martedì 25 aprile 2017

Liberi

Non è mai stata una data banale, non lo è oggi ancora di più. Simbolicamente potente, politicamente inscindibile da qualunque discorso seriamente radicato nella gestione del Paese, eticamente indiscutibile, se consideriamo il 2 Giugno il compleanno della Repubblica, abbiamo il dovere di considerare il 25 Aprile 1945 il giorno in cui la stessa è stata concepita, l'atto finale e definitivo di un amore per la Patria che ha consumato chi l'ha vissuto, ha annullato per loro ogni umano istinto di conservazione, per donarsi ad un'ideale ben più grande di ognuno di loro, che li ha resi ben più grandi di ognuno di noi che, di quello sforzo, ne stiamo godendo i frutti.
Eppure, non nel tempo ma oggi, hic et nunc, esistono ancora resistenze alla Resistenza, esiste chi mette in dubbio il valore di chi morì e combattè per ripristinare il senso dello Stato, dell'Umanità e della Libertà. Per la Democrazia. Come, analogamente, c'è chi vuole cancellare con un colpo di spugna le differenze fratricide che hanno generato e sono state generate da quegli scontri: mettere sullo stesso piano chi lottò per due idee radicalmente diverse di Italia non può avere senso, se non mettendo una distanza storica tra noi e loro tale da rendere tutto più freddo e analitico. Ed oggi così non è. Non ancora...
Certo che importa quanto oggi quei Valori vengano calpestati anche da chi viene dal Popolo investito dell'onore di servire la Repubblica, certo che importano i continui attentati politici a quel sistema ideale di cui la Costituzione è, nello stesso tempo, sintesi e custode. Ma il fatto stesso di avere gli strumenti per contrastare tutto ciò da Cittadini, il fatto di poter oggi scegliere chi per noi sceglierà, il fatto, in sostanza, di avere oggi garantito il Governo del Popolo, per quanto imperfetto, è il gioiello più prezioso che quegli Uomini e quelle Donne ci hanno donato, e non dovrebbe essere mai messo in discussione.

E proprio nel solco di quei giorni dobbiamo continuare a vigilare, a rendere viva la memoria di quei piccoli e grandi eroi che contribuirono a rendere al popolo l'Italia Libera, perchè sempre più oggi le spinte e le derive metastatiche che stanno man mano avvelenando le democrazie occidentali, pur con nomi diversi, pur presentandosi con vestiti più accettabili, rimangono comunque pericoli enormi per quei Valori.

Bisogna insegnare ai più giovani a riconoscere i segni, ad essere coscienti dei modi che il diavolo ha avuto di tentare e di instaurarsi nelle menti dei cittadini, ottenendo riconoscimento prima, consenso poi e potere infine. Bisogna ribadire a tutti che l'opposizione politica non è annullamento ma confronto, non è rifiuto ma obiezione, non è insulto ma discussione.

Bisogna ribadire che ogni volta è proprio chi si è affannato a presentarsi come diverso dagli altri, chi si è finto salvatore suo malgrado, dichiarando di avere ricette per tutto, e chi ha chiesto fiducia...sulla fiducia! Proprio questo genere di persona si è poi trasformato nell'Orco da cui siamo stati liberati...

Vigilate. Combattete. Resistete.

Viva l'Italia. Viva la Repubblica. Viva la Resistenza.

E buon 25 Aprile a tutti. Senza distinzioni.


venerdì 14 aprile 2017

A pesca con le bufale

Ormai si tratta di un argomento di attualità talmente importante che non solo è arrivato a riempire le pagine dei giornali, ma si è anche visto coniare un nuovo termine "filosofico" (la post-verità) per descriverlo. Parliamo di bufale, fake news, fandonie nate per i più disparati intenti, per le quali si stanno sprecando strali e condanne più o meno corali dall'opinione pubblica e dai vari pensatoi mediatici.
Ma ciò che stupisce, una volta di più, è l'assoluta incapacità del "pensatorato" medio di stare dietro alla velocità con cui le informazioni viaggiano, si modificano e si instaurano nelle odierne reti comunicative, ed a quella con qui quest'ultime si evolvono rendendo più rapida la condivisione di pensieri e contenuti e, nello stesso tempo, più facile la verifica delle fonti a cui gli stessi dovrebbero fare riferimento.

Se con i mezzi a disposizione il cittadino medio del web non sa districarsi tra una informazione falsa e una reale, il problema non sta nelle bufale. Se nel fruitore medio di notizie online non scatta nulla leggendo appelli improbabili a mettere un "Mi Piace" per salvare un bambino, il problema non è chi ha inventato l'appello falso. Se un lettore è propenso a credere che il politico/potente di turno abbia veramente detto che metterà una tassa sulla proprietà dei frullatori a immersione, il problema non è nel burlone che ha condiviso per primo lo scherzo...

