giovedì 19 luglio 2018

Trasporto capitale

Che la situazione di viabilità e trasporti nella Capitale d'Italia siano allo stremo è cosa risaputa da
chiunque legga, anche di tanto in tanto, i commenti e le notizie provenienti da più parti: quel che accade oggi a Roma, è bene dirlo, non può essere del tutto attribuito all'amministrazione pentastellata ad oggi in Campidoglio, perché di colpe ed errori se ne possono trovare tantissimi, sia guardando alle istituzioni sia guardando all'atteggiamento di gran parte dei cittadini romani.
Ma solo loro, i cittadini romani, sono in grado di spiegare cosa può significare cercare di muoversi nella loro città utilizzando esclusivamente il mezzo pubblico, specie nelle zone più periferiche o nelle tratte ad esse collegate: fanno sorridere, infatti, le sortite (ammiccanti all'ambientalismo in modo nemmeno troppo dissimulato) di presidenti di commissione particolarmente fantasiosi nella loro denuncia della "scarsa voglia" dei cittadini di muoversi in bicicletta o con i mezzi pubblici; soprattutto fanno sbellicare quando l'obiettivo è quello di dimostrare che si può fare,  postando sui social i propri record personali in bicicletta nel centro di Roma tra diverse sedi di lavoro.
Peccato che non tutti hanno la fortuna di non dover timbrare un cartellino (quindi di non avere tempi contingentati) o di avere la sede di lavoro non troppo distante da casa...per carità, qualcuno ci prova e ci riesce persino, ma la massa (numerosa) di cittadini che dalle zone più centrali si sposta a decine di km di distanza, magari con orari di inizio turno prossimi all'alba o di fine turno in tarda nottata, difficilmente può essere biasimabile se rifiutasse di mettersi a pedalare per poi aspettare mezzi che, nella migliore delle ipotesi (cioè quando passano, non prendono fuoco o fanno corse limitate per "ragioni tecniche"), rischiano di essere affollatissimi, e quindi incompatibili con l'imbarco di una bici...


Ma non è questo il punto di questo post. O meglio, è solo un doveroso cappello, un prologo che serve per presentare la fantastica proposta di estendere anche alla Capitale la costituzione di un'area con pedaggio all'accesso che dovranno pagare anche i residenti, una volta terminati i ticket "bonus" a disposizione (dalle ultime proposte 150 ticket). Bonus che, inevitabilmente, per chiunque dovrà recarsi al lavoro magari fuori dal territorio comunale, o in un'area mal servita dai mezzi pubblici - come ce ne sono ancora tantissime - finirà molto presto...


Diciamo che l'idea di disincentivare l'uso dell'auto, prescindendo da tutto, è un'idea eccellente. Ma diciamo pure che prescindere non si può, e che dobbiamo fare i conti con molti aspetti:


1) Perché penalizzare i residenti? Si potrebbe comprendere il sistema dei bonus, al limite, anche per i lavoratori nel territorio coperto dal pedaggio, ma sul perché i residenti debbano pagare per tornare a casa, quando magari gli stessi potranno liberamente spostarsi in macchina senza pagare una volta dentro l'area, è un mistero...paradossalmente, un lavoratore costretto a farsi più di 80 km al giorno, tra andata e ritorno, per andare a lavorare arriverà a pagare (dai conti fatti sul Corsera) circa 360 euro l'anno, se le cifre saranno confermate, mentre qualche "privilegiato" (si fa per provocare...) potrà portare i propri figli alla scuola distante 500 m da casa e fare la spesa al supermercato a 700 m, tranquillamente spostandosi sul SUV turbodiesel, senza pagare un centesimo...


2) Perché l'Anello Ferroviario? Parliamo di un'area di ben 32 kmq, in cui abitano e lavorano più di un milione (1 000 000) di persone...a Milano sono 8 kmq e 80mila abitanti...a Londra 19 kmq e 130mila residenti...ci sarà qualche differenza?


