mercoledì 29 novembre 2017

La fenice nera

Potremmo stare a parlare per ore di derive, estremizzazioni e stanchezze politiche di gusto assortito. Potremmo discutere di quanta responsabilità c'è da una parte e dall'altra, di come determinati climi socio-politici si siano diffusi nel tempo, degli errori di un certo relativismo che - con uno scopo falsamente riappacificante - mette nello stesso calderone esperienze ormai passate.


Resta il fatto che neofascismi di vario tipo, più o meno dichiarati, più o meno evidenti, stanno emergendo prepotentemente in molti ambiti, acquisendo consenso e installando pericolosi tarli tra chi (molto italianamente, va detto) evita di prendersi la briga di decidere, fidandosi e affidandosi a forze centripete che sarebbero dovute essere relegate nelle profondità più recondite delle discariche ideologiche del passato...I perché sono tanti, in parte già discussi su questo blog, ma quel fatto resta: il fascismo è più vivo che mai.


Le tappe erano perfettamente prevedibili, è la Storia che ce le insegna: 1) si genera il "movimento"; 2) si dà una pulita sommaria al tutto cercando di nascondere ai più la merda più puzzolente; 3) si acquisisce consenso attraverso azioni "certe" da quel punto di vista (basta una ricerca su Google per farsi un'idea...); 4) ci si inserisce nel tessuto politico ormai liso (anche per loro azione diretta...) del Paese; 5) si normalizzano i rapporti istituzionali e mediatici presentandosi come interlocutori validi; 6) si cominciano a raccogliere i primi frutti a doppia cifra alle elezioni locali, e via verso le politiche...


Tanto per farvelo notare: siamo già al punto 5), e a leggere certi commenti sul Blitz Naziskin di Como in giro per la Rete (blitz che fa parte dell'acquisizione del consenso e, in parte, della normalizzazione con i media, visto che una visita in una ONG ha portato una marea di visualizzazioni...), direi che anche il punto 6) è solo questione di tempo.


Sempre all'erta, ché l'antifascismo non è un'opzione facoltativa...

martedì 28 novembre 2017

Big Data

Non mi piace giocare la parte del modernista a tutti i costi, né quella del fatalista rassegnato, ma il polverone polemico che sui media (anche tecnici) viene tirato su ad ogni notizia di utilizzo poco chiaro dei Big Data da parte delle varie aziende produttrici ha qualcosa di vagamente ridicolo ai miei occhi.
Ogni qualvolta che leggo un "Google usa i dati del GPS del vostro smartphone per tracciarti" o un "Apple può registrare dal vostro microfono" mi viene da scuotere la testa sorridendo...Sia chiaro, non vuole essere una giustificazione a policy quantomeno poco etiche, quando non direttamente illecite, ma il punto è un altro: se decidete di spendere centinaia o migliaia di euro per prendere possesso di un aggeggio connesso con il mondo reale e virtuale attraverso una serie di sensori che fino a pochi anni fa immaginavamo solo in una stazione scientifica, il dubbio che i dati raccolti da quei sensori possano essere usati a piacimento delle case sviluppatrici a fini commerciali deve quantomeno venirvi...


Ma immagino che gli stessi che oggi si stupiscono del fatto che Google usi i dati di posizionamento (che non sono solo GPS, e basterebbe aver visto almeno un telefilm poliziesco del 1998 per saperlo...) dei dispositivi per avere indicazioni sui gusti personali dell'utenza e fornire servizi dedicati (traffico in zona, luoghi da visitare, orari negozi, ecc.), siano gli stessi che ancora si stupiscono del fatto che dopo aver cercato "funghi trifolati surgelati" su Amazon si ritrovano le inserzioni sulle fungaie su Facebook.


Il futuro non è per tutti.

martedì 14 novembre 2017

La nazionale

Ce lo diciamo e ce lo sentiamo dire spesso, mutuando le iscrizioni sulle testate del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma (e temo che non molti ne abbiano coscienza...): noi italiani siamo un popolo di tuttologi, pronti a discutere di qualunque argomento col piglio deciso dell'esperto e con la voglia di annunciare a tutti gli altri cosa avremmo fatto noi nelle stesse condizioni. Certo, lo sport nazionale non fa eccezione, anzi...
Viene quindi da sorridere quando, all'indomani di un'esclusione cocente (quantomeno per tradizione) dai Mondiali di Calcio che si terranno in Russia la prossima estate, con motivazioni sicuramente variegate ma con principale attinenza in campo puramente sportivo, una massa di commentatori estemporanei - chi più famoso, chi molto meno - si sforza a dare letture socio-politiche dell'evento con acrobazie degne del Cirque du Soleil: si va dal parallelo giocatori stranieri/immigrati, a denunciare la troppa "esterizzazione" delle risorse nazionali, alle letture sociali della mancata qualificazione voluta/non voluta (a seconda dello schieramento politico), arrivando addirittura a vedere una sorta di complotto sotterraneo per non avere l'evento sportivo a distrarre dalla situazione politica che potrebbe crearsi dalle elezioni di poco precedenti.
Da par opposto, c'è un profluvio di commentatori che avevano pronto il tweet dell'anno in cui ci avvertono di quanto sia incredibile che "La Gente" non capisca quali siano i veri problemi del Paese. Benaltro, insomma...


Resta legittima la libertà di poter dire la propria (anche in caso sia una palese boiata, sotto uno qualunque dei punti di vista da cui leggerla), come quella di essere in disaccordo con le letture becere, a senso unico o totalmente scollegate da una qualsivoglia lettura multidisciplinare di una sconfitta sportiva in senso pratico, del gioco quindi, e programmatico. Ma un punto sembra essere palesemente limpido: non sappiamo discutere.
Non sappiamo discutere di sport, legandolo alla vita del Paese quasi in termini di dipendenza reciproca. Ma ciò che è peggio è che non sappiamo discutere di politica, nel senso più ampio possibile del termine, che vediamo sì come un ente permeabile alla vita quotidiana (e ci mancherebbe non fosse così), ma come strumento per scardinare il normale ordine delle cose, per innalzare priorità personali o di categoria, o per risolvere istanze private: una sorta di trama oscura che permea il tutto, impedendo letture serie di ogni questione e discussioni importanti in tal senso.