Ovviamente si escludono situazioni diffamatorie, denigratorie, razziste e, sostanzialmente, illegali...ma continuo a dirlo: il paradosso per cui Internet, luogo pregno di informazioni preziose e prezioso a sua volta per riuscire a racimolare con facilità e velocità nozioni che avrebbero richiesto molto più tempo nel passato, sta facendo regredire le capacità di giudizio e di lettura critica delle informazioni stesse di una massa crescente di utenti sta assumendo contorni grotteschi; parliamo di un vero e proprio analfabetismo di ritorno (non solo funzionale, purtroppo) che va tamponato prima che sia troppo tardi. Ovvero prima che qualche antico e incapace (tecnologicamente parlando) solone del pensiero immagini soluzioni censorie e contrarie allo spirito stesso della Rete.

L'appello è alla massa intelligente e abile, affinchè segnali costantamente a chiunque abbocchi all'amo che si sta affidando ad una bubbola bella e buona.

giovedì 13 aprile 2017

Sondaggerie

Cercando di schivare la tentazione di riassumere tutto con "una volta era meglio" - che tendo a non sopportare quanto ogni frase fatta e luogo comune -, e prendendo atto che inevitabilmente un'attività come quella politica non può non dipendere da una campionatura statistica del proprio elettorato, ci si può rendere conto abbastanza facilmente che la mania d'oltreoceano per spin doctors, marketing politico e opinion leaders vari sia decisamente sbarcata nel nostro Paese, con danni più o meno evidenti. Non è una gran novità, considerato il masochistico piacere nell'importare sempre le mode meno affini alla nostra tradizione, e peggio di italianizzarle rendendole delle ridicole macchiette. Eppure le forme di comunicazione sociale oggi disponibili stanno rendendo il fenomeno ben più strisciante e, sotto certi punti di vista, pericoloso per la residuale tenuta politica di un Paese come il nostro.

Le linee un tempo decise dai partiti erano pure frutto di compromessi legati alle opportunità politiche ed agli orientamenti degli iscritti/elettori/sostenitori, ma riuscivano a mantenere un baricentro grosso modo certo grazie allo scheletro ideologico su cui si posavano, grazie a quella manciata di punti chiave, dunque, che non erano prescindibili per l'identificazione politica stessa della vita di partito. In sostanza: un lavoro di sintesi delle idee, della "presentabilità politica" e della vendibilità elettorale (si pensi alla formula gli elettori non capirebbero) c'era eccome, ma le linee guida erano ben chiare e non dovevano essere tradite.
Oggi ci sono una serie di personaggi politici e direttamente qualche partito, che, sfruttando le opportunità in termini di risposta che i social offrono, hanno fatto del sondaggio delle opinioni dei propri follower una professione vera e propria: "Voi cosa fareste?", "Cosa ne pensate?", "Come vorreste che fosse?". A dati raccolti, via alla propaganda, fatta confluire nel nuovo alveo degli orientamenti elettorali, costruita appositamente per piacere: si cerca di andare a colpo sicuro, insomma, non si tenta di indirizzare ma di essere indirizzati.
Questo inevitabilmente piace moltissimo all'italiano medio, convinto di essere giunto al centro delle decisioni cruciali del Paese, di aver raggiunto una democrazia considerata "diretta", vedendo promuovere anche le più becere manifestazioni della pancia dal Bar Sport al Parlamento. Piace talmente tanto che le forze politiche non interessate a trasformarsi nel braccio politico della Gente vanno in difficoltà e sono costrette ad attuare forme partecipative di qualche tipo per compensare.

