sabato 2 marzo 2013

L'ordinata caoticità del nulla politico italiano

L'impressione che l'attuale stato politico sia nella fase non ci stiamo capendo nulla spiegata nei precedenti post è stata data a caldo, e così immagino è giusto che sia data la sua stessa natura di "impressione" (che senso avrebbe, infatti, un'impressione a bocce ferme?).
Ma più passano i giorni dal voto di domenica e lunedì scorsi, più diventa chiaro che questo stato di cose non riesce ad uscire da questo stallo piuttosto grave, date le condizioni al contorno: diventa sempre più evidente che il problema non investe solo elettorato, media e analisti, ma è fortemente radicato anche nelle stesse forze politiche. Trascurando, infatti, le posizioni sclerotizzate e molto poco probabilmente evolutibili dell'attuale centrodestra berlusconiano, le posizioni di centrosinistra e dei nuovi arrivati del M5S sono impelagate in una situazione di totale caos la cui risoluzione non sembra al momento a portata di mano (lasciando perdere ogni preventivo sui probabili scenari politici a venire).
Il PD non sa a chi rivolgersi dopo aver tentato un'apertura nei confronti dei grillini. I grillini vorrebbero una coesione "attenta" con il PD, ma il capo non sembra essere dello stesso avviso, sebbene lanci a giorni alterni messaggi tra loro dissonanti (prima possibilista nei confronti di eventuali alleanze, poi purista nel voler affermare l'indipendenza delle posizioni del suo movimento, inizialmente aperto al confronto e alla fiducia ad un governo di larghe intese poi tranchant su ogni ipotesi di "governissimo"). Parliamo, pertanto, di una situazione di caos totale in cui diviene sempre più evidente che nessuno sa che pesci pigliare, ed è anche comprensibile data l'inedicità del contesto.

Peccato che NESSUNO si sia ancora accorto che ne va delle sorti del Paese intero e di chi lo abita.

Aspettiamo fiduci segni di rinsavimento generale.

Per adesso, ancora buona vita (al "si salvi chi può" proprio non voglio arrivare).

martedì 26 febbraio 2013

La Nuova Italia...

Nel post precedente - dal basso della posizione di "cittadino osservatore" che condivido insieme a circa 50 milioni di altri cittadini - ho detto che alla fine di queste elezioni non ci sarebbero state né rivoluzioni epocali né scenari stagnanti vecchia maniera. Non credo di poter essere tacciato di superbia se dico che la previsione si è avverata in pieno...
Dalla campagna elettorale ai sondaggi, dagli exit polls alle proiezioni, fino alle dichiarazioni dei leader in seguito al papocchio che si sta profilando dalle urne, tutto si può racchiudere sotto la voce "non ci stiamo capendo niente", ivi comprese le scelte che gli italiani hanno fatto (giudizio quest'ultimo sicuramente opinabile, in quanto unico realmente soggettivo). Il motivo non è solo il momento delicato in cui queste elezioni cadono, ma anche i frutti stessi di questo momento, come la presenza di un movimento nato sulla Rete, composto da protagonisti inediti per la scena politica, e diventato il primo partito almeno in una delle due camere.

La situazione è abbastanza nuova per l'Italia, che si trova in uno dei momenti peggiori della sua storia ad essere sostanzialmente ingovernabile, se non con un governo di larghe intese che francamente vedo alquanto improbabile nel nostro paese, dove l'appartenenza politica è diventata tifo (la stessa "antipolitica" sbandierata negli ultimi anni è un esempio di tifo ultras). Da un risultato così incredibile per un partito come il M5s non nasce, quindi, un nuovo corso di cambiamento, ma uno stallo bello e buono che è difficile immaginare come sarà risolto: sicuramente è un segnale importante per la "vecchia guardia" della politica italiana, ma non lo tsunami che avrebbe dovuto cambiare il modo di viverla.
Ma non è l'impresa dell'M5s ad avermi stupito, quanto il ritorno di fiamma della coalizione di centrodestra, non in quanto tale, ma come entità politica alla cui guida è risalito in extremis il personaggio politico più controverso degli ultimi vent'anni (anche e soprattutto agli occhi di chi guarda da fuori l'Italia); e non rimango attonito di fronte alla preventivabilissima erosione di voti che i grillini hanno operato ai danni delle forze "classiche", quanto di fronte all'ennesima dimostrazione che il centrosinistra degli ultimi dieci anni ha dato circa l'assoluta, inoppugnabile incapacità di vincere una competizione elettorale in cui partivano favoritissimi.