In buona sostanza: non abbiamo idea di quale sia la ricetta più consona per sconfiggere populismi, fascismi 2.0 e paure annesse, ma siamo certi che il presidente della FIGC sia espressione di determinati "poteri forti" atti a...(aggiungere conclusione socio-politico-psicologico-antropologico-paleontologico-ginecologico-economica a caso).

venerdì 10 novembre 2017

Scioperati e Scioperanti

C'era una volta una Nazione cresciuta col primo sangue della reazione operaia contro sfruttatori e nuovi capitalisti. C'era una volta un Paese in cui diveniva sempre più rigoglioso il movimento sindacale, nonostante i cannoni sparassero sulle folle. C'era una volta una Repubblica che decideva di fondarsi sul Lavoro, portato sull'altare come valore fondamentale, non come mero strumento produttivo e di sussistenza, di scegliere di porre nel proprio emblema ufficiale l'Ingranaggio, dopo aver superato una delle più cupe fasi della propria giovanissima storia.


C'era...ora? Ora, anni di intrallazzi, manovre e manovrine a molti livelli all'interno dei movimenti sindacali (quanto meno percepiti o - meglio ancora -  fatti percepire al popolo) hanno minato a tal punto la credibilità delle lotte per il diritto al lavoro da rendere inefficace, o peggio inutile, ogni tentativo di riportare all'attenzione le tematiche su cui si dibatte.
Senza scomodare la sostanziale abolizione delle garanzie ex Art.18 dello Statuto dei Lavoratori (passato nella generale compiacenza o comunque indifferenza), basta osservare le reazioni scomposte e talvolta prive di senso civico, sociale, logico e pratico: la frase che più risuona oggi sui Social è un ritornello che si ripete ad ogni sciopero, «Fanno sciopero il venerdì per fare il weekend lungo»; una frase che, ad essere buoni, non tiene conto del lavoro su turni che svolge la quasi totalità degli scioperanti (trasporto pubblico in primis), e che presuppone quasi sempre una sostanziale ignoranza delle tematiche che hanno portato allo sciopero.


Che l'astensione dal lavoro possa diventare un disagio per altri cittadini non è né anomalo né ingiusto, perché è il grimaldello con il quale quella lotta può scassinare chiusure mentali, indifferenza e fastidio (e purtroppo non tutti i lavoratori possono vantare lo stesso peso in tal senso). Altrettanto normale è che quel disagio possa divenire un'arma a doppio taglio, se usata con discrezionalità poco attenta, che possa produrre un moto di repulsione allo strumento Sciopero in generale, ogni qualvolta che si manifesta per "gli altri" contro quelli che vengono visti come diritti insindacabili del cittadino...Eppure intelligenza pretenderebbe attenzione e comprensione, almeno approfondimento, per non doversi trovare sulla riva sbagliata del fiume quando sarà il momento.


C'era una volta un Paese in cui i Diritti dei Lavoratori era un Valore Fondante: ora c'è il diritto alla comodità ed al privilegio, il diritto alla critica a priori di tutto ciò che va (direttamente o meno) in contrasto con quanto abituati ad avere; il diritto a credere che i problemi possano risolversi con l'ineffabile saper vivere all'Italiana maniera...con buona pace di chi crede ancora oggi di avere il Dovere di protestare per portare all'attenzione di tutti le proprie istanze.


La richiesta di accortezza e di senso civico, specie per quelle proteste più direttamente coinvolgenti il pubblico, è sacrosanta; ma lo deve essere al pari del diritto a protestare e del dovere di capire.


L'Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul Lavoro (Art.1, Costituzione della Repubblica Italiana)

mercoledì 8 novembre 2017

Le sfide della sinistra moderna

Diversamente da quanto abitualmente previsto all'interno di questa categoria, ho voluto redigere una recensione ad un articolo di Luciana Castellina sul Manifesto del 7 Novembre scorso, in cui si prende spunto dalle celebrazioni per il Centenario della Rivoluzione di Ottobre per trattare un tema quanto mai delicato, nell'era della post ideologia. Ovviamente si tratta più di una "lettura critica" che di una vera e propria recensione, ma ho ritenuto valesse in ogni caso la pena di fissare il commento dell'autrice in una categoria che meglio lo rappresentasse in senso più generale.


Il compito che si pone l'autrice fin dall'incipit è dichiaratamente quello di definire, nell'epoca che stiamo vivendo, il ruolo esatto di un militante politico che possa definirsi comunista. Una domanda affatto banale e di non facile definizione, fosse solo per il dubbio sulla sensatezza di una definizione di appartenenza politica così netta e così lontana nel tempo.
Cosa dovrebbe fare, oggi, un «militante comunista occidentale nella sua attività giorno per giorno»? Quale ente socio-politico può prendere il posto del proletariato, ormai inesistente «nelle forme che conoscevamo»? In un certo senso, riassumendo il tutto, quali letture sono necessarie oggi per far evolvere quanto proposto dal comunismo di allora, portandolo ad una fruibilità politica, sociale (e culturale, quindi) più moderna e rispondente alle nuove necessità?