Postideologia? Populismo? Gentismo? Siamo oltre, se pensiamo che abbiamo quello che attualmente può essere considerato il primo partito (per dichiarazioni di voto) che si definisce un Non Partito, che ha scritto un Non Statuto e che propone ai propri elettori la votazione del Programma, avendo ottima cura di sfruttare i nuovi mezzi di comunicazione per reclutare tutta quella forza lavoro in uscita dal Bar Sport di cui sopra. Il passo successivo è quello di smuovere le acque stagnanti di un decisionismo congelato spacciato per delegato, e confondere imposizioni e diktat extrarappresentativi per iniziative che "è stata la Gente a reclamare".
Nulla di male se l'opinione dei cittadini viene presa maggiormente in considerazione, ma quando si diceva che la politica è un'altra cosa rispetto alle discussioni da tavolo della briscola, si intendeva dire che l'attività governativa e rappresentativa di un Paese non può tener conto di pulsioni e atteggiamenti che, senza il filtro e il lavoro di modellamento, possono creare danni che solo nella migliore delle ipotesi si paleseranno nel lungo termine. E, soprattutto, se la parola d'ordine diventa "Ditemi cosa volete e io ve lo darò, a meno che non abbia in mente qualcosa di diverso per voi" si sfocia nel fascismo elettorale: raccolgo tutti i voti che posso convincendoti che sia tu a decidere come, quando, cosa e perchè, ma poi sono io che decido se, riservandomi il diritto (una volta in poltrona) di bloccare tutto e proporti esattamente ciò che voglio io. Nella pratica, ti offro la possibilità di scegliere tra alternative che comunque sono le mie alternative.

Ma alla Gente piace tanto, almeno c'è l'illusione di essere protagonisti.

Siamo quasi a Pasqua: volete Gesù o Barabba?

Buona vita

venerdì 7 aprile 2017

Guardie e cittadini

In una recente Amaca dell'ottimo Michele Serra, viene analizzata la possibilità di lasciar attrezzare la cittadinanza in forme di vigilanza attiva a deterrenza della criminalità che sembra minare la sicurezza civica dei nostri centri abitati. Tralasciando la questione "sicurezza percepita contro sicurezza reale", per cui ad analizzare e confrontare dati non sembra esserci una reale emergenza, non tale da dover ripensare le forme di prevenzione e soppressione del crimine, l'autore si concentra appunto sulla possibilità di lasciare che i cittadini si riuniscano in organizzazioni volontarie atte a perlustrare il territorio, coadiuvando le Forze dell'Ordine impossibilitate ad essere presenti in ogni angolo di paese per vigilare al meglio contro rapine e malaffare "comune". Vengono anche assegnate alcune colpe, specie a quella sinistra che, a causa di rigurgiti statalisti, mal vede l'iniziativa privata e libera in tema di pubblica sicurezza.

Per una volta mi trovo in totale disaccordo con Serra, per una serie di motivi che proverò a spiegare in questo post, senza avere la pretesa di aver analizzato tutta la situazione e i contesti in cui questa si sviluppa.

1 - Educazione civica
L'Italia non è un paese civicamente educato. È palese, è indubbio, è dimostrabile. Basta farsi un giro negli ambienti social nazionali per rendersi conto che la percentuale di persone che percepisce malamente la giustizia e più in generale tutte le funzioni istituzionali, che non ha idea di come funzioni l'apparato giuridico, che parla di "certezza della pena" senza neanche mai aver realmente approfondito le tematiche, e che giudica sentenze (o, peggio ancora, procedimenti ancora in atto) e condanne con la stessa profondità con cui un cane potrebbe giudicare una sequenza armonica all'interno di una sinfonia, è molto ampia ed è perlopiù la maggioranza ciarlante che tende a confrontare le condanne di un fotografo col vizietto per il ricatto con quelle di un rapinatore che ha lasciato un morto dietro di sè...
Come si può dare una ronda di vigilanza in mano a chi non ha la benchè minima idea di come funziona la suddivisione dei poteri all'interno di uno stato? Come si può affidare una forma di sicurezza pubblica ad un gruppo di privati cittadini tra i quali è statisticamente più che probabile possano finire personaggi convinti di essere stati promossi ad una sorta di serie A della cittadinanza, esentati magari da qualcuno dei doveri normalmente addossati alla cittadinanza stessa?
Non si può, non senza un'adeguata preparazione che certifichi le conoscenze minime di educazione civica necessarie per un tale, delicatissimo compito.

2 - Gentismo, populismo
Fortemente correlato al punto precedente, ma meritevole di un discorso a parte, è quella che oggi viene definita "deriva populista", ma che in realtà è inusitatamente insita nel genoma italico. Non siamo i soli ad avere una Lega e un M5S (non considero nullità con percentuali di adesione da farinaceo, per quanto pericolosi e da arginare), questo è certo, ma nella nostra storia abbiamo sempre avuto una forza politica con consensi sufficientemente ampi da decidere le sorti di una coalizione, con idee e programmi fondati sulla celeberrima "pancia del Paese"...è la nostra indole che ce li fa scegliere, la nostra naturale tendenza a volersi associare al miglior offerente, al facile soluzionatore.
E se devo pensare di cedere alle richieste di queste forze, al delirio da insicurezza che vorrebbe tutti i cittadini in diritto di farsi giustizia da soli, di difendersi anche a costo della vita altrui, di sparare prima di chiedere, tanto vale istituire la legge marziale e avere i carri armati sulle strade...
Non metterei mai la mia sicurezza in mano a gente convinta che "democrazia diretta" significhi eliminare completamente ogni delega, anche solo per competenza e capacità se non per istituzionalità...non senza un'adeguata preparazione certificata che spieghi limiti e doveri di ogni vigilante civico.