Ora ci sarà da capire in che modo le forze politiche elette si regoleranno per non danneggiare ulteriormente il Paese e dargli un governo stabile e duraturo. Sarà difficile, come sarà difficile che il mostro che uscirà fuori da un simile parto sarà in grado di dare all'Italia le necessarie riforme, e ancor più di rendere credibile la nostra capacità di scegliere i nostri rappresentanti e di comprendere ciò di cui abbiamo bisogno.
Oppure sono io il miope che non riesce a vedere per quale motivo l'Italia ha di nuovo bisogno di Berlusconi?

In ogni caso, credo che ci leggeremo spesso nei prossimi giorni...Buona vita, oggi più che mai...

venerdì 22 febbraio 2013

Sorti elettorali

La consultazione elettorale che ci apprestiamo a vivere domenica e lunedì prossimi viene sembra essere perlopiù catalogata in due modi distinti e opposti da parte dei cittadini italiani, in modo del tutto conforme alla  scarsa propensione che gli stessi hanno per la "via di mezzo" che antichi concittadini andavano consigliando un paio di millenni fa: in un angolo abbiamo i "rivoluzionari", quei cittadini convinti che, in un modo o nell'altro, saranno elezioni storiche, nell'altro abbiamo i rassegnati, convinti che comunque vada "non cambierà mai nulla!".
Senza voler fare il Bastian Contrarissimo, né voler dare l'impressione di cercare una posizione sopraelevata rispetto alla media, sono piuttosto convinto che non ci sarà né l'uno né l'altro scenario. Non c'è alcuna necessità di entrare nel dettaglio della situazione socio-politico-economica per capire che non potrà essere una consultazione come le altre, ma nulla lascia presupporre che avverrà qualcosa di storico una volta che i risultati saranno chiari.

Evidentemente i partiti e le coalizioni dovranno fare i conti con i sentimenti anti-politici (o quanto meno anti-privilegi/anti-sprechi) che in questi ultimi mesi hanno fatto sempre più presa sull'elettore medio, adeguando i propri atteggiamenti e le proprie attitudini politiche ad un percorso meno strisciante di quanto sia stato fatto in passato, dovranno fare i conti con una (forse) maggiore attenzione mediatica sulla gestione della cosa pubblica e capire in che modo rendere conto del proprio operato (sia che si tratti di governo, maggioranza o opposizione). Sicuramente tutti gli attori politici sanno di essere chiamati ad una legislatura delicata, susseguente ad un periodo di transizione governativa profondamente diversa da qualunque altra esperienza di governo tecnico avuta in passato. Sanno anche benissimo che quel periodo è stato da loro utilizzato e "gestito" (fino a come è stato "terminato") a loro uso e consumo, che nessuno di loro può dire di esserne uscito pulito. E sanno anche che gli elettori non sono così sprovveduti da non averlo notato.
Ci sarà, inoltre, da fare i conti con tutte quelle correnti che continuano atteggiarsi a vento nuovo nella politica italiana, e con la montante voglia di bruciare ogni ponte con il modo considerato "passato" di gestirla.
Eppure questa campagna elettorale non ha avuto NULLA di diverso da qualunque altra campagna elettorale, fatta salva (per certi aspetti, ed esclusi i soliti noti) una maggior sobrietà che certo è stata apprezzabile. Quindi, perché immaginare una rivoluzione politica? Perché essere certi di essere prossimi ad un avvento?
Di fatto, atteggiamenti e intenzioni a parte, non c'è nulla di nuovo neanche nei programmi dei partiti, compresi i cosiddetti "nuovi", che avranno alzato il tiro spingendo sulla necessità di nuove misure legata alla crisi, ma che non dicono cose molto diverse dai partiti classici (anche se molti sostenitori sembrano non notare la cosa).
Hanno quindi ragione i rassegnati? Non cambierà mai nulla? Improbabile, dato il lavoro che dovrà essere fatto per uscire definitivamente dal pantano in cui ci siamo infilati negli ultimi vent'anni (sempre che ne usciremo con l'intervento politico, chiaramente). Impensabile, se vogliamo ancora avere un briciolo di credibilità in un modo che - ricordiamolo - sta cambiando e che dovrà ancora cambiare. Impossibile, se pensiamo che la strada per gli Stati Uniti d'Europa è ormai già ampiamente tracciata e che noi, nel bene o nel male, dovremo farne parte.

Ma cosa dovrà cambiare, nello specifico? Un altro antico cittadino disse che fatta l'Italia sarebbe stato necessario fare gli italiani. Non è cambiato praticamente niente da allora: forse è il caso di mettersi ognuno la mano sulla coscienza e capire come essere cittadini di uno stato moderno, senza cercare sempre la colpa in entità terze per sgravarsi la coscienza.

