giovedì 31 dicembre 2015

Irrisolute soluzioni


Si diceva nell'ultimo post pubblicato della sostanziale ipocrisia di certe critiche in assenza di un impegno personale più incisivo sulle tematiche in discussione, e nello specifico si parlava del problema inquinamento nelle grandi città.
Certo diventa molto difficile supportare una simile posizione quando poi le soluzioni proposte dal recente vertice Governo-Sindaci sono totalmente prive di ogni seria strutturalità programmatica, poco attuabili e senza molto senso logico.

C'è da chiedersi, infatti, in che modo si potranno verificare seriamente i controlli sui riscaldamenti industriali e domestici quando a malapena le forze di polizia locale (poche? Inadeguate?) hanno saputo tenere sotto controllo l'applicazione delle ordinanze sulle targhe alterne...
L'altra fondamentale iniziativa da applicare nell'immediato è - sempre secondo il vertice di cui sopra - l'abbassamento dei limiti di velocità di 20 km/h. Come dire, oggi ho problemi di digestione: evito secondo e contorno e mi faccio solo 200 g di carbonara...Se, come sembra, il maggior contribuente alla produzione di smog e polveri è il traffico che attanaglia le grandi città; se lo stesso traffico, a causa di tantissimi fattori (compreso quanto descritto nel post precedente...), cammina ad una media di 15-20 km/h ingolfando di lamiere ogni strada "a scorrimento veloce"...in che modo una riduzione della velocità dovrebbe far migliorare le cose? Non è "quanto velocemente scorre il traffico", ma quante macchine in giro ci sono ad essere un problema!

I finanziamenti a disposizione continueranno ad essere destinati al rinnovo delle flotte di mezzi pubblici, ad un vago e generico "efficientamento energetico" degli edifici pubblici e privati (sono almeno 20 anni che ne sento parlare...) e alla solita, intramontabile misura della rottamazione e degli eco incentivi all'acquisto di...altre automobili!

Quando, finalmente, si comprenderà che senza una seria politica programmatica sulla mobilità sostenibile sarà da imporre, quando i mezzi pubblici saranno potenziati e resi maggiormente fruibili, capillari e logisticamente efficienti (quante linee conoscete con fermate di una bizzaria da circo degli orrori?), quando si capirà che la politica delle ZTL andrebbe usata con un occhio più orientato a queste tematiche che al problema dei parcheggi nelle serate di movida...quando, insomma, saranno prese soluzioni probabilmente più fastidiose e drastiche, ma sicuramente più efficienti, ecco, allora forse torneremo a respirare.

Buona vita e i migliori auguri per il miglior 2016 possibile.

lunedì 28 dicembre 2015

Le targhe alterne del senso civico

Il problema dell'inquinamento delle grandi città italiane è particolarmente sentito in questo Dicembre di bel tempo e clima mite, a sua volta probabilmente provocato (almeno in parte) dal problema stesso...l'assenza di piogge e dei venti tesi invernali sta contribuendo a mantenere particolarmente alta la concentrazione di inquinanti e di polveri sottili, e le amministrazioni cittadine corrono ai ripari imponendo blocchi del traffico e circolazione a targhe alterne anche in giorni lavorativi, magari applicando (come è stato fatto a Roma) l'estensione temporale del biglietto dei mezzi pubblici all'intera giornata.
Certe misure, neanche a dirlo, sono perlopiù mal digerite dalla stragrande maggioranza dei cittadini, specialmente in chiave anti-istituzionale, data la moda del momento: certo le iniziative e i piani strategici in tema, nelle grandi città, non sono certo premiabili per lungimiranza e capacità di problem solving, nè tantomeno le politiche centrali sono state più accorte e sensibili all'argomento, al netto delle singole leggi eco; ma da qui ad addossare ogni responsabilità a chi ci ha governato e/o lo fa ancora mi sembra piuttosto eccessivo e, soprattutto, molto ipocrita.
È in un certo senso la versione ecocompatibile del discorso di JFK circa il chiedersi cosa si può fare per il proprio Paese, anzichè fermarsi a domandare attenzioni dallo stesso. Non si può non pensare a come il senso civico del cittadino medio, in una città come Roma, sia ben distante da quel sentimento di attenzione all'ambiente che si riconosce anche nelle piccole cose: in una città in cui ancora c'è chi getta pacchetti, cartacce e cicche dal finestrino dell'auto in corsa; in cui il fazzoletto sporco si getta a bordo marciapiede, magari a dieci metri dal cestino; in cui la raccolta differenziata è accolta come un enorme fastidio i cui effetti non valgono lo sforzo, adducendo sentitodire di ogni tipo su come poi tutta l'immondizia finisca nella stessa discarica o, peggio ancora, nello stesso mezzo di raccolta; in una città in cui per fare la spesa a mezzo chilometro da casa si va in macchina, magari girando per tre quarti d'ora per cercare un posto libero; in cui qualunque sosta al caldo o al freddo impone il motore rigorosamente accesso per mantenere accesa l'aria condizionata o il riscaldamento; in cui il 90% delle automobili la mattina è abitato da nr. 1 persona, il conducente; in cui il pagamento di un biglietto per i mezzi è visto come una specie di gabella feudale imposta con il sangue...In una città, in sintesi, in cui il cittadino medio è più che convinto di essere in debito di prevaricanti diritti che lo pongono al centro dell'Universo e che, soprattutto, lo esentano da ogni singolo dovere civico, sentire la paternale populista su come gestire viabilità, traffico e problemi inerenti (inquinamento compreso) fa decisamente rivoltare lo stomaco.

