giovedì 28 novembre 2013

L'applicazione della legge

Sarebbe stato piuttosto facile, banale e decisamente poco originale scrivere della decadenza di Silvio Berlusconi. E oltremodo sarebbe stato sciocco esultarne, in quanto nulla di eccezionale è accaduto se non la semplice applicazione di una legge dello Stato approvata da 736 eletti del Popolo Italiano tra senatori e deputati, ivi compresi dunque (la matematica non è un'opinione) gli eletti del partito di detta personalità politica. Un fatto normale, dunque, un qualcosa che ha ripristinato il principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla giustizia, e che sarebbe giusto anche alla luce di quanto detto in un mio precedente post circa la possibilità di difendersi (se c'è ancora qualcosa da difendere) senza danneggiare il senso dell'Istituzione che si rappresenta.
C'è inoltre qualcosa di amaro in questo "ripristino della normalità", qualcosa che va al di là delle vicende che hanno portato a questa giornata carica di significato (perché, in un modo o nell'altro, tale sarà riconosciuta) e che porteranno a breve ad ulteriori ripercussioni e colpi di scena; qualcosa che non ha a che fare nemmeno con l'assurda e irritante polarizzazione sui media e - peggio - sulla vita istituzionale del Paese che tali vicende hanno avuto, a discapito di questioni ben più urgenti, importanti o almeno interessanti. Sarà pur evidente, infatti, che la politica in questo paese è vissuta ormai (quando va bene) come un triste esercizio di tifoseria, e altrettanto vero è che tale andazzo sia stato più o meno alimentato proprio da partiti patronali e iconografici quali quello del decaduto in oggetto...ma, ci si chiede come sia possibile manifestare perché un senatore riconosciuto colpevole all'ultimo grado di giudizio sia rimosso dalla sua pubblica funzione, soprattutto dopo che a causa di questa decadenza sia stata più volte minacciata la vita del governo del Paese, che in questo momento non ha certo bisogno di scossoni politici.
So già, ad ogni modo, che l'unica chiave di lettura alle mie domande sarà quella del tifo di cui sopra, per cui non mi aspetterò certo di trovare da qualche parte risposte razionali. O forse - e la cosa è anche abbastanza agghiacciante - la risposta ce l'ho già, e voglio evitare di riconoscerla. Tant'è...

mercoledì 20 novembre 2013

L'ultimo decollo di Volare

Questo che leggete potrebbe sembrare un post di poco conto, una piccola (per dimensioni e portata) disquisizione su un argomento molto faceto. Ma non lo è, anzi, probabilmente è uno tra i più seri.
Con il numero 351 di Novembre, all'anno trentunesimo (31...tre...uno) di pubblicazione, l'Editoriale Domus ha deciso di mandare in pensione Volare, la rivista più importante del settore aeronautico italiano. Sicuramente per tiratura e vendite non assimilabile ad una rivista di massa, Volare rappresentava di certo il punto di riferimento per chiunque si avvicinasse, vivesse, lavorasse, amasse il mondo del volo in Italia. Contestata e contestabile sicuramente, non priva di difetti e di scelte sbagliate, era comunque la voce più importante e autorevole dell'ambito in un Paese che relega (o immagina) l'attività aeronautica a lavoro per superuomini e giochino per ricchi bambinoni cresciuti. 
E proprio in questo senso Volare ha rappresentato un riferimento continuo, nel lottare contro certe convinzioni, nel punzecchiare la burocrazia aeronautica istituzionale, nel denunciare le cancrene delle stesse istituzioni e nel far capire che dietro ogni pilota c'è semplicemente un appassionato bambino che non si è voluto limitare a restare dietro la rete dell'aeroporto con gli occhioni sgranati, ma ha fatto della sua passione il proprio lavoro o quantomeno il suo hobby prediletto, con sforzi e sacrifici che spesso sono difficili da comprendere per chi guarda da fuori. È stata, cioè, una voce importante per un settore morente che dà lavoro a un manipolo di appassionati che, in un contesto più "normale", avrebbe già abbandonato la barca da tempo...