Cominciamo con il votare, smettendola di credere che la mancata partecipazione possa essere un segnale di qualche tipo: non è così che si segna il cambiamento, non è annullando o lasciando bianca una scheda che si può riuscire a rendere il proprio Paese migliore. Nel meccanismo elettorale un simile gesto equivale ad una delega incondizionata, senza senso in un momento così delicato.

Saremo in grado? Ci rileggiamo lunedì e ne sapremo qualcosa di più.

Buona vita e buon voto.

giovedì 3 gennaio 2013

Indignazione e rabbia

Ho la fortuna e l'onore di provenire da una famiglia modesta che ha però ritenuto indispensabile fare dei sacrifici per garantire il mio futuro attraverso studi di un certo livello e, soprattutto, insegnarmi che non possono esistere i "valori", le "idee" e i "credo" se non si ha la capacità e l'abitudine di pensare con la propria testa. Per tale motivo, e per la forma mentis acquisita negli anni, non riesco a sopportare particolarmente le posizioni ideologiche oltranziste e le prese di posizione ostinate, che rischiano sempre di cadere nel pregiudizio più becero.
Ecco che, dunque, soprattutto nell'era della comunicazione globale affidata integralmente nelle mani del singolo fruitore, trovo talvolta irritante l'accanimento ottuso e cieco su determinati temi, molto (troppo) spesso risultante in frasi "standard" da utilizzare a commento di una notizia che riguarda anche da molto lontano il tema in questione. Un esempio concreto è oggi il tema della "Casta" politica italiana, colpevolizzata di ogni singolo ingranaggio grippato in questo paese, e presa di mira a prescindere (a volte anche quando proprio non c'entra nulla...). Purtroppo spesso a prescindere anche dalla correttezza o, peggio, dalla veridicità della notizia commentata: ho già avuto modo di assistere ad una manciata di episodi "virali" di notizie rivelatesi poi bufale clamorose messe in giro per far numero e rumore. Eppure basterebbe poco per verificare, sulla Rete...ma si sta talmente radicando un simile comportamento che molta gente di senno, attenta a questo genere di "trappole", tende a commettere l'errore contrario: ricerca rapida dei fatti, nessuna informazione apparentemente trovata, denuncia della presunta bufala (ci sono cascato anche io quest'oggi, e ringrazio chi - inizialmente scontrandosi con me - me lo ha fatto notare!).
In termini più globali, buttarla sul "sono tutti uguali"/"è tutto un magna magna"/"all'armi all'armi!", senza neanche darsi pena di verificare e valutare quanto si sta denigrando, fa rischiare di screditare il lavoro di quanti cercano di pesare il reale stato di salute del Paese e il reale peso della "Casta" su tale salute, mediante la ricerca quotidiana di evidenze fattuali da travasare in serie ed articolate pubbliche opinioni. In più si è alla mercé del più bieco populismo da battaglia che al Paese ha solo portato guai.

Ma, mi spiace dirlo, sono gli italiani ad essere così, storicamente non è cambiato molto. Per lungo tempo l'italiano si priva della capacità di indignarsi, una delle più alte e importanti funzioni civiche che si possano avere, si adatta al percorso e fa spallucce di fronte a quei pochi che continuano a dare l'allarme di fronte al pericolo di una crisi (quale che sia, morale, politica, economica...). Quindi, quando la crisi si incancrenisce, quando è praticamente impossibile non notarla e soprattutto quando risulta difficile per il cittadino medio conviverci senza sentirne tutto il peso negativo sulle proprie (ormai fragili) spalle, arriva l'onda di rabbia.
Già, rabbia, perché a quel punto non è più indignazione, ma una reazione istintiva e maldestra, facilmente plasmabile e veicolabile da quanti abbiano interesse a farlo (talvolta con intenzioni - almeno inizialmente - nobili), che ci priva delle capacità normali di giudizio e di "attenzione". A quel punto basta che arrivi qualcuno con lo slogan più efficace a radunare tutto il gregge dei "rabbiosi", a farlo diventare massa e a convincerlo che l'unica cura contro il cancro è lui. E la frittata è fatta: è successo negli anni Venti, è successo all'inizio degli anni Novanta, e temo succederà di nuovo. A breve...

Spero solo che prima o poi, anche grazie ai nuovi media sociali a disposizione, si impari dagli errori del passato e si cominci a mantenere sempre alto il livello di attenzione, ad essere cittadini più responsabili. Che si impari, finalmente, il valore civico e socialmente costruttivo dell'indignazione.