3) E veniamo al punto dolente: nello spirito dell'iniziativa, oltre al suddetto disincentivo dell'auto, al decongestionamento dell'area centrale (e turisticamente più appetibile, chiaro) della Capitale, c'è l'incasso di una somma da destinare al potenziamento dei mezzi pubblici...ma un'iniziativa del genere non può partire senza aver già potenziato gli stessi! Senza contare lo stato finanziario pietoso in cui versa l'ATAC, che certo non potrà beneficiare dei quattro spicci raccolti, sulle spalle ovviamente dei cittadini Romani...


Forse è il caso di pensarci meglio...

mercoledì 11 luglio 2018

La fabbrica del consenso (questione di preposizioni articolate)

Parlare di populismi è diventato un argomento sufficientemente scivoloso nell'epoca dei "serve and volley" dialettici di stampo sociale. Una viscosità fastidiosa per chi bada bene al senso delle parole, per quanto nuove e artatamente costruite nell'ambito della narrazione giornalistica, e magari si sente rispondere che essere (appunto) populista dovrebbe essere un vanto, perché significa "lavorare per il popolo", fare in modo che ogni decisione sia presa nel suo interesse, dandone addirittura un'accezione partecipativa che nei fatti non ha.


Parliamo di una questione di preposizioni articolate corrette, fondamentalmente, perché parliamo di una serie di politiche che non sono PER IL popolo...ma DAL popolo, CON IL popolo...
Cerco di spiegarmi meglio: un'iniziativa di governo che vada a fondo sul problema della più equa ridistribuzione del reddito è per il popolo, mentre un decreto legge tirato fuori in fretta e furia per mettere la spunta su una voce "promessa" in campagna elettorale, senza avere presupposti ottimistici di risolvere l'oggetto del contendere, è dal popolo, fatto cioè per fornire perlopiù un placebo che dia l'apparenza di un lavorio, se non uno strumento simil elettorale adatto alla raccolta voti; una proposta di legge sulla concessione di diritti umanamente indispensabili e non più derogabili ad una minoranza (sociale, etnica, sessuale, religiosa...) è un atto per il popolo, mentre un'iniziativa unilaterale volta ad accontentare la pancia dei cittadini, impedendo ad esempio l'approdo a mezzi impegnati nella ricerca e nel soccorso di popolazione migrante è un atto emesso con la pancia del popolino, messo in piedi ad hoc per sfamare bassi istinti che magari si è contribuito ad alimentare...


La differenza è netta, ma è il fine che è più preoccupante, quando nel mare di comportamenti da bar ai livelli istituzionali più alti si fanno passare leggi con interessi terzi.


Vedremo...

mercoledì 4 luglio 2018

Il rock è in terapia intensiva

La scena musicale internazionale è quel che è, diciamocelo forte e chiaro. Non che manchino buone idee e talenti da coltivare, ma la mancanza di contenuti qualitativamente all'altezza della decenza, almeno per confronto con le generazioni passate, è avvilente a sufficienza.
Lo è soprattutto per chi, nella musica, ricerca non solo facili emozioni ma anche un certo gusto, una certa tecnica e, in senso molto generale, una bellezza di fondo che sia, se non oggettiva, almeno ampiamente condivisa. Ecco, il problema è in quell'ampiezza...


Come per molti altri temi toccati in questo blog, appare evidente che la media non gode della mia stima, soprattutto quando viene calcolata su denominatori in costante espansione. Non voglio dire che la fruizione di massa sia un problema di per se stesso, quanto che la necessità di un'educazione all'ascolto sia fondativa e non complementare, come oggi sembra essere: favorire la facilità di ascolto, puntare sull'entry level a tutti i costi, tra l'altro per il semplice fatto di aumentare le vendite, non fa altro che appiattire tutto l'orizzonte ad un'unica linea produttiva.


