sabato 24 gennaio 2015

La croce e l'alambicco



In un articolo del 23 Gennaio su la Repubblica, lo scrittore inglese Ian McEwan ci spiega come la libertà di parola sia l'elemento fondante della società democratica, l'elemento, cioè, da cui tutte le altre libertà derivano, garante della coesistenza multietnica oggi indispensabile. L'autore si rivolge in buona sostanza ai regimi religiosi affermando che

La libertà di parola non è il nemico della religione, è il suo nume tutelare. È grazie alla sua presenza che Parigi Londra e New York sono piene di moschee. A Riyadh, dove è assente, le chiese sono vietate. Oggi come oggi chi importa una Bibbia lì rischia la pena di morte.
Poco su cui discutere.

Ma non è il senso dell'articolo ciò che mi ha fatto riflettere, quanto un passaggio iniziale in cui, in senso lato, sono i singoli riti religiosi stessi ad essere definiti atti di "blasfemia" contro gli altri riti:

Gesù è il figlio di Dio? Non per i musulmani. Maometto è l'ultimo messaggero di Dio sulla terra? Non per i cristiani. l'universo si può spiegare o esplorare meglio secondo la cosmologia basata sulla fisica, lasciando Dio da parte? Non per i musulmani o i cristiani.

Senza concentrarci sui termini, sul concetto specifico e sul suo significato, l'assimilazione del pensiero scientifico al rito religioso è non solo risibile, ma totalmente fuori contesto.

Come fuori contesto sono quei tentativi più recenti di definire compatibili scienza e religione riconoscendone le possibilità di convivenza: è grosso modo lo stesso concetto che definire "compatibili" la matematica e lo studio del greco antico, o la pratica dello yoga e la cucina macrobiotica. Sono due cose diverse, orientate a diversi scopi e con diverse modalità di esercizio: la religione non spiega perché la mela che si stacca dall'albero cade sempre verso il basso, semplicemente perché non è negli scopi della stessa; analogamente la scienza non ricerca la possibilità di esistenza al di là della vita terrena, perché non è un fenomeno osservabile e dunque non è di suo interesse discuterne. Non si tratta di superiorità dell'una nei confronti dell'altra, ma di profonda differenza.

L'assenza di dogmi, la dipendenza da riproducibilità e dimostrazione dei propri teoremi, la necessità stessa di mettere in discussione gli stessi sono al tempo stesso la garanzia e la dimostrazione della libertà legata al pensiero scientifico. Non può esserci esclusività in quanto fa la scienza, le sue leggi sono inclusive, vanno a spiegare non ad imporre; non c'è salvezza per chi le accetta e le fa sue né punizione per chi ne dubita, perché esse continueranno ad essere valide in modo completamente indifferente.

Ognuno può apertamente e direttamente mettere in discussione ogni singola teoria, formulandone di nuove: è sufficiente poterne dimostrare la validità e mettere altri (dubitanti o meno) in condizione di fare altrettanto in modo del tutto indipendente. Questa è esattamente libertà.

Probabilmente l'intento di McEwan era quello di puntare l'indice contro lo scientismo oltranzista, quel metodo militante (che recentemente sembra aver contagiato anche una parte del mondo non credente), che trasforma ciò che per natura è avulso da dispute ideologiche in una nuova religione, e che soprattutto tende a rimarcare confini ed innalzare muri dove è del tutto inutile.

Si tratta di estremismi, di forme fatte della stessa sostanza di cui sono fatti tutti gli estremismi, compresi quelli religiosi, sicuramente.

Ma in nome della scienza non si è mai ucciso, né mai nessuno è stato incriminato, privato dei propri diritti civili o in ogni caso perseguitato, fosse anche da un piccolo mucchio di fanatici...

No, sir McEwan: lasciamo fuori la scienza dalla disputa.

sabato 17 gennaio 2015

Il lettore, il becero e la rete

Il mondo non fa poi così schifo. Lo dico sempre ogni volta che mi trovo a ripulire le mie magliette dai frequenti rigurgiti di cinismo misantropico. Perché proprio in quelle fasi ti ritrovi sullo straccio pezzetti di sanità mentale, di giustizia, di coerenza lucida e pragmatica, di sano senso civico e del dovere, che in fondo ti fanno rivalutare il tutto.
Tra l'altro, a pensarci bene, sono forse la razionalità e quel cinismo (derivato) di cui sopra che ti aiutano a superare l'illusione di un mondo monocolore e votato all'idiozia.

