggeggio connesso con il mondo reale e virtuale attraverso una serie di sensori che fino a pochi anni fa immaginavamo solo in una stazione scientifica, il dubbio che i dati raccolti da quei sensori possano essere usati a piacimento delle case sviluppatrici a fini commerciali deve quantomeno venirvi...


Ma immagino che gli stessi che oggi si stupiscono del fatto che Google usi i dati di posizionamento (che non sono solo GPS, e basterebbe aver visto almeno un telefilm poliziesco del 1998 per saperlo...) dei dispositivi per avere indicazioni sui gusti personali dell'utenza e fornire servizi dedicati (traffico in zona, luoghi da visitare, orari negozi, ecc.), siano gli stessi che ancora si stupiscono del fatto che dopo aver cercato "funghi trifolati surgelati" su Amazon si ritrovano le inserzioni sulle fungaie su Facebook.


Il futuro non è per tutti.

martedì 14 novembre 2017

La nazionale

Ce lo diciamo e ce lo sentiamo dire spesso, mutuando le iscrizioni sulle testate del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma (e temo che non molti ne abbiano coscienza...): noi italiani siamo un popolo di tuttologi, pronti a discutere di qualunque argomento col piglio deciso dell'esperto e con la voglia di annunciare a tutti gli altri cosa avremmo fatto noi nelle stesse condizioni. Certo, lo sport nazionale non fa eccezione, anzi...
Viene quindi da sorridere quando, all'indomani di un'esclusione cocente (quantomeno per tradizione) dai Mondiali di Calcio che si terranno in Russia la prossima estate, con motivazioni sicuramente variegate ma con principale attinenza in campo puramente sportivo, una massa di commentatori estemporanei - chi più famoso, chi molto meno - si sforza a dare letture socio-politiche dell'evento con acrobazie degne del Cirque du Soleil: si va dal parallelo giocatori stranieri/immigrati, a denunciare la troppa "esterizzazione" delle risorse nazionali, alle letture sociali della mancata qualificazione voluta/non voluta (a seconda dello schieramento politico), arrivando addirittura a vedere una sorta di complotto sotterraneo per non avere l'evento sportivo a distrarre dalla situazione politica che potrebbe crearsi dalle elezioni di poco precedenti.
Da par opposto, c'è un profluvio di commentatori che avevano pronto il tweet dell'anno in cui ci avvertono di quanto sia incredibile che "La Gente" non capisca quali siano i veri problemi del Paese. Benaltro, insomma...


Resta legittima la libertà di poter dire la propria (anche in caso sia una palese boiata, sotto uno qualunque dei punti di vista da cui leggerla), come quella di essere in disaccordo con le letture becere, a senso unico o totalmente scollegate da una qualsivoglia lettura multidisciplinare di una sconfitta sportiva in senso pratico, del gioco quindi, e programmatico. Ma un punto sembra essere palesemente limpido: non sappiamo discutere.
Non sappiamo discutere di sport, legandolo alla vita del Paese quasi in termini di dipendenza reciproca. Ma ciò che è peggio è che non sappiamo discutere di politica, nel senso più ampio possibile del termine, che vediamo sì come un ente permeabile alla vita quotidiana (e ci mancherebbe non fosse così), ma come strumento per scardinare il normale ordine delle cose, per innalzare priorità personali o di categoria, o per risolvere istanze private: una sorta di trama oscura che permea il tutto, impedendo letture serie di ogni questione e discussioni importanti in tal senso.


In buona sostanza: non abbiamo idea di quale sia la ricetta più consona per sconfiggere populismi, fascismi 2.0 e paure annesse, ma siamo certi che il presidente della FIGC sia espressione di determinati "poteri forti" atti a...(aggiungere conclusione socio-politico-psicologico-antropologico-paleontologico-ginecologico-economica a caso).

venerdì 10 novembre 2017

Scioperati e Scioperanti

C'era una volta una Nazione cresciuta col primo sangue della reazione operaia contro sfruttatori e nuovi capitalisti. C'era una volta un Paese in cui diveniva sempre più rigoglioso il movimento sindacale, nonostante i cannoni sparassero sulle folle. C'era una volta una Repubblica che decideva di fondarsi sul Lavoro, portato sull'altare come valore fondamentale, non come mero strumento produttivo e di sussistenza, di scegliere di porre nel proprio emblema ufficiale l'Ingranaggio, dopo aver superato una delle più cupe fasi della propria giovanissima storia.