Non ci piacciono le targhe alterne? Non sopportiamo i blocchi del traffico? Non digeriamo che ci si dica quando e come accendere il riscaldamento di casa? Benissimo, cominciamo in prima persona a far qualcosa per evitare che ce ne sia la necessità: in attesa che effettivamente arrivino a regime il potenziamento reale dei mezzi pubblici, la diffusione capillare del car sharing e dei parcheggi di scambio, cominciamo ad usarli e ad intervenire ove possibile come veri utenti responsabili. Non attendiamo che arrivi dall'alto la Soluzione, diventiamo noi stessi parte di essa, e allora sì che ne avremo ben donde di lamentarci del sostanziale immobilismo delle istituzioni.

Ma sono parole al vento, che non raggiungeranno mai un pubblico assordato dalla propria personale comodità e accecato dall'intermittenza di un senso civico che accende i motori solo quando la colpa è del Palazzo.

Viaggiate responsabilmente. Buona vita.

domenica 27 dicembre 2015

L'Armata dei Sonnambuli (Wu Ming, 2014)

«Te lo si conta noi com'è che andò»

Mi sono avvicinato al Wu Ming con una casualità abbastanza spaventosa, e modalità ancor più terribili: probabilmente ho un'opinione troppo elevata del mio rapporto con la lettura e l'arte dello scritto in generale da considerare la scoperta di un opera via classifica delle vendite pubblicata su un quotidiano come normale. Tant'è, trovo questo titolo in questa classifica, e, probabilmente affascinato dallo strano nome dell'autore comincio ad informarmi...e rimango ancor più incuriosito da tutto il progetto. La faccio corta sui cinque autori del collettivo e invito chiunque legga queste righe a ripercorrere quanto da me fatto, informandosi sul loro blog e sulla Rete in generale.

Veniamo al romanzo. Si tratta del secondo di un ciclo di tre romanzi in fieri denominato Trittico Atlantico, che dovrebbe svolgersi negli ultimi, storicamente significativissimi, anni del XVIII secolo tra le due sponde dell'Atlantico. Significativi e importanti sono, in particolare, gli eventi storici centrali attorno a cui si svolgono e si avvolgono i fatti narrati nel romanzo, che in un modo o nell'altro hanno marcato il passo della Storia e segnato punti di frattura fondamentali per comprendere il proseguio della stessa. Così, dopo il Manituana della Rivoluzione Americana, il collettivo sposta l'attenzione sull'altra fondamentale Rivoluzione, quella Francese.
Fin dall'inizio stupisce e affascina la capace variazione del registro linguistico mentre scorrono le storie di uno o dell'altro protagonista, passando dalla narrazione più ricercata a quella simil dialettale del popolo, contribuendo notevolmente ad aumentare la facilità di immersione in quegli scenari così particolari, prescindendo dal nozionismo storiografico scolastico. In questo senso, ciò che traspare piacevolmente, è la ricerca di fatti e personaggi che appare particolarmente accurata, anche quando tratta di elementi (più o meno) apparentemente secondari nelle vicende.
La trama si sviluppa in modo continuo, senza pause o strappi, ma mantenendo sempre viva l'attenzione del lettore: come non mi succedeva da molti romanzi, mi sono ritrovato immerso nei suoni, nei colori e negli odori della Francia rivoluzionaria e controrivoluzionaria, privato di quella (per me) pessima sensazione di inizio diesel di un libro con esplosioni finali, molto modern american novel.
Per quanto la storia generale si possa leggere in modo asettico come un "semplice" romanzo storico, è impossibile non notare assonanze e metafore con il mondo, la società e la politica di oggi: il Terrore come prodotto inevitabile di una Rivoluzione "guidata", come degenerazione del "potere al popolo", in cui rileggere gli impulsi e le contraddizioni populistiche e, peggio, gentistiche dei giorni nostri; il pericolo del mesmerismo che ci sembra permeare ancora oggi le ideologie e le partigianerie, che ancora oggi rende l'elettorato alla stregua di burattini, che trasforma i destini di una società più o meno moderna ad un complesso mentale unico (e nelle "catene mesmeriche" ho letto anche l'informazione disinformata della rete, che nel suo complesso aggiunge molto ma solo se i singoli anelli vogliono); l'antigattopardismo della Reazione, che non è solo "cambiare perchè tutto torni come prima", ma è di più, è controrivoluzione e quindi rivoluzione essa stessa.
Ma ciò che mi sembra giusto valutare come centrale è la metafora del Teatro, che traspare già dalla suddivisione in Atti e Scene (al posto dei capitoli) dell'intero libro: in un certo senso il Teatro è il vero protagonista di tutta la storia, tutto quanto accade è Teatro, ogni evento, ogni battaglia è una scena del grande teatro della vita, la ghigliottina stessa è un altro dei tanti palcoscenici sparsi per una Parigi più teatrale che mai. E proprio l'Armata dei Sonnambuli, che avrebbe dovuto dare il via alla fase principale della nuova Rivoluzione, della Rivoluzione della Reazione, è un colpo di teatro che spiazza, ma non risolve.

Nel complesso parliamo di un libro splendido, probabilmente non "accessibile" a chiunque, ma in ogni caso godibilissimo. Un libro che ho amato tantissimo e che mi ha spinto ad approfondire la conoscenza di questo brillantissimo collettivo.

Guida alle recensioni

Con questo post vogliamo inaugurare le etichette Biblioteca, Musica, Arte&Spettacolo, Ludoteca e Hobby&Sport, dando una linea guida generale su come interpretare e comprendere le recensioni che qui saranno pubblicate.