Paradossalmente sembra che ciò che peggiora il sapore amaro che resta in bocca ad ogni commento abominevole o ad ogni post becero è proprio ciò che mi permette di far conoscere al mondo le mie turbe mentali: la Rete. 
Nell'attuale forma e con gli attuali strumenti il Web rappresenta non solo una delle più importanti invenzioni della storia a livello di comunicazione, ma, in un certo senso, è anche l'espressione più concreta ed etimologicamente più adatta di democrazia che sia mai stata messa in atto dal genere umano: ognuno, sulla rete, ha non solo il diritto, ma la concreta e fattiva possibilità di esprimere le proprie opinioni, senza distinzione alcuna. Ed è forse proprio qui l'inghippo.
Non il fatto di per sé, che è ovviamente cosa ottima, ma l'oleosa sansa da esso derivante che per i palati più fini (o meno incrostati, mettiamola in modo meno superbo) risulta alquanto amara al gusto.
In concreto, nelle passate ere della comunicazione risultava abbastanza facile schivare i sottoprodotti meno prelibati, non tanto per la cura nella selezione delle proprie fonti di approvvigionamento informativo, possibile ancora oggi, quanto per la minor incidenza di tali sottoprodotti: forse per la macchinosità dei mezzi, forse per un pizzico di pudicizia legata alla poca dimestichezza con l'intervento diretto, la Massa (principale produttrice mondiale di fuffa, becerismo e stronzate) non aveva molto da dire. Oggi invece il mezzo social pullula di liquame, ed è impossibile far finta di non vederlo, e tocca imparare a saperci convivere senza conati.

Poi ci si rende conto che la Massa ha lo stesso accesso che ha il resto del mondo alla Rete, e ti viene in mente che magari quella sovrabbondanza di fonti sopra citata è un rischio concreto per chi non è abituato a selezionare, a disquisire, a pensare. E ti metti l'anima in pace.

Ma sì. In fondo il mondo non fa così schifo. Qualcuno dei suoi abitanti sì, magari, ma tant'è.

Buona vita.


Storia di due ragazzi e due ragazze

Due ragazzi scelgono di fare una vita particolare: servire il proprio Paese indossando una divisa. Lo fanno, molto probabilmente, non con la mera intenzione di avere uno stipendio sicuro, perché si orientano verso una specialità non facile, invidiata e da molti ambita, quella di incursore della Marina Militare.
Un lavoro difficile che li porta a visitare tanti posti, sempre con quell'ideale in testa di servire la Nazione in cui sono nati e per cui darebbero la vita, almeno negli intenti. Un lavoro difficile che per definizione li porta sicuramente a rischiarla, la vita, a fare cose pericolose in cui la loro incolumità è sostanzialmente messa istituzionalmente a repentaglio.
Succede che il Paese che amano chiede loro (per motivi legati ad una cattiva gestione legislativa di queste problematiche) di scortare un bastimento mercantile privato contro la possibilità di attacchi da parte dei pirati che frequentano le acque da attraversare.
Succede che, per uno dei tanti errori operativi che possono capitare in questo genere di lavori, i due ragazzi sparino ad un peschereccio scambiato per un'imbarcazione dei suddetti pirati, uccidendo due pescatori all'interno della giurisdizione di uno stato estero. La nave viene fatta attraccare nel porto più vicino dello stato estero in questione (non serve qui discutere sul perché e il "per come"), e i due ragazzi vengono arrestati con l'accusa di omicidio.
In un bailamme di intrecci diplomatici, errori politici e incapacità generali, la vicenda prende una piega non proprio allegra per i due ragazzi, che da tre anni vivono non in un carcere di massima sicurezza, ma presso l'ambasciata italiana, in attesa che una corte dello stato estero indicato prenda una decisione in merito alla loro eventuale condanna. Una situazione delicata e molto particolare, non da disaminare con la leggerezza con cui, in patria, è stata disaminata dai più (che probabilmente ignorano i dettagli, o sanno solo quanto raccontato da quattro titoli), per i quali i due ragazzi sono due eroi che vanno salvati anche a costo di tentare un "blitz" militare piuttosto surreale, pur se lo stato estero fosse stato tra i nemici dichiarati.