Già, perché non vi è dubbio alcuno circa la reperibilità di quel che un tempo è stato il Proletariato, una classe che l'autrice definisce «frantumata socialmente, economicamente, culturalmente [...] geograficamente dispersa», stato che non può che dipendere principalmente dalle moderne forme di lavoro, che hanno destabilizzato (se non eliminato, almeno localmente) la collettività, favorendo in modo crescente l'individualità lavorativa e - in conseguenza - sociale. Ed è proprio la ricomposizione del soggetto socio-politico centrale a dover diventare il primo compito di una forza comunista.
Vorrei, in tal senso, fare un parallelismo (ardito, considerato il contesto...) con la situazione politica italiana, in particolar modo in seno alla Sinistra, la quale continua a fingere di non sentire il dolore che ormai l'attanaglia dallo scioglimento del Partito Comunista Italiano...anziché curare le ferite dolenti, di presentarsi con vesti nuove e più adatte ai tempi correnti, anziché, cioè, discutere sul "Cosa diciamo?" ci si è soffermati al "Chi siamo?", in molti casi rimanendo impassibili a mirare rughe e acciacchi allo specchio, mentre altre forze prendevano il controllo e delle tematiche riformiste e di quelle sociali.
Oggi assistiamo all'ennesimo balletto utile solo a rispondere alla seconda domanda, se non - peggio - a trovare un senso delle cose nel mero calcolo elettorale...ma resta esattamente quanto Castellina propone: rinsaldare i ranghi, trovare il modo di dare identità, ordine e compattezza alla società che ci vogliono far credere liquida, e rappresentare per essa quantomeno il corrispettivo politico in grado di sostenerne le istanze. Finché questo non verrà fatto per davvero, la Sinistra verrà costantemente doppiata da quelle forze (probabilmente più "fresche", e quindi più abili a dialogare con le nuove forme sociali) ideologicamente contrastanti se non opponenti (vedi populismi e destre estreme).


In tal senso (andando ad anticipare un po' la tematica, proposta più avanti nell'articolo), l'autrice chiede di rivedere le dinamiche che legano la rappresentanza politica più pura, il Partito, con ciò che negli ultimi anni ha permesso almeno la continuazione dell'attivismo in diverse forme, il Movimento: di fatto oggi «anche il migliore dei partiti è portato solo ad autolegittimarsi politicamente, ignorando le istanze dei movimenti [...], ma questo non si significa che il problema della strategia ce lo si possa mettere alle spalle». La necessità dei Movimenti quali enti aggreganti, quasi vitali ai fini del mantenimento del fuoco partecipativo, pur importantissima è da rivedere e ridimensionare, alla luce delle nuova necessità e del contesto democratico in cui ci si vuole muovere. Contesto che andrà riformato e rivisto per arrivare ad una gestione della società, oggi parzialmente eclissata da un senso delle istituzioni che si vuol far tendere alla sola partecipazione elettorale, punto sul quale solo una forma partitica, magari rivista e corretta, ma comunque centrale, può operare. Abbiamo cioè serrato i ranghi e definito il perimetro sociale entro il quale eleggere l'ente protagonista dell'azione politica; non resta, per far sì che questa azione sia davvero politica e orientata alla costruzione oltre che all'atto di rottura e protesta, è necessaria una regia coordinata e coordinante che (pensandola in parallelo alla Rivoluzione d'Ottobre) non sia solo promotrice e guida della "insurrezione", ma anche operatore per «la riappropriazione cosciente delle funzioni svolte dalla burocrazia statale, per la gestione sociale».
Proseguendo il parallelo con la situazione della Sinistra italiana, diventa chiaro che solo in seconda istanza l'assunzione delle responsabilità politiche da parte di un singolo e coeso soggetto partitico diventa importante: perché al di là della prima fase già descritta, sarà dunque necessario compattare e superare l'esplosione movimentista degli ultimi anni, senza rinunciare ai Movimenti stessi, ma facendo punti di ingresso o di uscita, facendone valvole e sensori di un meccanismo ben più grande. Compito non certo semplice...


Resta una domanda di fondo a cui, francamente, non saprei dare risposta, e che ho avuto l'impressione di mettere in qualche difficoltà l'eccellente Luciana Castellina: a fronte di quella che definisce privatizzazione del potere, dello spostamento del potere decisionale (anche politico) dalle aule parlamentari alle meeting room delle grandi multinazionali e delle holding, dove trovare il vero nemico, se presente? Su cosa porre gli accenti? «Dove si trova oggi il Palazzo d’Inverno»?
Non è l'assenza di un nemico il problema, ma la sua individuazione. Non sono gli strumenti a disposizione per rimarcare la centralità di quella Società da ricompattare a mancare, ma le corrette condizioni di utilizzo degli stessi...
In buona sostanza, per la Sinistra, si tratta di saper generare le giuste domande, finendola di affannarsi a cercare prima di tutto la risposta più giusta, in una gara totalmente inutile e aliena dai problemi reali di quella società da ricompattare di cui sopra.


Nessuno può dire che sia un compito facile. Ma almeno comincino a parlare...

martedì 17 ottobre 2017

Il bigottismo inconsapevole

Un'attrice italiana si unisce al coro di tante altre colleghe da varie nazioni, e accusa un produttore di
molestie sessuali reiterate nel tempo dopo vent'anni.
Colleghi cittadini italiani, anche tra i più insospettabili quanto a intelligenza civica, l'accusano di opportunismo, criticando il tempo speso in silenzio in questi anni e malpensando in relazione alle presunte doti artistiche della stessa. Qualche bestia si spinge più in là, ma non sono questi subumani ad interessarci: è la gran massa delle persone comuni che (non solo sui Social, finiamola con queste boiate da "getto degli impresentabili" che in quel contesto ci finiamo tutti, non ci sono degli alieni...), che non sembra concepire l'idea di una sudditanza psicologica a tal punto pesante e coercitiva da ridurre al silenzio...
Perché la nostra cultura di fondo, basata su un cattolicesimo d'accatto che nulla ha a che vedere con il messaggio evangelico (a ben leggere...), alla fine ha il suo effetto anche a distanza, anche per irraggiamento: come è possibile che una donna si sia prestata a certi "servizi" senza averne, in fondo, la volontà? Come è possibile che non abbia semplicemente detto no? Come si può considerare stupro un atto così particolare, in cui non ci sono quattro energumeni a tenerti per braccia e gambe mentre a turno fanno i loro comodi? Solo quello è stupro, no?
La cosa peggiore è che i commenti più negativi, o almeno i più dubbiosi, sono di donne, che dovrebbero essere le prime a far scudo...