Ma se Vico aveva un po' di ragione, l'avrà sicuramente anche in termini di storia musicale: la lirica ha sostituito - nei gusti di "massa" - la sinfonica pura, la musica leggera ha soppiantato la lirica, poi sono stati il blues e il jazz, quindi il rock, il punk e di seguito il pop...tutto è nato in oggettiva reazione all'incancrenirsi dei movimenti precedenti, al loro dissolversi o al loro rendersi così rigidi da spezzarsi alla prova dei "nuovi ascolti", mentre pian piano il mondo rendeva a disposizione gli strumenti per diffondere l'arte musicale ovunque si potesse.
Mai, però, c'è stato uno stacco netto, e non sarebbe potuto essere differentemente. Fermiamoci proprio al nostro paziente, il rock: l'imbarocchirsi delle sonorità e dei testi, o peggio l'eccessivo "impegno" (pensiamo anche al contesto storico e sociale), la deriva sperimentale e progressiva che oggi arriveremo ad etichettare come crossover, non è stata più compresa, ed è dovuto arrivare il movimento punk a rimestare il tutto a suon di bastonate allo stomaco...


Ecco, questa tendenza a mischiare le carte fino a rendere tutto incomprensibile e fumoso c'è ancora oggi, basta ascoltare un po' di cosiddetto indie per capire. Certo, non si può fare alcun confronto con lo stacco precedente quanto a qualità, perché qui - in modo del tutto opposto - stiamo affrontando un appiattimento generale su sonorità ben più facili (no, non userò "orecchiabile"...).


Aspettiamo allora i nostri punk, aspettiamo la sassata nello stagno per rimettere tutto in discussione.


Intanto continueremo ad ascoltarci i mostri dei tempi che furono.


Rock is not dead.

martedì 3 luglio 2018

Opportunismo

Dal punto di vista puramente politico, quel che ha sempre contraddistinto in modo inequivocabile il popolo italiano è sempre e comunque l'opportunismo. Inutile girarci intorno e cercare orbite dall'eccentricità più disparata per arrivare al punto: siamo solo dei mostruosi opportunisti, apparentemente lenti come macigni nel saper leggere le situazioni, ma lesti come lepri nel tuffarci su questo o quel "solutore" per avere ciò di cui abbiamo bisogno.


Non ne faccio una questione clientelare, perché tutto ciò non si riduce al più banale do ut des di "democristiano" (almeno nel pensiero popolare) retaggio, è proprio questione di opportunità da cogliere, che ci porta sempre ed inevitabilmente ad affidarci anima e corpo ad un progetto politico per poi ricrederci su quanto scelto poco tempo prima.
Il problema è che, perlopiù, su questa tendenza ci costruiamo sopra un escalation di vaccate che, a mano a mano, ci portano a scegliere sempre la soluzione forte, ricetta finale per risolvere (nella testa della maggioranza) le magagne accumulate nei periodi precedenti. Una mossa che è regina di opportunismo, perché la scelta del Capo, del Duce, dell'Uomo Solo al Comando, non è dettata da necessità politiche, ma dalla voglia di sgravarsi dalle spalle la responsabilità della scelta, più o meno consapevole.


Chiedete ad un "fascista" della strada, di quelli che "ci vorrebbe una bella dittatura per sistemare le cose", cosa fare quando verranno soppresse le libertà individuali, quando ogni forma di diritto dovrà essere prima spurgata dal pensiero unico al comando...guardatevi le interviste inserite nel film "Sono Tornato!" per capire meglio cosa voglio dire: arrampicate sugli specchi che urlano idiozia da tutte le parti, gente convinta di poter sistemare tutto con una dittatura "illuminata" o, peggio, elettiva. Proprio la quintessenza dell'opportunismo: a te tutte le grane, poi se decido che non vai più bene...avanti un altro!


Ancora peggio è il fatto che "il cambiamento" ci viene propinato come normale e sana alternanza di governo.


Non ci rimane, dunque, che aspettare il prossimo. Sperando si sia all'inizio del ciclo, e non alla fine...