C'era...ora? Ora, anni di intrallazzi, manovre e manovrine a molti livelli all'interno dei movimenti sindacali (quanto meno percepiti o - meglio ancora -  fatti percepire al popolo) hanno minato a tal punto la credibilità delle lotte per il diritto al lavoro da rendere inefficace, o peggio inutile, ogni tentativo di riportare all'attenzione le tematiche su cui si dibatte.
Senza scomodare la sostanziale abolizione delle garanzie ex Art.18 dello Statuto dei Lavoratori (passato nella generale compiacenza o comunque indifferenza), basta osservare le reazioni scomposte e talvolta prive di senso civico, sociale, logico e pratico: la frase che più risuona oggi sui Social è un ritornello che si ripete ad ogni sciopero, «Fanno sciopero il venerdì per fare il weekend lungo»; una frase che, ad essere buoni, non tiene conto del lavoro su turni che svolge la quasi totalità degli scioperanti (trasporto pubblico in primis), e che presuppone quasi sempre una sostanziale ignoranza delle tematiche che hanno portato allo sciopero.


Che l'astensione dal lavoro possa diventare un disagio per altri cittadini non è né anomalo né ingiusto, perché è il grimaldello con il quale quella lotta può scassinare chiusure mentali, indifferenza e fastidio (e purtroppo non tutti i lavoratori possono vantare lo stesso peso in tal senso). Altrettanto normale è che quel disagio possa divenire un'arma a doppio taglio, se usata con discrezionalità poco attenta, che possa produrre un moto di repulsione allo strumento Sciopero in generale, ogni qualvolta che si manifesta per "gli altri" contro quelli che vengono visti come diritti insindacabili del cittadino...Eppure intelligenza pretenderebbe attenzione e comprensione, almeno approfondimento, per non doversi trovare sulla riva sbagliata del fiume quando sarà il momento.


C'era una volta un Paese in cui i Diritti dei Lavoratori era un Valore Fondante: ora c'è il diritto alla comodità ed al privilegio, il diritto alla critica a priori di tutto ciò che va (direttamente o meno) in contrasto con quanto abituati ad avere; il diritto a credere che i problemi possano risolversi con l'ineffabile saper vivere all'Italiana maniera...con buona pace di chi crede ancora oggi di avere il Dovere di protestare per portare all'attenzione di tutti le proprie istanze.


La richiesta di accortezza e di senso civico, specie per quelle proteste più direttamente coinvolgenti il pubblico, è sacrosanta; ma lo deve essere al pari del diritto a protestare e del dovere di capire.


L'Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul Lavoro (Art.1, Costituzione della Repubblica Italiana)

mercoledì 8 novembre 2017

Le sfide della sinistra moderna

Diversamente da quanto abitualmente previsto all'interno di questa categoria, ho voluto redigere una recensione ad un articolo di Luciana Castellina sul Manifesto del 7 Novembre scorso, in cui si prende spunto dalle celebrazioni per il Centenario della Rivoluzione di Ottobre per trattare un tema quanto mai delicato, nell'era della post ideologia. Ovviamente si tratta più di una "lettura critica" che di una vera e propria recensione, ma ho ritenuto valesse in ogni caso la pena di fissare il commento dell'autrice in una categoria che meglio lo rappresentasse in senso più generale.


Il compito che si pone l'autrice fin dall'incipit è dichiaratamente quello di definire, nell'epoca che stiamo vivendo, il ruolo esatto di un militante politico che possa definirsi comunista. Una domanda affatto banale e di non facile definizione, fosse solo per il dubbio sulla sensatezza di una definizione di appartenenza politica così netta e così lontana nel tempo.
Cosa dovrebbe fare, oggi, un «militante comunista occidentale nella sua attività giorno per giorno»? Quale ente socio-politico può prendere il posto del proletariato, ormai inesistente «nelle forme che conoscevamo»? In un certo senso, riassumendo il tutto, quali letture sono necessarie oggi per far evolvere quanto proposto dal comunismo di allora, portandolo ad una fruibilità politica, sociale (e culturale, quindi) più moderna e rispondente alle nuove necessità?