Qui non si tratta di società patriarcale, è bigottismo di ritorno, legato ad un'idea del mondo talmente lineare da non concedere vie alternative a ciò che ti è sempre stato detto. Un modo di pensare per cui un uomo non può essere molestato sessualmente; un pompino non è mai stupro, forse nemmeno con un coltello puntato in gola, perché "puoi sempre mordere"; se una donna viene aggredita mentre torna a casa di notte "se l'è cercata", e così pure se decide di abbigliarsi in determinati modi; un flirt dà automatica autorizzazione a mettere in pratica qualunque tipo di pensiero sessuale, e chi denuncia, certo, "poteva pensarci prima"...


Facciamo abbastanza schifo, va detto...ma mi consola leggere tanti più o meno giovani maschi, come il sottoscritto, che la pensano come me: saranno padri anche loro, padri di figlie, magari.


Passerà la nottata.

sabato 14 ottobre 2017

Scuola e lavoro

Lo scorso 11 Ottobre un fiume di studenti (non ho voglia di partecipare alla guerra dei numeri, che lascia il tempo che trova in questo contesto) ha manifestato contro l'ultima di una lunga serie di riforme del sistema scolastico, puntando particolarmente il dito contro l'adozione del sistema di alternanza scuola-lavoro voluto per introdurre "un metodo didattico e di apprendimento sintonizzato con le esigenze del mondo esterno che chiama in causa anche gli adulti, nel loro ruolo di tutor interni (docenti) e tutor esterni (referenti della realtà ospitante) [...] per sviluppare in sinergia esperienze coerenti alle attitudini e alle passioni di ogni ragazza e di ogni ragazzo" (fonte. MIUR).


L'idea è quella, secondo il ministero, di proporre percorsi lavorativi ai ragazzi delle superiori, anticipando l'ingresso nel mondo del lavoro, quantomeno dal punto di vista metodologico: si alterna la teoria imparata a scuola con la pratica dell'attività lavorativa di tutti i giorni.
Obiettivo sensato quanto opinabile, ma che comunque - va ammesso - contiene di per sé tutte le caratteristiche di un percorso innovativo, di una rinfrescata al sistema di istruzione media superiore italiano (che da troppo tempo continua a campare di una rendita da tempo esaurita...), affiancando alla preparazione didattica una prima infarinatura "pratica".
Se non fosse che siamo in un paese totalmente disabituato a programmare in modo sensato, vedi lauree triennali, per rimanere in tema di istruzione...Così una buona idea diventa una assoluta, indiscutibile, mostruosa cagata, e a pagare sono le persone che in futuro dovrebbero rappresentare il nocciolo produttivo e direttivo del Paese: gli studenti.


L'alternanza scuola-lavoro potrebbe essere un buon investimento, a patto che si pongano le necessarie condizioni per non farlo diventare (come invece è accaduto) un doposcuola obbligatorio con cui fornire bassa manovalanza alle aziende e preparare gli studenti al precariato.


1) Coerenza con il percorso di studi
Quale "sinergia di esperienze coerenti alle attitudini di ogni ragazza e ragazzo" può sviluppare un'attività lavorativa presso una libreria generica per un ragazzo dello Scientifico? In che modo il monitoraggio dello stato di salute delle acque pubbliche può essere un "metodo didattico e di apprendimento" utile per una ragazza del linguistico?
Le esperienze sopra descritte mi sono realmente state indicate da ragazzi che le hanno vissute, e non hanno alcuna valenza didattica né tantomeno lavorativa. Qualcuno fa notare come la cosa sia perfettamente in linea con la "vita reale" dopo il diploma, in cui molto difficilmente si riesce ad ottenere un impiego perfettamente in linea con i propri sogni o con il percorso didattico/accademico effettuato: si tratta di un'osservazione particolarmente insulsa, perché parliamo di un percorso di apprendimento che nulla ha a che vedere con il "praticantato" o la "gavetta" (sempre dal MIUR: "L’alternanza è parte integrante della metodologia didattica e del Piano Triennale dell’Offerta Formativa, mentre il tirocinio è un semplice strumento formativo [...] si distingue anche dall’apprendistato in quanto si configura come progetto formativo e non come rapporto di lavoro [...] e che pertanto ha l'obbligo assoluto di essere in linea con ciò che si è sviluppato in linea teorica nel corso di studi")
Le convenzioni con le aziende dovrebbero, pertanto, essere approvate dalle strutture ministeriali periferiche, valutando i piani formativi e la loro attinenza ai percorsi scolastici specifici: cosa si intende fare in tal senso? In che modo la stipula di convenzioni con catene di fast food rientra in qualsivoglia Piano Triennale dell'Offerta Formativa?


2) Reversibilità dei "costi" personali
Uno dei punti più controversi riguarda la retribuzione delle ore lavorate: lo slogan più presente in piazza ieri l'altro era proprio "il lavoro si paga". Fermo restando che di lavoro non deve trattarsi (vedi punto precedente), in che modo si intende ripagare il tempo passato in alternanza?
È totalmente deleterio erodere ore di didattica a favore dell'alternanza. Ma anche l'utilizzo del tempo personale degli studenti è francamente intollerabile, a fronte del mancato rimborso di qualsivoglia tipo di costo: ritengo personalmente obbligatorio introdurre un rimborso delle spese legate quantomeno al trasporto ed ai pasti degli studenti, ma non potendo conoscere tutte le convenzioni in essere, risulta quantomeno necessario un monitoraggio diretto da parte ministeriale delle attività previste e della ripartizione delle ore dedicate. In molte attività, infatti, gli studenti sono stati di fatto inseriti in turnazioni senza avere le adeguate coperture dei costi intrapresi per potervi partecipare, e ciò non può accadere. Le forme di rimborso possono essere elargite in modi diversi, quali la somministrazione di buoni pasto o di borse di studio ad hoc cofinanziate dalle aziende partecipanti, le quali (vale la pena ricordarlo) hanno anche dei vantaggi finanziari dalla stipula delle convenzioni.