Due ragazze, con un impegno ed orientamento politico neanche troppo velato, decidono di voler fare qualcosa per le persone sofferenti nel mondo: entrano in una ONG e si impegnano a partire per un paese straniero allo scopo di aiutare i meno fortunati a vivere l'orribile situazione di caos e violenza che stanno vivendo. Una decisione piuttosto difficile, non da tutti, e sicuramente piuttosto pericolosa e rischiosa sotto molteplici punti di vista.
Le due ragazze, durante una delle tante operazioni che le ha viste protagoniste, vengono rapite da un gruppo di rivoltosi del paese che le due stavano cercando di aiutare: una vicenda non rara, purtroppo, un sequestro le cui sorti finali e il cui scopo non poteva essere chiarissimo fin dall'inizio, date le diverse anime tormentate che popolano la vita di quell'area del mondo e i diversi modi di approcciarsi a simili faccende.
La vicenda non viene discussa moltissimo pubblicamente, nel più totale silenzio le istituzioni del paese natio delle due ragazze lavorano per mesi intensi alla loro liberazione. I commenti qua e là sono perlopiù molto severi, le due ragazze (quando non pesantemente insultate o quando non si augura loro di essere violentate, uccise o altre amenità simili) vengono considerate delle incoscienti che "se la sono andata a cercare", pertanto ci si augura che la loro sorte non diventi un problema delle istituzioni suddette.
Le quali invece riescono a liberarle...e la pioggia di bestialità contro le due cooperatrici aumenta...

Cosa non ho capito di queste due storie? Ma, soprattutto, perché continuo a farmi domande?

Buona vita...a tutti, indistintamente.

sabato 10 gennaio 2015

La difesa del nemico

Senza voler scomodare dichiarazioni o atti di guerra, mi sembra sufficientemente palese che quanto accaduto in Francia sia stato particolarmente grave sotto molti punti di vista.
Come dicevo nel precedente post, che fossimo o meno d'accordo con le modalità satiriche di quella rivista (o di tante altre, non importa), nulla deve distoglierci dal difendere strenuamente chi ha deciso di adoperare quei metodi per contestare questo o quel tema. Ritengo, cioè, un principio fondante della nostra cultura, del "credo" democratico e illuminista, la celeberrima frase di Evelyn B. Hall, la quale volle in un certo senso comprimere una parte del pensiero di Voltaire (a cui l'aforisma è erroneamente attribuito) sostenendo che il disaccordo non deve mai sfociare nella censura e nel totalitarismo ("I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it", da The Friends of Voltaire, pubblicato con lo pseudonimo di S.G.Tallentyre, Londra, 1906).

È proprio qui la chiave di lettura che può spiegare l'ondata di indignazione e risposta unanime della comunità mondiale (non solo occidentale, ricordiamolo...), sfociata nell'ashtag #jesuischarlie che ormai spopola in tutti i social network.
Non riesco a vedere ipocrisia o populismo in un simile gesto di vicinanza, non "grandangolando" il nostro punto di vista perlomeno. Trovo, piuttosto, alquanto incoerente la scelta di difendere a tutti i costi e in tutte le situazioni i diritti degli oppressi, senza riuscire a sentirsi in dovere di schierarsi contro chi ha creduto che altrui diritti di critica e opinione dovevano essere repressi col sangue.
Comprendo molte di queste posizioni, ben inteso, soprattutto considerato quanto qualunquista e superficiale sappia essere il web, pronto ad emozionarsi, commuoversi e indignarsi per temi che fino al giorno prima erano del tutto sconosciuti o volutamente ignorati dai più. Ma non comprendo le critiche generalizzate a chi ha voluto esprimere vicinanza con un gesto molto semplice come un banale ashtag o una frase in una bacheca di Facebook.

Forse per tale motivo sento la voglia di ribadire un concetto: quanto produce Charlie Hebdo non sempre mi piace, li ho trovati più che spesso "pesanti", eccessivi, cattivi in un certo senso; ho provato fastidio nel leggere molte loro vignette (sì...leggevo le vignette di CH...), sono stato contrariato dalle loro scelte e ho spesso pensato che fossero "contra" per il mero gusto di esserlo. Ma non sarò mai disposto ad appoggiare chi vuole ridurli al silenzio, soprattutto se questo comporta la morte di innocenti.

Non sarò mai disposto ad appoggiare chi vuole cambiare od orientare le opinioni altrui con la violenza.