Tanto per essere diretti, non vi aspettate recensioni professionali o riassunti di trame: non siamo nè critici nè parenti di Bignami. Ci sono blog, siti, portali dedicati (con più o meno capacità e con più o meno successo) a queste cose. Qui si vuole fare recensionismo popolare.
Niente di politico (perchè so già che qualcuno leggerà quel "popolare" e vedrà immagini di falci, martelli e bambini smozzicati...), solo "pubblico". Perchè un giocatore, uno spettatore, un ascoltatore, un lettore, un Signor Nessuno qualunque del pubblico pagante non dovrebbe ascoltare anche il parere di qualcuno facente parte della sua stessa schiera? Questa è la domanda centrale che ci siamo posti, senza nulla togliere all'importantissima - per noi - categoria dei critici.
Avrete quindi un'opinione generale su ogni opera che avremo modo di apprezzare, senza improprie deviazioni sugli aspetti più tecnici ma solo ed esclusivamente sulla nostra reazione come pubblico. Ovviamente si tratta di impressioni e opinioni del tutto soggettive, che ancor più ovviamente risentiranno della formazione e delle esperienze di ognuno, ma comunque tutte con la medesima caratteristica popolare - contrapposto al professionale.

Col tempo, una volta assestatici, apriremo anche alle recensioni pubbliche. Per adesso ci accontentiamo di discuterne nei commenti.

Buona lettura.

sabato 26 dicembre 2015

Cambiamenti e propositi

Fine anno, tempo di bilanci, tempo di cambiamenti. Lo so, è una cosa trita e ritrita, piuttosto banale e mainstream, ma così è: cambiamo qualcosa e cerchiamo di elevare questo piccolo spazio personale a qualcosa di più importante.
Non immagino nè tantomeno pretendo di balzare agli onori delle cronache come uno dei tanti famosi blogger che diventano volti noti e televisivi, anche perchè non è nemmeno lontanamente un mio obiettivo, e non mi sempra certo di condividere ricette, consigli di makeup o dritte su come far crescere meglio le proprie piante...no, ciò che cerco è condivisione e confronto, la creazione di una cerchia di follower che siano proficui commentatori (e critici), di un ambiente di discussione sano e sereno, da cui elevarci e capire meglio, e magari dare un contributo nel porre le basi ad una società più coerente alle origini etimologiche del termine.

Il come farlo è (come sempre) un'idea tutta mia: anzitutto abbattiamo l'ultima barriera che ci divide dall'identità reale, già abbastanza evidente via Google+ e Facebook. Ciò che troverete, quindi, sarà il mio nome e il mio cognome in calce ad ogni post, senza problemi di sorta. Non è un addio al vecchio Tixio®, ma un ben scoperto Tiziano.
A breve apriremo ad altri autori e ad altri argomenti, spaziando dalle recensioni popolari di musica, film, libri e videogiochi, ai rumors sulle medesime tematiche; apriremo maggiormente ai social network, per ora occupandoci solo di postare e condividere sui tre principali spazi (sì...finalmente ho un account Twitter...), poi si vedrà.
Cercherò di essere più puntuale nella scrittura dei post...anzi, l'obiettivo sarebbe quello di dare una periodicizzazione ben definita ai post: per ora, uno al giorno mi sembra francamente troppo, anche se è l'obiettivo finale. Intanto vediamo di arrivare ad un post a settimana, tipicamente il martedì.
Infine, vedremo di aprire alle intercollaborazioni e alle partecipazioni in altri blog ed altri spazi.

Da un certo punto di vista cambierà poco, dunque, a parte qualche ritocco grafico: avrete solo più ciccia da gustare (spero), e spero anche che la gusterete in tanti...

Intanto buone feste e, naturalmente...buona vita!

lunedì 30 novembre 2015

Tradizioni

Fenomeno in voga da anni, immerso e riemerso a più riprese nel mare delle questioni politico-sociali degli ultimi decenni, il tema della presenza dei simboli e delle tradizioni religiose nelle istituzioni civili del nostro Paese ricorre in questi giorni con rinnovato fervore, stante la drammatica situazione attuale di contrapposizione (forzata) tra mondi, pensieri e sensi religiosi diversi. Un fenomeno particolarmente interessante da osservare, perché è una delle espressioni più dirette dell'ipocrita e sempre populistico senso civico dei cittadini italiani.
Già perché, una volta in più, va capito che l'opportunità di mettere o meno il crocifisso nelle scuole, di fare il presepe negli uffici comunali o statuette di madonnine e surrogati vari in quelli pubblici, che sia durante le festività comandate o meno, non è solo un mero strumento di contrapposizione ideologica impugnato dalla politica. O forse lo è esattamente, se consideriamo "politica" l'umore civico e sociale dei cittadini, il loro modo di intendere le modalità di governo del Paese: ormai chiunque dotato di un minimo di pensiero critico potrebbe rendersi conto, infatti, dell'uso strumentale fatto dai rappresentanti per ottenere il consenso dei rappresentati dei temi che, a questo scopo, possono più muovere voti.
E cosa c'è di meglio di ciò che tocca la "pancia", il sentimento più viscerale, meno ponderato, del popolo, per ottenere favore? Cosa c'è di meglio che scoprire la carta del sentimento religioso per accaparrarsi il consenso? Perché non importano gli articoli 7 e 8 della Costituzione, che sanciscono chiaramente la laicità dello stato e l'uguaglianza di tutte le religioni di fronte ad esso; non importa quanto palesato da tutti gli ultimi censimenti, secondo cui più della metà (il 52%, per la precisione) di coloro che si sono definiti "credenti" si sono anche definiti "non praticanti" (qualunque cosa esso significhi); in Italia - ma non solo - la "tradizione" sembra essere più importante di ogni vero sentimento religioso, e guai a toccare la tradizione! Specie se questa è toccata a causa di chi viene per "rubarci il lavoro", di chi "vive a nostre spese, mentre ci sono famiglie italiane che non arrivano a fine mese", di chi "ci sta invadendo". Eccola, infatti, la politica a mettere insieme i due temi, così da avere maggior presa: "Rifiutano il crocefisso ma al lavoro prendono volentieri i soldi in più della festività pagata!", geniale ed efficace per il popolino che abbocca, l'immagine chiara dell'immigrato che ruba il tuo lavoro, prende i soldi che lo stato dispone per la tua tradizione e poi si lamenta della stessa. Oppure: "Sono nostri ospiti e dovrebbero essere loro ad adattarsi a noi, non il contrario!", sempreverde immagine del padrone di casa che deve chinarsi ai voleri, ai bisogni ed alle usanze degli ospiti tiranni.
Diventa assai curioso, dunque, notare come certi temi sono molto cari anche a chi usa bestemmie come virgole e non entra in chiesa da una vita, da chi usa falsi permessi malattia per assentarsi dal lavoro, da chi storce il naso se chi fornisce loro ospitalità è omosessuale dichiarato e bacia pubblicamente il proprio compagno. D'altronde è un po' come quando la feroce difesa della famiglia passa dalle mani di chi ha due mogli e vari figli sparsi all'attivo.
D'altronde è l'Italia, bellezza, il becero che avanza.