3) Volontarietà di adesione
La partecipazione all'alternanza è attualmente un obbligo per gli studenti del triennio conclusivo: perché? Perché, a fronte del sistema ormai collaudato dei Crediti Formativi, non si è pensato ad utilizzare gli stessi quale "premio" per studenti volontariamente partecipanti e si è puntato ad una costrizione spesso deludente?
In tal senso avrei ritenuto molto più formativo (sotto molti punti di vista) e socialmente utile l'obbligo del Servizio Civile, che avrebbe superato ognuno dei punti che stiamo elencando qui. Ma in assenza di questo, sarebbe stato molto più consono dare una scelta agli studenti, che specialmente negli istituti liceali "storici" (Classico e Scientifico) troverebbero molta difficoltà a definire vie di formazione pratica al lavoro, considerato lo scopo ultimo di tali istituti (il passaggio ai percorsi accademici).


Ritengo questi tre punti fondamentali, ma ce ne sarebbero molti altri di cui discutere: è certo, in ogni caso, che rendere l'esperienza davvero formativa, volontaria e non onerosa sia il punto di partenza per far sì che il lavoro degli studenti non venga sfruttato a mero fine produttivo, che, anzi, si diano agli stessi tutti gli strumenti per sapersi formare una coscienza civile da futuro lavoratore, e schivare così precarietà e sfruttamento.


Dobbiamo formare dei cittadini, prima ancora che dei lavoratori. Dobbiamo far sì che gli errori del passato non siano più ripetibili: così si gioca solo a costruire la larga base dove fondare i futuri profitti di pochi.

giovedì 12 ottobre 2017

I cani so' cani

Pare che ogni volta che rientro dalle lunghe pause a cui sottopongo questo blog debba
necessariamente parlare della politica italiana, anche perché la stessa sembra sempre rinvigorirsi proprio in autunno, specie negli ultimi anni.


Succede che in una mattina di Ottobre un gruppetto di manifestanti di varia estrazione (leggi "mischione di scioperati con in testa autonomie fantomatiche, libertà decisionali su temi delicati, quale la vaccinazione, e pseudo rivoluzionari al seguito di un anziano ex militare che vorrebbe l'aiuto del pubblico a casa per fare un golpe da macchietta") si piazza davanti Montecitorio a protestare contro. Contro, punto. Sacrosanto diritto di manifestare, ma con contenuti francamente non immediati (ma magari è un mio limite).
Uno degli esponenti più in vista del maggior partito di opposizione decide di scendere e incontrare La Ggente®, di spiegare cosa si sta facendo in quell'aula rappresentativa, cercando un appoggio, una sponda, un'investitura estemporanea e sul campo per assurgere al gradino successivo a quello di leader di forza politica: quello di capopopolo.
Ma La Ggente® lo prende a fischi e pernacchie, lo insulta, lo percula, gli intima di togliersi dalle scatole, perché non è aria...


Succede, sì. Perché quando dai tuoi mezzi di comunicazione spari a zero sulla qualunque, quando non presupponi margine di manovra e pensi che aizzare rivolte e smucinare tra la rabbia (più o meno legittima) del popolino sia la miglior mossa per acquisire consenso politico, il rischio è quello di farsi male nel lungo periodo, di ritrovarsi contro quei cani che - per controllare la folla in rivolta - Winchester aveva tenuto a stecchetto...


Ed è tutto esilarante.


D'altronde i cani so' cani, diceva il buon commissario...

giovedì 1 giugno 2017

Ferie

Si comunica la gentile clientela che il blog rimarrà chiuso per lavoro (il mio), che d'estate è un vero macello...abbiate pazienza, ci rivedremo a Ottobre!

martedì 23 maggio 2017

Non è una Rete per vecchi

Negli ultimi tempi - sebbene mi riesca difficile intravedere una vera e netta soluzione di continuità rispetto al passato - la Rete è divenuta una delle principali protagoniste della cronaca quotidiana, per motivi che spaziano dal rispetto della privatezza alle forme di "bullismo telematico", dalla troppo facile fruizioni di contenuti delicati e non per gli occhi di tutti alla diffusione di false notizie con scopi più o meno dolosi. La conclusione sta sempre più tendendo ad essere la stessa: Internet, così come è diventata, è una sorta di discarica di contenuti che, senza un adeguato controllo ed una vigilanza attenta, rischiano di ledere ancor di più il tessuto sociale reale, di generare mostri nella vita vissuta che non si possono combattere se non con estrema difficoltà.
La soluzione censoria è sempre la più amata, vecchio rimedio a tanti fastidi causati al potere (o ai suoi strumenti di influenza) dai mezzi di comunicazione che sicuramente, nelle menti di chi dovrebbe capire e agire in tal senso, ben si applica anche ad un medium che fa della condivisione e della partecipazione nella creazione di contenuti il suo atto fondante.

Ma tralasciando le tesi dietrologiche, e prendendo effettiva coscienza di ciò che la Rete rappresenta oggi sotto molti punti di vista, senza quindi far finta che non esista una Deriva generale che in qualche modo mette in difficoltà la bontà di un progetto storico dal valore inestimabile, mi viene da chiedere se la ricerca delle origini di tale Deriva non sia un esercizio utile anche al suo tamponamento.