3 - Razzismo e xenofobia
Anche il fatto di essere un paese sostanzialmente xenofobo, se non dichiaratamente razzista, è abbastanza fuori di dubbio. Chi mi assicura che non si cominci dalle ronde per arrivare alle spedizioni punitive verso questa o quella comunità? Che non ci sia un'attenzione smodatamente maggiore nei confronti delle minoranze etniche considerate più coinvolte nel crimine e nel malaffare? Lo abbiamo visto nella nostra storia più recente: prima erano i polacchi, poi i marocchini, poi i senegalesi, poi i rumeni, senza contare gli onnipresenti zingari...nel frattempo scorrevano veloci i titoli sui crimini made in Italy, a cui la "pancia del Paese" (vedi sopra) aveva assegnato un peso specifico ben più basso. Perchè "loro però sono ospiti, gli italiani stanno a casa loro"...
No, gente del genere (e ce n'è tantissima, anche tra i più insospettabili) io non la voglio tra le strade a sorvegliare perchè non mi rubino la macchina. Non senza un'adeguata e certificata selezione, molto difficile da fare.

4 - Improvvisazione
Non siamo un popolo abituato a programmare, ma siamo bravissimi nell'improvvisare. Ma una ronda di sorveglianza non è una cena con quel che capita in frigo...E con un'opinione pubblica sempre più disposta ad armarsi per sentirsi più sicura, non vorrei che l'arte dell'arrangiarsi italica trasformasse un servizio di sorveglianza civica in una squadraccia armata di tortori per colpire...

5 - Pericolo
Se si accetta l'idea che le nostre strade sono poco sicure, tanto da rendere necessario un simile servizio volontario, si deve accettare anche l'idea che gli stessi volontari sono in estremo pericolo. Il motivo per cui armare i cittadini è (con un giro di parole) una colossale stronzata è anche e soprattutto il pericolo di escalation: se io rapino e tu hai solo la Polizia mi attrezzo per essere più veloce della tua telefonata e delle loro volanti; ma se io rapino e tu hai anche un fucile a pompa in casa, mi attrezzo per essere in grado di sparare prima di farmi sparare da te. È estremamente semplice. Altrettanto accadrebbe con un mucchio di cittadini per strada a puntare gli occhi dove io rapinatore non vorrei tu guardassi...Crimine non è solo rapinatori di ville e ladri di auto.

6 - Disservizio
Il compito di una ronda dovrebbe essere solo quello di segnalare agli organi competenti le situazioni dubbie. Senza preparazione, regole granitiche ed organizzazione, ogni assembramento diverrebbe "situazione dubbia", ogni gruppetto fastidioso sarebbe "sospetto"...fino ad arrivare a casi estremi che più che l'ordine riguarderebbero decoro urbano e quiete pubblica.
Risultato? Una miriade di segnalazioni Ronde-FF.OO. che andrebbe ad intasare comunque i centralini, riducendo ancora di più le capacità di intervento delle FF.OO. stesse...

Ci sarebbero tanti altri punti negativi, ma uno solo è da aver ben chiaro: lo si chiami statalismo, lo si chiami centralismo...ma ad ognuno vanno i propri compiti! Senza preparazione adeguata, senza organizzazione, senza un controllo preciso e una carta dei doveri ben definita, non può esistere un sistema di vigilanza civica, altrimenti si arriverebbe al paradosso di uno Stato che obbliga ad avere un patentino di buttafuori ma darebbe ad ognuno la possibilità di sentirsi sceriffo per una notte.