Buona vita.

martedì 27 ottobre 2015

Toto

Scavando scavando non posso dire di non averci mai pensato, anche perchè sarebbe stato irrazionale, e sai che non sopporto nulla che non abbia attinenza con la Ragione (e questa è anche colpa tua, sai anche questo!). Però...non ci volevo pensare, avevo legato tutto ad un enorme masso di emozioni, ricordi e immagini più o meno sbiadite di quanto abbiamo camminato insieme, e avevo lasciato che quel tarlo andasse a fondo.
Ma lo sapevo, dai...sapevo che prima o poi ci saremmo dovuti separare, perchè se c'è una cosa di splendidamente spaventoso in questa vita è il suo essere a tempo determinatissimo. Certo avremmo potuto...avremmo dovuto...col senno di poi, tutto facile! A che serve ora recriminare, rimuginare?
Allora non farmi pensare a quel che ho provato dopo quell'ultima telefonata insieme, o dopo che ho saputo quello che stava accadendo (che è quasi lo stesso); non lasciarmi riflettere sulla mia solita, testarda tendenza a chiudermi a riccio e a barricarmi, a sparire, quasi per essere poi più forte e resistente di tutti gli altri, che poi dovrò accudire, consolare, difendere nei momenti più tristi, perchè in un certo senso la vivo intimamente come una debolezza, ma devo essere io la roccia su cui si aggrappano gli altri. E anche questo lo sai bene.
Lasciami pensare a ciò che sono diventato, alla mia razionalità, alla pragmaticità, alla mia socialità severa ma amichevole (e lo sappiamo, noi due, che non è una contraddizione questa!). Ma anche al mio passo lungo e rapido, ai miei stop al volo o ai tiri da fermo (piede sinistro davanti al pallone, corpo in avanti, sennò va alto!), al mio amore per la mia città ed alla conoscenza della stessa, all'interesse per la lirica; all'AS Roma e alla Tribuna Tevere dello Stadio Olimpico (e alle scommesse sui tuoi "Ecco er go'!"), alle veschiche ai piedi che mi facevi venire per stare al tuo passo, al Luneur e alle volte che non ci siamo andati, al Gianicolo (e ce le porto le due piccole, sappilo!), al Circo Massimo; alle manovre impossibili con la Fiesta senza servosterzo, alla Ritmo, mio primo Type Rating che stranamente pilotavo come comandante da destra...a Trastevere, a Torvaianica, al pattìno e ai tuffi al largo, alle meduse e alla pesca col sughero, alla schedina al bar della stazione, al Terminal, alla Piramide; alla pastasciutta, urlata a grande richiesta mentre facevi di me un piccolo gigante, alla spesa in piazza, alle biciclette riciclate e rese preziose, alla BMX, allo skate, ai nunchaku costruiti coi tuoi attrezzi segando scope; agli attrezzi, al garage, al califfone e ai suoi pedali, e alle tappe che mi hai fatto bruciare mandandomici in giro; al barbechiù, al dondolo, ai piedi sul muro per la pennichella, alla sdraia a capotavola, a quelli "litigati" di capotavola; agli scherzi nel buio, alla pallavolo coi palloncini ad elio e il letto a fare da rete, ai botti, al mio andare in puzza; ai cannelloni che erano sempre troppi per me; agli stornelli fischiettati in macchina, alle mie proteste, alle sorelle che dovevamo portarci dietro che non l'hanno mai capito che facevamo (povera Fabiana, costretta a sorbirsi i nostri voli o le nostre pallonate...); al nonno Bi che eri diventato e all'energia che ho rivisto dopo anni e anni che l'avevo ricevuta io...
Fammi ricordare di Coccia di Morto, dei decolli e della bellissima malattia con cui mi hai contagiato e con cui, oggi (e spero per sempre), mantengo una famiglia, ai DC9, ai DC10, alla Douglas, al Viscount, all'Alitalia, a Fiumicino; allo stupore e al rispetto che mi incuteva quella tuta, ai tuoi rayban, all'America e alla Boeing che ho visitato nei tuoi ricordi, ai bicchieri d'acqua fresca alle cinque di mattina che prendevo (ora lo so) solo per vederti andare via, ai tuoi sacchetti gelo colmi di frutta per pranzo.

Lasciami ricordare, che ad elencare tutto non sarei capace. Lasciami fare da me, che lo sai che devo metterci le mani per primo, sennò poi non mi ci trovo. Lasciami ricordare...che quando se ne va un nonno si è tristi, ma quando se ne va un amico si è spiazzati e vorresti mandare indietro la cassetta per recuperare tutto il tempo che ti accorgi di aver perso.

Lasciati salutare, che lo so già che il tuo ricordo non sbiadirà, perchè quel che sono oggi e quel che saprò fare non è che un'espressione dello stesso. Lassame parlà in romanesco, che se semo sempre parlati così noiantri, che mica avemo mai fatto male a nisuno, no?

E come ti ripago di tutto questo? Che poi alla fine lo so che ti va bene così, come viene viene.