1 - I Social non sono Internet, Internet non è solo Social
L'obiettivo della Rete è stato fin dall'inizio quello di rendere il mondo un posto più piccolo, di rendere più facilmente fruibili a chiunque le informazioni necessarie, in tempi talmente rapidi da far considerare marcescenti (ben oltre l'obsolescenza, dunque) gli altri mezzi di comunicazione, tanto che sono ormai questi ad affannannarsi per avere uno spazio sulla Rete e guadagnarne in visibilità (e click...ma questa è un'altra storia!).
Con scopi di questo tipo, il modello condivisionale su cui si basano i Social non poteva che attecchire e diventare di fatto egemone...ma non è solo di Social e di condivisioni che è fatta la Rete!
Internet è stata in grado di riscrivere la storia della diffusione della conoscenza, con progetti partecipativi che, nel mondo reale, hanno pochissimi eguali in termini metodologici, e praticamente nessun eguale in termini di portata; ha permesso di reinventare la fruizione e la diffusione dei contenuti; ha permesso di superare il concetto di "diritto d'autore" elevandolo ad un gradino successivo di accesso e condivisione dell'altrui proprietà intellettuale; ha consentito di rompere la giostra del talent scouting e (in un certo senso) del gavettismo militante, fornendo al giudizio del pubblico l'onere di decidere o meno del successo...e continuando una lunghissima lista si arriva ovviamente alla possibilità di affacciarsi su Agorà più o meno aperte in cui discutere, condividere e connettersi con tutto il mondo, di cui i Social rappresentano solo la forma finale:
per le ragioni esposte in apertura del punto, sono divenuti man mano il veicolo principe di tanta dell'offerta di Internet, ma non rappresentano Internet, e probabilmente uno dei problemi principali della Deriva è questa confusione di ruoli, questa sostituzione tra il tutto e la sua parte che confonde nello stesso istante anche utenze di tipo completamente differente. Purtroppo oggi i Social rappresentano un punto di primo accesso alla Rete, un hub da cui è necessario passare (anche come fornitori di contenuti) per non relegarsi alla trasparenza. Solo che, come avvenuto con la TV e con buona parte della carta stampata, la Massa ha garantito l'abbassamento della qualità media di ciò che viene condiviso e di ciò che si vuole condividere, ed il risultato finale è che un cartello grafico creato da ignoti, che denuncia un complotto governativo per irrorare il cielo con sostanze dagli scopi vari ed eventuali, è più condiviso di un paper divulgativo in cui si spiega in modo scientificamente inoppugnabile che quelle scie sono condensa...

2 - Internet Di Tutti non è per tutti
Il modello politico, inteso in senso ampio, con cui la Rete si è presentata al mondo, che ne ha guidato lo sviluppo adattandosi e adattando i vari strumenti, ha mostrato la corda nel momento stesso in cui la fruizione dei servizi offerti ha conosciuto la diffusione massiva (figlia di quei nuovi hub di accesso che sono i Social, sopra descritti).
Tutto ciò che Internet è stata in grado di mettere in atto si è basato su una forma di anarchia democratica in cui, stanti poche regole di "buon vicinato", è l'autogestione e l'automoderazione ad avere il ruolo più importante, generati dalla stessa disponibilità di contenuti che permette di cercare, indagare, verificare e, infine, selezionare, autolivellando i picchi spuri di sovrapproduzione fin dalla loro ideazione o nel momento in cui diventano fruibili. Un modello che non può prescindere, quindi, dalla formazione di base di chi produce, di chi utilizza e di chi condivide: un ambiente creato da chi lo vive e ad essi dedicato non può non presupporre una coscienza ambientale forte, pena il disgregamento di ogni rapporto fiduciario (pure necessario in un simile contesto), la corrosione delle strutture portanti del sistema stesso e, infine, l'incancrenirsi delle posizioni più "reazionarie" a fare da pezza.
Se, infatti, la prima Rete era formata da un nucleo di persone "preparate" in tal senso, capaci di generare ordine laddove non sarebbe dovuto esserci, di governarsi senza (quasi mai) eleggere rappresentanti, e di inventare e preparare l'Internet futura che oggi viviamo; se attorno a tale nucleo orbitavano masse pronte a recepire quelle prime regole, a rivederle, a stravolgerle per crearne altre, a dare continuità selettiva a quanto fatto dai primi; se, insomma, il Popolo del Web della prima ora era formato da una "elite" culturalmente capacissima di trasformare il Retismo Filosofico in Retismo Politico, alimentando i sogni di una Nuova Società (virtuale, ma non solo...) basata su quei principi, oggi, molto semplicemente, la Vecchia Società tende banalmente e superficialmente a sconfinare nel virtuale, senza essere in grado di sostenere un sogno di simile portata.
In poche parole: la Gente non è pronta a quel che Internet ha e/o avrebbe da offrire...
La soluzione, dunque, quale sarebbe? Non è proponibile una selezione dell'utenza, né una formazione adeguata sembra essere fattibile prima dell'ingresso, se non attraverso i canonici canali d'istruzione che faticano ancora oggi ad adeguarsi ai nuovi metodi di comunicazione. Eppure la chiave è lì, inevitabilmente nelle persone: se è vero che una maggior portata trascina con sé detriti e rami secchi, è altrettanto vero che continuano ad esistere fruitori e contributori di livello, a cui spetta il compito di continuare a spalare carbone nelle caldaie per far sì che il treno non si fermi. Non sto parlando di un governo dei più abili, ma anzi di una Resistenza, una lotta all'ignoranza, alla superficialità ed all'ineducazione volontaria, fatta di tanti piccoli gesti che, insieme, potrebbero rafforzare e rinnovare quel modello politico descritto. E di esempi ne esistono già tanti, fortunatamente!