No, grazie.

lunedì 13 marzo 2017

Il ritiro della maglia

La mia passione per il rock, in molte delle sue varie forme, viene da abbastanza lontano (per quanto, quantitativamente, non sia più vecchia di una ventina d'anni), ma ha dei genitori molto ben definiti.
Se da una parte, e per varie ragioni, ho sviluppato nel tempo un particolare senso estetico che mi ha fatto percepire come soggettivamente "belle" determinate ritmiche, determinate melodie e determinate scelte strumentali, dall'altra c'è stato il fascino della ribellione, del contrasto al potere intesi (sia il contrasto sia il potere...) nel senso più lato possibile, che per uno di temperamento tutt'altro che ribelle significa affascinamento verso una protesta più formale che sostanziale, molto più irrefrenabile sotto certi punti di vista e totalmente dilagante - basta vedere ciò che il rock ha rappresentato tolta la parentesi degli Anni 60/70. Ci sono poi stati gli interessi musicali ulteriori dei miei genitori, che in mezzo al mare di cantautori italiani dei loro anni, mettevano in mezzo la passione per gente del calibro di Rolling Stones, Beatles, Creedence Clearwater Revival, e che così mi trasmettevano il piacere di una musica meno banale.
Ma, come in tutte le cose, c'è un punto di inizio ben identificabile, l'acciarino dalla cui scintilla è partito l'incendio, un evidente sorgente di tutto ciò che è venuto fuori, e che nel mio caso ha un solo nome: Guns 'n Roses.

Una certa esperienza, un minimo di conoscenza, o comunque ciò che normalmente viene definita "maturità musicale" da quelli più bravi di me, mi impedisce di guardare ai fatti come un qualunque fan sedicenne pronto a difendere a spada tratta i propri beniamini. Ma è soprattutto il senso del ridicolo che mi porta a notare quanto segue: perchè? Per quale motivo scegliere di lordare un nome in un modo o nell'altro entrato nella storia del rock mettendo in piedi una reunion che in piedi non ci sta da nessun punto di vista? Perchè decidere di prendere in giro i fan più attaccati alla maglia, facendo credere che di botto tutte le liti, le diatribe, le divergenze si sono risolte con un comunicato stampa e una serie di concerti?
Parliamoci chiaramente, i motivi per cui una band si scioglie non sono tantissimi in fondo, e possono essere riassunti sostanzialmente a due macro-casistiche: divergenze tra i membri, di qualunque tipo esse siano, o esaurimento del progetto artistico, per qualunque motivo sia mai potuto capitare. Il primo è probabilmente il caso più tipico, anche se in un certo senso tende sempre ad essere figlio del secondo: il progetto centrale, il fine se vogliamo, della band arriva ad un punto di stallo, e per la prima volta (non è detto sia la prima, ma quanto meno l'incrinatura è lì che comincia) nessuno dei membri è d'accordo su come e/o perchè e/o fino a quando continuare. Il secondo caso, invece, si manifesta all'esaurimento del fine artistico della band: quel messaggio, quell'idea di musica (o non necessariamente solo di musica), quel percorso si sono esauriti, non c'è più oro nel fiume, è stato detto tutto quanto c'era da dire, o comunque la band non sarebbe in grado di dirlo meglio di quanto già non fatto. In entrambi i casi la conclusione è sempre la stessa: continuare non ha più senso. Pertanto perchè, addirittura, ricominciare?

Chiaro, dunque, che non è questo un post sui Guns, ma sulla molto recente tendenza a tirare fuori dalla tomba progetti che da vent'anni non hanno più nulla da dire o a mantenere in vita un carrozzone sicuramente storico ma che, forse, sarebbe il caso di concludere e di lasciare agli annali della Storia della Musica e a qualche concerto-evento straordinario, anche per non inflazionare e svalutare di conseguenza.
Non sto tifando per l'oblio di Rolling Stones, Metallica, Iron Maiden e compagnia (è il caso di dirlo!) cantante...sto tifando per l'esatto contrario, per la loro consegna agli annali, per il ritiro della maglia quando ancora ha un senso, quando ancora tutto non è stato rovinato da una serie di tristi revival senza più l'anima antica che aveva portato tra i Giganti quei nomi.
Attenzione che non è una critica alle ragioni commerciali che, perlopiù, sono alla base di certe scelte, perchè anche il fattore commerciale ha la sua dignità, come in ogni Industria. Voglio anzi andare contro l'idea stessa che rimescolare insieme pezzi arrugginiti, che il tentare sintesi che non riuscirono nemmeno vent'anni prima, sperare nel genio dei singoli (o del gruppo, perchè no?) per ringalluzzire una produzione terminata almeno un'era musicale fa, sia effettivamente una buona trovata commerciale, che ripaghi degli sforzi prodotti per la ristrutturazione.

La domanda è sempre la stessa: meglio continuare a combattere fin quando anche l'ultimo briciolo di forza ci assiste, nonostante tutto suggerisca di tenersi a distanza dalla mischia, o consegnarsi ai bardi della storia e (ancor più) del mito, e abbandonarsi al Valhalla in secula seculorum?

Buona vita e buona musica!