Buona vita.

domenica 9 dicembre 2012

Lezioni di italianità

Non che ne avessi potuto trarre vantaggio negandolo, ma il governo tecnico - o quantomeno la sua "idea" nel momento in cui fu proposto - non mi piaceva. Per ragioni, certo, che esulavano dalle reali capacità che un governo tecnico (qualunque) avrebbe potuto tirar fuori, ma altrettanto valide, almeno agli occhi di una persona di senno che non applichi principi da tifoseria calcistica alla politica.
Anzitutto il governo tecnico rischiava di essere lo scarico di responsabilità definitivo della classe politica
"sconfitta" dalla crisi: ci atteggiamo da salvatori della patria, da padri responsabili della cosa pubblica e ci facciamo da parte dando la possibilità ad un governo di savi tecnici di sistemare le cose, e nello stesso tempo, ovviamente, di prendersi tutte le colpe dei sacrifici richiesti agli italiani per riparare le falle enormi lasciate da noi e da chi ci ha preceduto.
In secondo luogo, in senso opposto, avrebbe rappresentato per altri lo scudo dietro il quale nascondersi in attesa di capirci qualcosa della situazione: non siamo stati in grado di opporci adeguatamente alle mosse avventate del governo politico precedente, diamo allora possibilità di lavorare al governo tecnico aspettandoli al varco, così che se va bene saremo quelli che li hanno sempre appoggiati, se va male potremmo ricordare a tutti che è per colpa di quelli dall'altra parte se abbiamo dovuto ricorrere ai tecnici!
In entrambi i casi, in sostanza, il governo tecnico mi sembrava sbagliato per lo stesso motivo: avrebbe rappresentato un alibi enorme per la classe politica sconfitta o, peggio, una possibilità di sganciarsi dalle cause della crisi, visto che gli occhi sarebbero stati tutti ai provvedimenti dei tecnici.
Senza scomodare la terza via dei "duri e puri" e degli "orgogliosi della politica", che avrebbero osteggiato un governo tecnico anche facendone parte (vedi la Lega), c'era anche da pensare male di un gruppo di economisti e banchieri a trovare soluzioni ai danni creati da...altrettanti economisti e banchieri! Un sospetto un po' puerile e qualunquista, devo ammettere, ma comunque non del tutto dirimibile...

Nonostante tutto quanto sopra premesso, ho man mano accolto con favore la presenza dei tecnici (senza entrare nel merito delle singole decisioni prese, ma solo come "conto complessivo"), un po' per la finalmente raggiunta sobrietà di cui si sentiva la necessità, un po' perché, a tutti gli effetti, tutta la classe politica eletta aveva e ha continuato a dimostrare un'imbarazzante inadeguatezza (a tal proposito, continuo a non capire i fautori della terza via di cui sopra che continuano a dichiarare incostituzionale il governo tecnico in quanto non eletto, quando la nostra Costituzione prevede l'elezione di un Parlamento, e non di un Governo che, al contrario, nulla osta esser scelto fuori del perimetro parlamentare, qualora il Parlamento approvi...).
In un certo senso ciò che mi sembrava giusto approvare era l'idea generale di un esecutivo commissariato da "periti in materia" e non da giocatori politici incapaci di attivarsi in modo consistente proprio per la natura stessa dell'attività "politica" (almeno per come interpretata recentemente in questo paese).

Notizia di oggi è che il governo Monti è da considerarsi dimissionario. Niente di assurdo o vergognoso, visto che la natura di un governo tecnico è di per sé stessa transitoria. Ma vedere che questo "transitorio" viene allungato o accorciato a seconda delle necessità politiche degli schieramenti in campo più che vergognoso è vomitevole.
Perché questo specifico governo tecnico non nasce in seguito ad una crisi parlamentare in cui non vi era più uno schieramento a garantire una maggioranza compatta, non era, cioè, un governo tecnico di unità nazionale, di traghettamento verso la fine della legislatura come è spesso accaduto in passato, ma era un governo di emergenza, un governo chiamato a mettere le pezze laddove la politica non era riuscita ad arrivare, checché se ne dica. Un governo che aveva commissariato il governo, per dirla come sopra.

Adesso dietro front, si torna al punto di partenza: come accade in tante realtà italiane commissariate, si torna all'origine, a chi in un modo o nell'altro ha contribuito ad arrivare al commissariamento. E' un po' come iniettarsi il virus dopo averlo debellato con la cura. Spero solo che il resto degli italiani se ne renda conto e non cada tra le braccia di improvvisati populisti d'assalto: ne abbiamo avuti un po' troppi in questi anni.

Spero, ma non ci conto più. Per una volta devo ammettere di aver un po' paura.

Buona vita.