3 - Vecchi media, nuovi metodi
Oltre a rendere palese l'effetto abbassamento della media, abbastanza tipico in tutti i fenomeni ad essa collegati, la Massa ha di fatto costretto ad una rivisitazione della capillarità e della diffusione dei vecchi mezzi di comunicazione, che hanno dovuto adattarsi alla nuova Società Allargata convivendo con la necessità di essere in essa presenti.
Pur tra chi ha operato una netta divisione tra ciò che viene proposto online e ciò che viene proposto sul supporto classico, relegando a questo il compito di approfondire, praticamente nessuno è stato in grado di ripensare il metodo stesso di elargizione delle notizie, trasferendo solo su pixel quel che in passato era inchiostrato: anche accettando che la carta (o lo schermo televisivo) sia lo spazio ideale di approfondimento - non fosse altro che per un banale calcolo merceologico, per il quale se le breaking news le affido al mezzo più veloce non ha senso cercare di venderle su quello più lento -, e ignorando l'affidamento della successiva discussione alla lentezza delle lettere al giornale, l'errore di fondo è tuttora quello di applicare vecchi filtri che non si adattano alle nuove consistenze della società liquida, e che anzi ne peggiorano i sintomi più cronici.
Oltre a perpetuare, infatti, la corsa all'anteprima, che ben poco interesse suscita in un mezzo vasto, rapido ed estremamente "vivo", risulta particolarmente incrostata la tendenza ad assecondare - cercando di guidarle, come sempre - le tendenze dei lettori, senza riuscire a capire che la viralità, che tanto sembra essere importante in ogni contenuto "preso da Internet" da una testata giornalistica, non solo è inesistente o estremamente blanda il più delle volte, ma non è neanche un fattore per giudicare il "successo" o meno di certe condivisioni.
I media in buona sostanza, incaponendosi a recitare una parte che non è adatta a loro, stanno perdendo l'occasione aurea di elevarsi dal sottobosco contro-contro-informativo (proliferato tra la fine degli Anni Novanta e gli inizi del Duemila), di scrollarsi di dosso l'alone di vecchiume e di vicinanza al regime di turno, ritagliandosi un ruolo nuovo e moderno di metacontenitore giornalistico, addirittura facilitando il passaggio di inezie, stupidaggini e nequizie che un tempo non sarebbero nemmeno emerse dai vari dump bin che la scarsa utenza della prima Rete aveva eretto a difesa degli tsunami di bestialità oggi sulla bocca di tutti.

4 - Nuovi metodi, vecchie abitudini mediatiche
Una conseguenza direttamente legata alla sostanziale incapacità di cambiamento dei media tradizionali online, è l'uguale incapacità del pubblico a staccarsi dalla vecchia abitudine per cui bastava un "l'hanno detto al tiggì" per certificare ogni boiata letta in giro.
La fiducia quasi incondizionata che la Massa ripone in questa o quella testata si è trasferita online, e, pur sembrando paradossale in un'epoca di populismi che mal vedono l'informazione stile ancient regime, ha trovato continuità nei nuovi gangli comunicativi.
Il risultato è non solo la crescente deimmunizzazione da bufale, false notizie, e satira spacciata per verità, ma anche la demonizzazione e la perdita di credibilità (questa sì paradossale!) degli strumenti più innovativi di condivisione e diffusione della conoscenza (vedi Wikipedia...), che dovrebbero invece essere presi ad esempio di come la collaborazione dell'utenza nella stesura e nella verifica delle informazioni può generare mirabili progetti.

5 - Non-Stato sovrano e Azioni di Stato
Per i motivi espressi sopra, c'è una cassa di risonanza particolarmente potente riguardo tutto ciò che con Internet è collegato, anche laddove in passato i numeri avrebbero suggerito la classificazione nella categoria "fenomeni marginali" (basta qualche migliaio di condivisioni, a volte).
Ciò basta, in un contesto politico come quello attuale, a far saltare dalle sedie gli amministratori ed i rappresentanti ed a far piovere proposte più o meno sensate di gestione dei flussi di informazione dalla Rete.
Parliamo di fatto di un'ingerenza di uno Stato nella sovranità di un Non-Stato, con le sue regole non scritte e la sua ideologia "politica" fondante. Ingerenza a volte necessaria o quantomeno comprensibile, quando si vanno a configurare fattispecie di reato già esistenti o auspicabili, ma completamente inutile di fronte a forme espressive totalmente nuove e non arginabili con strumenti non aggiornati.
Sia chiaro che non si vuole fare apologia dell'infallibilità della Rete, né si vuole suggerire di distogliere l'attenzione da quanto dentro vi accade, ma non si può pensare di controllare l'incontrollabile, non si può applicare la logica dei "paletti" legislativi per guidare uno strumento universale che resta totalmente slegato dalle sovranità nazionali. Analogamente, andrebbero riviste le priorità e prodotte soluzioni che non siano una benda sulla ferita, ma la medicina per evitare che di ferite se ne generino sempre meno.
Fermo restando che, nella mia personalissima ottica, e fatto salvo quanto sopra premesso, intervenire a colpi di decreto non è solo indice di quanto gli Stati (o i loro Governi) siano analfabeti in termini di nuovi mezzi di comunicazione, ma anche un tentativo di svuotare il mare con un cucchiaino che, se diventa almeno efficace a giustificare l'esistenza di realtà istituzionali dall'utilità altrimenti poco chiara in alcuni contesti, assume forme grottesche e per certi versi pericolose quando rivolte alla Rete.

6 - Il virus della Propaganda
Se i vecchi mezzi di comunicazione faticano, se la vecchia burocrazia diventa impotente e gli utenti più "vecchi" mostrano enormi difficoltà a comprendere i principi che dovrebbero usare per navigare adeguatamente, un virus ideologico di vecchio stampo sembra essere ben capace di infettare anche la Rete, e non solo in un Paese mentalmente vecchio come il nostro.
Politicamente parlando, anche per quanto affermato nei punti precedenti, Internet è sistemicamente immune ai Cavalli di Troia ideologici, per vari motivi che poggiano tutti sostanzialmente sulla vastità delle fonti informative disponibili: da un punto di vista ideale, se l'acculturamento e la crescita intellettuale sono valide medicine alle politiche della paura ed ai totalitarismi, altrettanto vero è che l'immersione di piccole nicchie propagandiste in un immenso universo di informazioni e visioni alternative è ben utile a neutralizzarne gli effetti più deleteri.
Ma anche questa neutralizzazione passa dalle mani degli utenti, e se gli stessi offrono la sponda agli interventi partigiani di questa o quella visione del mondo, senza limitarsi a descrivere la propria posizione, ma anzi contrapponendosi duramente e facendo leva sulle possibilità di diffusione per bersagliare il nemico/avversario, non solo viene meno la diluizione di cui sopra, ma anzi si forniscono armi ad un nemico ostico da combattere.
Le faide fangose tra parti politiche ed ideologiche tendono così ad avvilupparsi autonomamente, trascinando gran parte della discussione sana a livelli ben più bassi di quanto si auspicherebbe in un contesto della portata di Internet, e questo contribuisce ad alimentare tutta la serie di fastidiosi e pericolosi nei che negli ultimi anni l'hanno invasa.