Ma poi, come ti dovrei salutare? Come ti dovrei chiamare? Dovrei diventare formale? Dovrei salutare Nonno? No...proprio no, e se ne sarai deluso non me ne frega nulla. Io gli amici li chiamo per nome, ed è colpa tua perchè me l'hai insegnato tu...quindi...

...quindi ciao Toto, se vedemo.

Ah, Totarè...grazie.




mercoledì 23 settembre 2015

La paura e la gioia

Cinque anni fa circa sostenevo (Esseri Animali, 20/12/2010) che l'evoluzione non aveva intaccato la "bestialità", intesa nel senso più nobile del termine, che ci caratterizza e che risale in superficie nei momenti più particolari e intensi della nostra vita.
Eppure tale evoluzione c'è stata e ci ha innegabilmente elevato ad una posizione di predominio sugli altri esseri viventi che contrastare è molto stupido. Ma come tutte le posizioni apicali (fate voi tutti i parallelismi del caso), questa nostra leadership ci ha portato insicurezze, paure e ossessioni, specialmente di tutto ciò che potrebbe turbare lo status acquisito. Almeno lo ha fatto con me e con molti altri...non che si stia tutto il tempo a pensare alla nostra posizione all'interno della catena alimentare o nella piramide del mondo animale, ma in un certo senso mi sembra riconducibile tutto a questo. Insomma, ci costruiamo (chi più o chi meno) film che nessun altro animale si costruisce, e spesso questa indole ci porta a voler congelare lo status quo alla miglior configurazione possibile.

Ecco allora che quella spesa in più diventa uno spauracchio di povertà, pur intaccando miseramente le nostre economie personali; quella pizza in più diventa una minaccia alla nostra forma fisica; quella nuova opportunità di lavoro sembra assumere sempre le sembianze della proverbiale strada nuova che non sai dove potrebbero portarti...in poche parole: tutta la progettualità futura - quando presente - dipende esclusivamente da costanti, e mai nessuna variabile è vista come apporto positivo.

Lasciare che questo però sia anche un limite al proprio potenziale genitoriale è però ridicolo, ridicolo e sciocco, perlopiù, soprattutto guardando a come le cose andavano avanti solo qualche decennio fa. Lasciare che le nostre paure postmoderne ci influenzino al punto da precluderci la gioia di dare la vita al futuro del mondo, di crescere ed educare qualcuno che porti avanti il progetto, di lasciare una propria testimonianza di sè nell'Universo...di provare quell'incredibile, esplosivo, incondizionato e inesplicabile amore subitaneo per una creaturina che dipenderà da te per il resto della sua vita in modi molto diversi di anno in anno, che ti svuoterà di energie, ti farà arrabbiare, ti renderà nervoso, ti terrà sulle spine, ti farà stare sveglio la notte e ti renderà la persona più felice del mondo per tanti di quei micro o macro istanti da riempirtela tutta, la vita...No, proprio non ci si poteva privare di tutto ciò.

Perciò benvenuta al mondo Lavinia, corri e illumina le nostre vite!

domenica 22 febbraio 2015

Australopitechi del web

Che il Web sia diventato uno strumento a tratti indispensabile nella vita di tutti i giorni non credo meriti dimostrazioni di sorta: stiamo parlando di quello che a tutti gli effetti non è più solo un mondo parallelo, una proiezione o un'estensione in codice binario della realtà materiale, bensì una parte importante dello stesso. Ce ne si può accorgere anche scorrendo le pagine dei quotidiani, o seguendo qualunque media "di vecchia generazione" in cui ormai le discussioni sulle tematiche correlate all'uso della rete sono all'ordine del giorno.
In un Paese come il nostro, che soffre di un'arretratezza tecnologica francamente allucinante, è gioco forza naturale scoprire un'analoga arretratezza nella "cultura digitale" che sfocia in paradossi e situazioni grossolane. Ciò è ancor più vero se si pensa all'esplosione delle possibilità di fruizione della rete avvenuta negli ultimi anni: l'ingresso in massa di nuove generazioni (non necessariamente in senso anagrafico) che non hanno mai passato una fase di studio e apprendimento delle modalità di tali fruizioni, dalla netiquette al lessico, fino alle "users' best practices", ha abbassato ancora di più la media di tale "cultura".
Fa così sorridere sentir parlare di "troll", di "cyberbullismo", di "privacy digitale" rendendosi conto che chi ne scrive/parla/discute non ha il minimo senso di ciò che effettivamente si può e non si può fare sulla rete. Ma senza scomodare giornali, TG e talk show pregni di giornalisti poco informati e opinionisti (senza altri aggettivi...) di varia estrazione, immagino che chiunque abbia uno o più amici che si preoccupano infervorandosi di questioni facilmente dirimibili imparando ad usare il "nuovo" mezzo telematico.
Sarebbe così facile accorgersi che il cosiddetto "cyberbullismo" potrebbe essere praticamente eradicabile bloccando, segnalando o banalmente ignorando i messaggi di chi ci molesta; che un troll non è chiunque apponga un commento critico o opposto al pensiero principale della comunità in cui viene postato; che la privacy è a portata di click, e che comunque è paradossale da chiedere se si sceglie (perchè lo si sceglie, non siamo obbligati...) di condividere una parte della propria vita su un social network; che ciò che fa Facebook delle informazioni che abbiamo scelto (vedi sopra) di condividere e di inserire nei suoi database lo abbiamo sottoscritto all'atto della nostra iscrizione...

Risultato finale? Essendo, ovviamente, anche i nostri rappresentanti degli australopitechi della rete, ogni giorno pari c'è qualcuno che alza la manina per proporre lacci e lacciuoli atti a controllare, normare o regolare le attività online. Cosa che (anche qui), con un po' di informazioni in più, chiunque potrebbe rendersi conto essere praticamente impossibile.

Comincio seriamente a rimpiangere la cara vecchia Usenet: almeno eri circondato da persone che sapevano esattamente cosa stavano facendo, mentre le altre ignoravano completamente l'esistenza di un mondo che tanto non avrebbero saputo sfruttare.