Per cui...oggi come non mai...#jesuischarlie

giovedì 8 gennaio 2015

Deus non volt

Sono perfettamente conscio che questo sarà l'ennesimo atomo in universo ormai infinito e consumato di opinioni. Sono totalmente consapevole che la limitata eco di questo piccolo spazio personale sarà sufficiente a malapena a raggiungere qualche amico o qualche follower in un remoto angolo dei social network. Eppure devo esprimerla, la mia opinione, devo pronunciarmi. E lo dovrebbe fare chiunque abbia la possibilità di parlare, forte anche dei moderni mezzi di comunicazione e della distribuzione degli stessi.

Perché quel che è successo a Parigi ieri non è un problema di religione. Non di una specifica, a volerla guardare per grandi linee, ma sarebbe in ogni caso una visione molto superficiale del problema: questa è la stessa religione che benedice i riti di mafia, la stessa religione che ha spostato masse di guerrieri in terra santa, la stessa religione che ha benedetto stragi di innocenti in nome di un'entità superiore. Ma sostituite alle parole "religione" ed "entità superiore" con "ideale" e il gioco è fatto...no, non è la religione il problema...

Quel che è successo a Parigi ieri non è nemmeno un problema di integrazione: quanti esempi brillanti di integrazione devono essere sacrificati sull'altare di pochi, tremendi, efferati atti di barbarie come questo? Addirittura si potrebbero portare esempi di qualche felice e notorio "straniero" (qualunque significato diate a questa parola) talmente ben integrato da aver abiurato la propria cultura ed essere passato dalla parte ideologica degli stessi che lo avrebbero volentieri "rispedito al proprio paese a calci in culo". No, non è neanche l'integrazione...

Quel che è successo a Parigi riguarda proprio le opinioni, e la sacrosanta libertà di esprimerle che la pur fallace, sopravvalutata, malmessa democrazia ci ha garantito. Dodici persone sono morte perché altre due hanno deciso che ciò che le prime pubblicavano su un giornale satirico era non solo offensivo e sbagliato, ma addirittura punibile con la morte.
Qualunque cosa si pensi di quelle vignette, qualunque sia la propria opinione (appunto) sui temi affrontati e sul modo in cui sono stati affrontati (e vi assicuro che non ho sempre apprezzato i prodotti di quella rivista in particolare...), assodato che non c'è incitamento all'odio, non c'è violenza, non c'è cattiveria in quei disegni...assodato, in sostanza, che si tratta di satira, non c'è alcuna persona, legge o dio che possa impedirmi di difendere la libertà di quelle persone di pubblicare quanto pensavano!

#jesuischarlie

venerdì 2 gennaio 2015

Spropositi di inizio anno

Poco meno di un anno è passato dall'ultima volta che ho sentito il bisogno di pubblicare qualche mio delirio su questo trascuratissimo blog: l'indice alla destra del post che state leggendo dice che l'ultimo intervento effettuato è stato nel Febbraio 2014, un mese molto particolare per me e per la mia famiglia, che ha segnato un passaggio importante sotto molti punti di vista.
Di fatto di argomenti da trattare ce ne sarebbero stati moltissimi, dal nuovo governo alla crisi ucraina, dall'alba del "nuovo nemico islamico" al recupero finale della Costa Concordia, quindi non è stata certo la mancanza di temi a tenermi lontano.
Chiamiamo allora il periodo di silenzio passato "anno sabbatico", mettiamo un bel punto e andiamo a capo...ricominciamo da zero. Ci sono alcune idee in cantiere che vorrebbero rendere questo piccolo spazio nel marasma della Rete qualcosa di più di una finestra sui pensieri dell'autore, qualcosa di condivisibile, di commentabile, qualcosa che sia in qualche modo utile a chi lo legge. E per fare questo saranno introdotti altri autori che mi aiuteranno in questa missione e che sapranno esprimere opinioni su temi sui quali la mia competenza è meno ferrata (facendo finta di essere competente sulle competenze su cui ho blaterato finora...).
Questo non sarà il mio buon proposito per il 2015, perché i buoni propositi di fine/inizio anno sono quasi per definizione destinati a non esser soddisfatti...ma cercheremo di stupire i pochi folli che ancora tengono a passare di qui di tanto in tanto.

Pochi che ringrazio vivamente: probabilmente vi conosco di persona, probabilmente siete capitati qui per caso. Non importa, vi ringrazio perché la vostra visita (seppur fugace) significa qualcosa per me.

Buona vita a tutti e tantissimi auguri per un sereno 2015.