Già, perché non vi è dubbio alcuno circa la reperibilità di quel che un tempo è stato il Proletariato, una classe che l'autrice definisce «frantumata socialmente, economicamente, culturalmente [...] geograficamente dispersa», stato che non può che dipendere principalmente dalle moderne forme di lavoro, che hanno destabilizzato (se non eliminato, almeno localmente) la collettività, favorendo in modo crescente l'individualità lavorativa e - in conseguenza - sociale. Ed è proprio la ricomposizione del soggetto socio-politico centrale a dover diventare il primo compito di una forza comunista.
Vorrei, in tal senso, fare un parallelismo (ardito, considerato il contesto...) con la situazione politica italiana, in particolar modo in seno alla Sinistra, la quale continua a fingere di non sentire il dolore che ormai l'attanaglia dallo scioglimento del Partito Comunista Italiano...anziché curare le ferite dolenti, di presentarsi con vesti nuove e più adatte ai tempi correnti, anziché, cioè, discutere sul "Cosa diciamo?" ci si è soffermati al "Chi siamo?", in molti casi rimanendo impassibili a mirare rughe e acciacchi allo specchio, mentre altre forze prendevano il controllo e delle tematiche riformiste e di quelle sociali.
Oggi assistiamo all'ennesimo balletto utile solo a rispondere alla seconda domanda, se non - peggio - a trovare un senso delle cose nel mero calcolo elettorale...ma resta esattamente quanto Castellina propone: rinsaldare i ranghi, trovare il modo di dare identità, ordine e compattezza alla società che ci vogliono far credere liquida, e rappresentare per essa quantomeno il corrispettivo politico in grado di sostenerne le istanze. Finché questo non verrà fatto per davvero, la Sinistra verrà costantemente doppiata da quelle forze (probabilmente più "fresche", e quindi più abili a dialogare con le nuove forme sociali) ideologicamente contrastanti se non opponenti (vedi populismi e destre estreme).


In tal senso (andando ad anticipare un po' la tematica, proposta più avanti nell'articolo), l'autrice chiede di rivedere le dinamiche che legano la rappresentanza politica più pura, il Partito, con ciò che negli ultimi anni ha permesso almeno la continuazione dell'attivismo in diverse forme, il Movimento: di fatto oggi «anche il migliore dei partiti è portato solo ad autolegittimarsi politicamente, ignorando le istanze dei movimenti [...], ma questo non si significa che il problema della strategia ce lo si possa mettere alle spalle». La necessità dei Movimenti quali enti aggreganti, quasi vitali ai fini del mantenimento del fuoco partecipativo, pur importantissima è da rivedere e ridimensionare, alla luce delle nuova necessità e del contesto democratico in cui ci si vuole muovere. Contesto che andrà riformato e rivisto per arrivare ad una gestione della società, oggi parzialmente eclissata da un senso delle istituzioni che si vuol far tendere alla sola partecipazione elettorale, punto sul quale solo una forma partitica, magari rivista e corretta, ma comunque centrale, può operare. Abbiamo cioè serrato i ranghi e definito il perimetro sociale entro il quale eleggere l'ente protagonista dell'azione politica; non resta, per far sì che questa azione sia davvero politica e orientata alla costruzione oltre che all'atto di rottura e protesta, è necessaria una regia coordinata e coordinante che (pensandola in parallelo alla Rivoluzione d'Ottobre) non sia solo promotrice e guida della "insurrezione", ma anche operatore per «la riappropriazione cosciente delle funzioni svolte dalla burocrazia statale, per la gestione sociale».
Proseguendo il parallelo con la situazione della Sinistra italiana, diventa chiaro che solo in seconda istanza l'assunzione delle responsabilità politiche da parte di un singolo e coeso soggetto partitico diventa importante: perché al di là della prima fase già descritta, sarà dunque necessario compattare e superare l'esplosione movimentista degli ultimi anni, senza rinunciare ai Movimenti stessi, ma facendo punti di ingresso o di uscita, facendone valvole e sensori di un meccanismo ben più grande. Compito non certo semplice...


Resta una domanda di fondo a cui, francamente, non saprei dare risposta, e che ho avuto l'impressione di mettere in qualche difficoltà l'eccellente Luciana Castellina: a fronte di quella che definisce privatizzazione del potere, dello spostamento del potere decisionale (anche politico) dalle aule parlamentari alle meeting room delle grandi multinazionali e delle holding, dove trovare il vero nemico, se presente? Su cosa porre gli accenti? «Dove si trova oggi il Palazzo d’Inverno»?
Non è l'assenza di un nemico il problema, ma la sua individuazione. Non sono gli strumenti a disposizione per rimarcare la centralità di quella Società da ricompattare a mancare, ma le corrette condizioni di utilizzo degli stessi...
In buona sostanza, per la Sinistra, si tratta di saper generare le giuste domande, finendola di affannarsi a cercare prima di tutto la risposta più giusta, in una gara totalmente inutile e aliena dai problemi reali di quella società da ricompattare di cui sopra.


Nessuno può dire che sia un compito facile. Ma almeno comincino a parlare...