Buona vita.

sabato 24 gennaio 2015

La croce e l'alambicco



In un articolo del 23 Gennaio su la Repubblica, lo scrittore inglese Ian McEwan ci spiega come la libertà di parola sia l'elemento fondante della società democratica, l'elemento, cioè, da cui tutte le altre libertà derivano, garante della coesistenza multietnica oggi indispensabile. L'autore si rivolge in buona sostanza ai regimi religiosi affermando che

La libertà di parola non è il nemico della religione, è il suo nume tutelare. È grazie alla sua presenza che Parigi Londra e New York sono piene di moschee. A Riyadh, dove è assente, le chiese sono vietate. Oggi come oggi chi importa una Bibbia lì rischia la pena di morte.
Poco su cui discutere.

Ma non è il senso dell'articolo ciò che mi ha fatto riflettere, quanto un passaggio iniziale in cui, in senso lato, sono i singoli riti religiosi stessi ad essere definiti atti di "blasfemia" contro gli altri riti:

Gesù è il figlio di Dio? Non per i musulmani. Maometto è l'ultimo messaggero di Dio sulla terra? Non per i cristiani. l'universo si può spiegare o esplorare meglio secondo la cosmologia basata sulla fisica, lasciando Dio da parte? Non per i musulmani o i cristiani.

Senza concentrarci sui termini, sul concetto specifico e sul suo significato, l'assimilazione del pensiero scientifico al rito religioso è non solo risibile, ma totalmente fuori contesto.

Come fuori contesto sono quei tentativi più recenti di definire compatibili scienza e religione riconoscendone le possibilità di convivenza: è grosso modo lo stesso concetto che definire "compatibili" la matematica e lo studio del greco antico, o la pratica dello yoga e la cucina macrobiotica. Sono due cose diverse, orientate a diversi scopi e con diverse modalità di esercizio: la religione non spiega perché la mela che si stacca dall'albero cade sempre verso il basso, semplicemente perché non è negli scopi della stessa; analogamente la scienza non ricerca la possibilità di esistenza al di là della vita terrena, perché non è un fenomeno osservabile e dunque non è di suo interesse discuterne. Non si tratta di superiorità dell'una nei confronti dell'altra, ma di profonda differenza.

L'assenza di dogmi, la dipendenza da riproducibilità e dimostrazione dei propri teoremi, la necessità stessa di mettere in discussione gli stessi sono al tempo stesso la garanzia e la dimostrazione della libertà legata al pensiero scientifico. Non può esserci esclusività in quanto fa la scienza, le sue leggi sono inclusive, vanno a spiegare non ad imporre; non c'è salvezza per chi le accetta e le fa sue né punizione per chi ne dubita, perché esse continueranno ad essere valide in modo completamente indifferente.

Ognuno può apertamente e direttamente mettere in discussione ogni singola teoria, formulandone di nuove: è sufficiente poterne dimostrare la validità e mettere altri (dubitanti o meno) in condizione di fare altrettanto in modo del tutto indipendente. Questa è esattamente libertà.

Probabilmente l'intento di McEwan era quello di puntare l'indice contro lo scientismo oltranzista, quel metodo militante (che recentemente sembra aver contagiato anche una parte del mondo non credente), che trasforma ciò che per natura è avulso da dispute ideologiche in una nuova religione, e che soprattutto tende a rimarcare confini ed innalzare muri dove è del tutto inutile.

Si tratta di estremismi, di forme fatte della stessa sostanza di cui sono fatti tutti gli estremismi, compresi quelli religiosi, sicuramente.

Ma in nome della scienza non si è mai ucciso, né mai nessuno è stato incriminato, privato dei propri diritti civili o in ogni caso perseguitato, fosse anche da un piccolo mucchio di fanatici...

No, sir McEwan: lasciamo fuori la scienza dalla disputa.

sabato 17 gennaio 2015

Il lettore, il becero e la rete

Il mondo non fa poi così schifo. Lo dico sempre ogni volta che mi trovo a ripulire le mie magliette dai frequenti rigurgiti di cinismo misantropico. Perché proprio in quelle fasi ti ritrovi sullo straccio pezzetti di sanità mentale, di giustizia, di coerenza lucida e pragmatica, di sano senso civico e del dovere, che in fondo ti fanno rivalutare il tutto.
Tra l'altro, a pensarci bene, sono forse la razionalità e quel cinismo (derivato) di cui sopra che ti aiutano a superare l'illusione di un mondo monocolore e votato all'idiozia.

Paradossalmente sembra che ciò che peggiora il sapore amaro che resta in bocca ad ogni commento abominevole o ad ogni post becero è proprio ciò che mi permette di far conoscere al mondo le mie turbe mentali: la Rete. 
Nell'attuale forma e con gli attuali strumenti il Web rappresenta non solo una delle più importanti invenzioni della storia a livello di comunicazione, ma, in un certo senso, è anche l'espressione più concreta ed etimologicamente più adatta di democrazia che sia mai stata messa in atto dal genere umano: ognuno, sulla rete, ha non solo il diritto, ma la concreta e fattiva possibilità di esprimere le proprie opinioni, senza distinzione alcuna. Ed è forse proprio qui l'inghippo.
Non il fatto di per sé, che è ovviamente cosa ottima, ma l'oleosa sansa da esso derivante che per i palati più fini (o meno incrostati, mettiamola in modo meno superbo) risulta alquanto amara al gusto.
In concreto, nelle passate ere della comunicazione risultava abbastanza facile schivare i sottoprodotti meno prelibati, non tanto per la cura nella selezione delle proprie fonti di approvvigionamento informativo, possibile ancora oggi, quanto per la minor incidenza di tali sottoprodotti: forse per la macchinosità dei mezzi, forse per un pizzico di pudicizia legata alla poca dimestichezza con l'intervento diretto, la Massa (principale produttrice mondiale di fuffa, becerismo e stronzate) non aveva molto da dire. Oggi invece il mezzo social pullula di liquame, ed è impossibile far finta di non vederlo, e tocca imparare a saperci convivere senza conati.

