giovedì 28 giugno 2018

Le figlie, ovvero Dei valori e della cultura

Cosa voglia dire crescere un essere umano non è cosa semplice da spiegare. Non è questione di "finché non avrai un figlio non potrai mai capire", che è abbastanza scioccamente tautologico, quanto di non avere proprio idea di come impostare l'argomento, cosa prendere a chiave di volta di una struttura che non sempre è esattamente pari al progetto che ci eravamo fatti in testa.
Spiegare come crescerlo con "i giusti valori", poi, è un terreno viscido sospeso nel nulla pneumatico delle idee preconfezionate e ormai svuotate da ogni parvenza di pensiero logico o vagamente intelligente...


Cos'è un valore? Sulla base di cosa affermiamo la sua assolutezza e la sua fondamentale importanza nel definire la struttura portante di un individuo? Definire la "morale comune" non è già abbastanza privo di sostanza, essendo quel comune sentire qualcosa di relativo per definizione?
Non è certo questo il luogo per discutere di un argomento così filosoficamente profondo, e quindi senza reali sbocchi pratici come tutte le cose filosoficamente profonde...ma, davvero, perché devo fondare la crescita intellettuale delle mie due bambine su un sistema di regole, precetti e "valori", appunto, impostati su una sorta di media aritmetica?


Probabilmente sbaglieremo, mia moglie ed io, a crescerle nella convinzione che ogni opinione, ogni posizione (politica, filosofica, etica), ogni "fondamento" della propria vita culturale e sociale, ogni "regola", debba essere anzitutto ben chiara a loro stesse, ma soprattutto debba dipendere da qualcosa di realmente fondato, dal desiderio di approfondire prima di legarsi a doppio filo ad un'insegna predefinita che ne guidi le proprie vite.
Sicuramente staremo fallendo nel far apprezzare loro la cultura (intesa nel senso più generale possibile) come unico vero fondamento, come fonte di conoscenza e di pensiero. E ancora di più sbaglieremo nel convincerle - in modo così antitetico! - che anche un libro può essere "sbagliato", che la cultura è uno strumento per capire la cultura stessa, prima che il mondo, e che tutto va pesato.
Avremo errato con ragionevole certezza anche nel spiegare loro che l'autorità non può mai essere assoluta, e che - più di tutto - non è quasi mai priva di umana fallacia, e per questo può e deve essere contestata (se non avversata) quando siamo convinti di essere nel giusto, pur sempre nell'alveo del rispetto e della giusta misura compromissoria tra il voler combattere ciò che si considera "male" e l'utilizzo di strumenti adeguati che, in sostanza, non ci facciano oltrepassare il confine del torto.


Sbaglieremo, certo. Ma la soddisfazione di sentirle ragionare con il proprio cervello e di estraniarsi da ciò che la polarizzazione del pensiero suggerisce loro di pensare è enorme!

venerdì 15 giugno 2018

Bar Politica

L'appartenenza ad un "popolo di...[inserire qualifica a scelta]" costringe la maggior parte dei cittadini italiani ad occuparsi di un po' di tutto con lo stesso piglio di un luminare della materia, appena sceso dal palco del convegno più importante per prendersi la meritata standing ovation: se è difficile che si abbiano dubbi sulla profondità della propria conoscenza dell'argomento, figuriamoci quanto possa esserlo individuare le specifiche lacune (teoriche e/o pratiche) e i limiti che un osservatore, pur qualificato da lettura più o meno approfondita sui media (tanti...) a disposizione. Eppure la corsa al "te lo dico io" è sempre più presente, in epoca Social, con l'aggravante ridicola e urticante del ribaltamento dell'onere della prova, ove necessario.
Certo, ironico dirlo dalle pagine di un blog, capitale mediatica di quella tuttologia spicciola che ammorba un po' tutti...ma, almeno qua, non si è mai cercato di speculare di questioni più grandi di noi senza premettere che di punti di vista e opinioni si tratta. Perché, se è vero che anche per farsi un'opinione sarebbe il caso di avere gli strumenti per comprendere anzitutto, è anche vero che tra il pontificare su teorie socio-economiche avendo letto un paio di articoli linkati su Facebook e il dare la propria opinione (opportunamente pesata) sul risultato delle elezioni sono due cose ben diverse.
Il problema, a mio vedere, non è tanto l'impulso a parlare di ciò che si conosce solo per sommi capi, quanto lo scrollare le spalle utilizzando quel "...d'altronde siamo un popolo di...". E non è un caso, a tal proposito, che il dibattito politico (a livello popolare ma non solo) sia diventato la cosa più simile al tifo calcistico: nel contesto del famoso "popolo di commissari tecnici" non c'è mai stata reale capacità di analisi dei problemi e dei contesti in cui affrontarli e dunque risolverli, la formazione ce l'ha sempre fatta il giornale, la radio, l'opinionista di riferimento. Solo dopo, credendo di "essersi fatti un'idea", abbiamo avuto la pensata di mettere Candreva nel centrocampo a cinque anziché in un attacco a tre...
Stiamo peggiorando? Certo non rischiamo di migliorare, se il Ministro dell'Interno decide di affidarsi anima e corpo a proclami di una certa importanza politica su un Social Network, adottando l'immaginario grafico e letterale di quel contesto come se si parlasse di youtuber e non di problemi di ordine pubblico o di immigrazione. Ma fa anche parecchio gioco l'ingresso dei Social stessi nella vita di tutti, indistintamente (compresi tutti i potenziali CT da Bar Sport), il che assume un'importanza notevole considerato il livello di interazione che si ha oggi con i protagonisti della vita politica.
Tutto sommato è un momento interessante, se non fosse gravissimo...