Si badi bene, il mio non vuole essere il lamento funebre per la rivista del cuore, ma una vana denuncia dell'ennesima vittoria delle ragioni del profitto: vana non perché inutile, ma perché è evidente (e crudelmente giusto, ahimè) che se qualcosa rende economicamente poco si debba chiudere, di certo l'editore non fa quel mestiere per mera filantropia (su questo ci sarebbe tanto da dire, ma non è questo il posto e il momento...); ma la chiusura di una testata giornalistica è sempre qualcosa di negativo per la società a cui è rivolta, in particolar modo se questa testata giornalistica si interessa di una nicchia di argomenti per la quale ci sarebbe tanto bisogno di scrivere, riflettere e indagare...

Eppure ci spero ancora...spero ancora che, come accaduto in altri contesti per altre riviste, un altro editore con un baricentro più spostato verso il cuore che il portafogli sia disposto a provare di tenere ancora in piedi una voce importante in un contesto come il morente panorama aeronautico italiano.

Buona vita, buona lettura e buon vento a tutti.

martedì 19 novembre 2013

Innocente fino a dimissioni contrarie

Che la classe politica italiana non goda di particolari simpatie tra i suoi rappresentati non credo vi siano grossi dubbi, altrimenti difficile sarebbe spiegare i motivi per cui quasi all'unanimità tale classe è stata equiparata ad una casta.
Non ho intenzione di dilungarmi sui perché e sui come dell'antipolitica dilagante, né di associarmi incondizionatamente ad essa, ma vorrei soffermarmi su un fenomeno che si dice essere molto italiano, ma che, in ogni caso, mi irrita come un impacco di ortica: la cronica allergia alle dimissioni della nostra classe dirigente in odore di reato.

Non è assolutamente in dubbio il diritto di ogni inquisito ad essere ritenuto innocente fino a prova contraria o, meglio ancora, fino a definitiva emissione della sentenza di condanna; lo è, invece, il buon gusto di un rappresentante del popolo che, sospettato di aver commesso un reato (ma anche un qualche "scandalo" contrario alla pubblica e comunemente accettata morale o decenza, perché no), si ostina a voler mantenere la sua pubblica funzione.
Di controindicazioni ve ne sono diverse; per citarne alcune:
  1. l'accusato sarà assorbito dalla vicenda, nella migliore delle ipotesi solo psicologicamente, nella peggiore anche nei fatti, dovendo adoperarsi per difendersi dalle accuse, quindi la sua funzione pubblica risulterà inevitabilmente a regime ridotto e l'istituzione risulterà danneggiata in diversi modi;
  2. avere una carica pubblica sotto accusa per erronei comportamenti privati (o pubblici, non lo escludo) non giova certo al buon nome dell'istituzione da essa rappresentata né del sistema istituzionale del Paese;
  3. affrontare guai giudiziari, scandali e quant'altro dall'alto di una funzione di rappresentanza pubblica non è certo conforme a quello che dovrebbe essere lo standard democratico: un ministro della giustizia sotto processo non può essere considerato certo nella stessa condizione di un privato cittadino...checché ne dicano le leggi fondamentali garanti di tale uguaglianza, infatti, sembra piuttosto ovvia la differenza!
  4. voler difendersi dalle accuse facendo uno spontaneo passo indietro è mille volte più rappresentativo ed elegante dell'aggrapparsi alla poltrona al grido di "lo devo ai miei elettori!".
Purtroppo l'atto del dimettersi è visto come una conferma alle accuse anziché come un leale e istituzionalmente integerrimo atto dovuto, e in nome di questa patetica resistenza si arriva a mettere in piedi atti da operetta che fanno piangere gli italiani e ridere (tantissimo) gli altri coprotagonisti della scena mondiale.
Speriamo, stavolta, che il legislatore non si inventi leggi per salvare se stesso come accaduto in passato, o che, peggio, l'accusato non minacci di farsi esplodere portandosi dietro tutto il palazzo, come accaduto in questi anni.

Buona vita.