Poi ci si rende conto che la Massa ha lo stesso accesso che ha il resto del mondo alla Rete, e ti viene in mente che magari quella sovrabbondanza di fonti sopra citata è un rischio concreto per chi non è abituato a selezionare, a disquisire, a pensare. E ti metti l'anima in pace.

Ma sì. In fondo il mondo non fa così schifo. Qualcuno dei suoi abitanti sì, magari, ma tant'è.

Buona vita.


Storia di due ragazzi e due ragazze

Due ragazzi scelgono di fare una vita particolare: servire il proprio Paese indossando una divisa. Lo fanno, molto probabilmente, non con la mera intenzione di avere uno stipendio sicuro, perché si orientano verso una specialità non facile, invidiata e da molti ambita, quella di incursore della Marina Militare.
Un lavoro difficile che li porta a visitare tanti posti, sempre con quell'ideale in testa di servire la Nazione in cui sono nati e per cui darebbero la vita, almeno negli intenti. Un lavoro difficile che per definizione li porta sicuramente a rischiarla, la vita, a fare cose pericolose in cui la loro incolumità è sostanzialmente messa istituzionalmente a repentaglio.
Succede che il Paese che amano chiede loro (per motivi legati ad una cattiva gestione legislativa di queste problematiche) di scortare un bastimento mercantile privato contro la possibilità di attacchi da parte dei pirati che frequentano le acque da attraversare.
Succede che, per uno dei tanti errori operativi che possono capitare in questo genere di lavori, i due ragazzi sparino ad un peschereccio scambiato per un'imbarcazione dei suddetti pirati, uccidendo due pescatori all'interno della giurisdizione di uno stato estero. La nave viene fatta attraccare nel porto più vicino dello stato estero in questione (non serve qui discutere sul perché e il "per come"), e i due ragazzi vengono arrestati con l'accusa di omicidio.
In un bailamme di intrecci diplomatici, errori politici e incapacità generali, la vicenda prende una piega non proprio allegra per i due ragazzi, che da tre anni vivono non in un carcere di massima sicurezza, ma presso l'ambasciata italiana, in attesa che una corte dello stato estero indicato prenda una decisione in merito alla loro eventuale condanna. Una situazione delicata e molto particolare, non da disaminare con la leggerezza con cui, in patria, è stata disaminata dai più (che probabilmente ignorano i dettagli, o sanno solo quanto raccontato da quattro titoli), per i quali i due ragazzi sono due eroi che vanno salvati anche a costo di tentare un "blitz" militare piuttosto surreale, pur se lo stato estero fosse stato tra i nemici dichiarati.

Due ragazze, con un impegno ed orientamento politico neanche troppo velato, decidono di voler fare qualcosa per le persone sofferenti nel mondo: entrano in una ONG e si impegnano a partire per un paese straniero allo scopo di aiutare i meno fortunati a vivere l'orribile situazione di caos e violenza che stanno vivendo. Una decisione piuttosto difficile, non da tutti, e sicuramente piuttosto pericolosa e rischiosa sotto molteplici punti di vista.
Le due ragazze, durante una delle tante operazioni che le ha viste protagoniste, vengono rapite da un gruppo di rivoltosi del paese che le due stavano cercando di aiutare: una vicenda non rara, purtroppo, un sequestro le cui sorti finali e il cui scopo non poteva essere chiarissimo fin dall'inizio, date le diverse anime tormentate che popolano la vita di quell'area del mondo e i diversi modi di approcciarsi a simili faccende.
La vicenda non viene discussa moltissimo pubblicamente, nel più totale silenzio le istituzioni del paese natio delle due ragazze lavorano per mesi intensi alla loro liberazione. I commenti qua e là sono perlopiù molto severi, le due ragazze (quando non pesantemente insultate o quando non si augura loro di essere violentate, uccise o altre amenità simili) vengono considerate delle incoscienti che "se la sono andata a cercare", pertanto ci si augura che la loro sorte non diventi un problema delle istituzioni suddette.
Le quali invece riescono a liberarle...e la pioggia di bestialità contro le due cooperatrici aumenta...

Cosa non ho capito di queste due storie? Ma, soprattutto, perché continuo a farmi domande?

Buona vita...a tutti, indistintamente.

sabato 10 gennaio 2015

La difesa del nemico

Senza voler scomodare dichiarazioni o atti di guerra, mi sembra sufficientemente palese che quanto accaduto in Francia sia stato particolarmente grave sotto molti punti di vista.
Come dicevo nel precedente post, che fossimo o meno d'accordo con le modalità satiriche di quella rivista (o di tante altre, non importa), nulla deve distoglierci dal difendere strenuamente chi ha deciso di adoperare quei metodi per contestare questo o quel tema. Ritengo, cioè, un principio fondante della nostra cultura, del "credo" democratico e illuminista, la celeberrima frase di Evelyn B. Hall, la quale volle in un certo senso comprimere una parte del pensiero di Voltaire (a cui l'aforisma è erroneamente attribuito) sostenendo che il disaccordo non deve mai sfociare nella censura e nel totalitarismo ("I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it", da The Friends of Voltaire, pubblicato con lo pseudonimo di S.G.Tallentyre, Londra, 1906).

È proprio qui la chiave di lettura che può spiegare l'ondata di indignazione e risposta unanime della comunità mondiale (non solo occidentale, ricordiamolo...), sfociata nell'ashtag #jesuischarlie che ormai spopola in tutti i social network.
Non riesco a vedere ipocrisia o populismo in un simile gesto di vicinanza, non "grandangolando" il nostro punto di vista perlomeno. Trovo, piuttosto, alquanto incoerente la scelta di difendere a tutti i costi e in tutte le situazioni i diritti degli oppressi, senza riuscire a sentirsi in dovere di schierarsi contro chi ha creduto che altrui diritti di critica e opinione dovevano essere repressi col sangue.
Comprendo molte di queste posizioni, ben inteso, soprattutto considerato quanto qualunquista e superficiale sappia essere il web, pronto ad emozionarsi, commuoversi e indignarsi per temi che fino al giorno prima erano del tutto sconosciuti o volutamente ignorati dai più. Ma non comprendo le critiche generalizzate a chi ha voluto esprimere vicinanza con un gesto molto semplice come un banale ashtag o una frase in una bacheca di Facebook.

Forse per tale motivo sento la voglia di ribadire un concetto: quanto produce Charlie Hebdo non sempre mi piace, li ho trovati più che spesso "pesanti", eccessivi, cattivi in un certo senso; ho provato fastidio nel leggere molte loro vignette (sì...leggevo le vignette di CH...), sono stato contrariato dalle loro scelte e ho spesso pensato che fossero "contra" per il mero gusto di esserlo. Ma non sarò mai disposto ad appoggiare chi vuole ridurli al silenzio, soprattutto se questo comporta la morte di innocenti.

Non sarò mai disposto ad appoggiare chi vuole cambiare od orientare le opinioni altrui con la violenza.

Per cui...oggi come non mai...#jesuischarlie

giovedì 8 gennaio 2015

Deus non volt

Sono perfettamente conscio che questo sarà l'ennesimo atomo in universo ormai infinito e consumato di opinioni. Sono totalmente consapevole che la limitata eco di questo piccolo spazio personale sarà sufficiente a malapena a raggiungere qualche amico o qualche follower in un remoto angolo dei social network. Eppure devo esprimerla, la mia opinione, devo pronunciarmi. E lo dovrebbe fare chiunque abbia la possibilità di parlare, forte anche dei moderni mezzi di comunicazione e della distribuzione degli stessi.

Perché quel che è successo a Parigi ieri non è un problema di religione. Non di una specifica, a volerla guardare per grandi linee, ma sarebbe in ogni caso una visione molto superficiale del problema: questa è la stessa religione che benedice i riti di mafia, la stessa religione che ha spostato masse di guerrieri in terra santa, la stessa religione che ha benedetto stragi di innocenti in nome di un'entità superiore. Ma sostituite alle parole "religione" ed "entità superiore" con "ideale" e il gioco è fatto...no, non è la religione il problema...

Quel che è successo a Parigi ieri non è nemmeno un problema di integrazione: quanti esempi brillanti di integrazione devono essere sacrificati sull'altare di pochi, tremendi, efferati atti di barbarie come questo? Addirittura si potrebbero portare esempi di qualche felice e notorio "straniero" (qualunque significato diate a questa parola) talmente ben integrato da aver abiurato la propria cultura ed essere passato dalla parte ideologica degli stessi che lo avrebbero volentieri "rispedito al proprio paese a calci in culo". No, non è neanche l'integrazione...

Quel che è successo a Parigi riguarda proprio le opinioni, e la sacrosanta libertà di esprimerle che la pur fallace, sopravvalutata, malmessa democrazia ci ha garantito. Dodici persone sono morte perché altre due hanno deciso che ciò che le prime pubblicavano su un giornale satirico era non solo offensivo e sbagliato, ma addirittura punibile con la morte.
Qualunque cosa si pensi di quelle vignette, qualunque sia la propria opinione (appunto) sui temi affrontati e sul modo in cui sono stati affrontati (e vi assicuro che non ho sempre apprezzato i prodotti di quella rivista in particolare...), assodato che non c'è incitamento all'odio, non c'è violenza, non c'è cattiveria in quei disegni...assodato, in sostanza, che si tratta di satira, non c'è alcuna persona, legge o dio che possa impedirmi di difendere la libertà di quelle persone di pubblicare quanto pensavano!

#jesuischarlie

venerdì 2 gennaio 2015

Spropositi di inizio anno

Poco meno di un anno è passato dall'ultima volta che ho sentito il bisogno di pubblicare qualche mio delirio su questo trascuratissimo blog: l'indice alla destra del post che state leggendo dice che l'ultimo intervento effettuato è stato nel Febbraio 2014, un mese molto particolare per me e per la mia famiglia, che ha segnato un passaggio importante sotto molti punti di vista.
Di fatto di argomenti da trattare ce ne sarebbero stati moltissimi, dal nuovo governo alla crisi ucraina, dall'alba del "nuovo nemico islamico" al recupero finale della Costa Concordia, quindi non è stata certo la mancanza di temi a tenermi lontano.
Chiamiamo allora il periodo di silenzio passato "anno sabbatico", mettiamo un bel punto e andiamo a capo...ricominciamo da zero. Ci sono alcune idee in cantiere che vorrebbero rendere questo piccolo spazio nel marasma della Rete qualcosa di più di una finestra sui pensieri dell'autore, qualcosa di condivisibile, di commentabile, qualcosa che sia in qualche modo utile a chi lo legge. E per fare questo saranno introdotti altri autori che mi aiuteranno in questa missione e che sapranno esprimere opinioni su temi sui quali la mia competenza è meno ferrata (facendo finta di essere competente sulle competenze su cui ho blaterato finora...).
Questo non sarà il mio buon proposito per il 2015, perché i buoni propositi di fine/inizio anno sono quasi per definizione destinati a non esser soddisfatti...ma cercheremo di stupire i pochi folli che ancora tengono a passare di qui di tanto in tanto.

Pochi che ringrazio vivamente: probabilmente vi conosco di persona, probabilmente siete capitati qui per caso. Non importa, vi ringrazio perché la vostra visita (seppur fugace) significa qualcosa per me.

Buona vita a tutti e tantissimi auguri per un sereno 2015.