Alla luce di questi aspetti, e di tanti altri che, pur omessi, potrebbero assumere nel breve periodo un'importanza vitale nel capire il fenomeno, si deve continuare a combattere sia in rete che offline per far sì che non si limiti tutto alle conclusioni da bar per cui la sentenza è "Internet è una merda": si può attivamente fare moltissimo nel mostrare le possibilità che la Rete offre sotto molteplici punti di vista, si può aiutare a instillare l'abitudine alla verifica delle fonti sfruttando gli strumenti che la Rete ci fornisce, si può insegnare la buona vecchia netiquette, almeno per quelle funzioni utili a isolare e selezionare. Bisogna impegnarsi come il primo giorno per mostrare che i mostri a cui oggi i vecchi media puntano il dito sono nati altrove, e che le potenzialità stesse della Rete possono aiutare ad ucciderli per sempre.

Navigate responsabilmente.

giovedì 18 maggio 2017

Il Maschio Alfa

Io non sono un Maschio Alfa. Non è questione di carisma, di autorità, di sentirsi a proprio agio nell'atteggiarsi a uomo che non deve chiedere mai; non è nemmeno questione di indole, di socievolezza o di capacità di catalizzare le attenzioni dell'altro sesso (o dello stesso sesso, perchè no). In ultima analisi, non è nemmeno un problema di sicurezza di sè o di flussi ormonali non del tutto coerenti con quella che dovrebbe essere la natura delle cose.


Non sono un Maschio Alfa per un motivo molto semplice: non sono una cazzo di bestia! Sono un Essere Umano, la più alta forma evolutiva che ad oggi siamo stati in grado di classificare. Una classificazione, una modellizzazione semplificata ma esaustiva, quindi, creata appositamente da altri Esseri Umani come me che studiando, osservando, verificando hanno avuto modo, nel corso dei secoli, di spiegare la Natura, di fornirci le risposte ai come ed ai perchè. Di elevarsi dalla bestialità, di cui abbiamo tra l'altro saputo spiegarne le complessità, di cui abbiamo contribuito a squarciare il velo di banale superficialità con cui fino a poco più di un secolo fa eravamo convinti di "sapere".


Voglio prescindere dal rigore etologico, voglio andare oltre le spiegazioni antropologiche e sociologiche, con cui potremmo in ogni caso verificare come tantissimi degli atteggiamenti sociali che oggi abbiamo sviluppato mantengono comunque un legame ancestrale con la nostra origine animale.
Voglio arrivare al cuore del problema, perchè rendersi conto che un termine come Maschio Alfa diventa telematicamente virale in senso ironico, e che questa stessa ironia venga praticamente rimossa allo step successivo, quello di chi ci crede veramente è molto triste. Perchè in un mondo che ancora oggi lotta per garantire pari diritti alle donne, per avere il rispetto degli orientamenti e delle identità sessuali (e quindi personali) di ognuno, in un mondo in cui la violenza di genere è diventato un problema, non si possono giustificare accostamenti al mondo degli animali per spiegare atteggiamenti predominanti e, in alcuni casi, violentemente soverchianti (posto che la violenza non è detto che sia fisica).


La "lotta", il "combattimento", la "capacità di comando", sono tutte parole che ringraziando l'Evoluzione hanno assunto un senso molto più ampio di quanto lo siano per le bestie di cui sopra, e si può "lottare", "combattere" ed essere in grado di "comandare" rimanendo ciò che siamo: Esseri Umani.


Restiamo Umani: diamo un osso ai Maschi Alfa. E se fanno i bravi li portiamo anche a pisciare al parco...


Buona vita.

martedì 25 aprile 2017

Liberi

Non è mai stata una data banale, non lo è oggi ancora di più. Simbolicamente potente, politicamente inscindibile da qualunque discorso seriamente radicato nella gestione del Paese, eticamente indiscutibile, se consideriamo il 2 Giugno il compleanno della Repubblica, abbiamo il dovere di considerare il 25 Aprile 1945 il giorno in cui la stessa è stata concepita, l'atto finale e definitivo di un amore per la Patria che ha consumato chi l'ha vissuto, ha annullato per loro ogni umano istinto di conservazione, per donarsi ad un'ideale ben più grande di ognuno di loro, che li ha resi ben più grandi di ognuno di noi che, di quello sforzo, ne stiamo godendo i frutti.
Eppure, non nel tempo ma oggi, hic et nunc, esistono ancora resistenze alla Resistenza, esiste chi mette in dubbio il valore di chi morì e combattè per ripristinare il senso dello Stato, dell'Umanità e della Libertà. Per la Democrazia. Come, analogamente, c'è chi vuole cancellare con un colpo di spugna le differenze fratricide che hanno generato e sono state generate da quegli scontri: mettere sullo stesso piano chi lottò per due idee radicalmente diverse di Italia non può avere senso, se non mettendo una distanza storica tra noi e loro tale da rendere tutto più freddo e analitico. Ed oggi così non è. Non ancora...
Certo che importa quanto oggi quei Valori vengano calpestati anche da chi viene dal Popolo investito dell'onore di servire la Repubblica, certo che importano i continui attentati politici a quel sistema ideale di cui la Costituzione è, nello stesso tempo, sintesi e custode. Ma il fatto stesso di avere gli strumenti per contrastare tutto ciò da Cittadini, il fatto di poter oggi scegliere chi per noi sceglierà, il fatto, in sostanza, di avere oggi garantito il Governo del Popolo, per quanto imperfetto, è il gioiello più prezioso che quegli Uomini e quelle Donne ci hanno donato, e non dovrebbe essere mai messo in discussione.

E proprio nel solco di quei giorni dobbiamo continuare a vigilare, a rendere viva la memoria di quei piccoli e grandi eroi che contribuirono a rendere al popolo l'Italia Libera, perchè sempre più oggi le spinte e le derive metastatiche che stanno man mano avvelenando le democrazie occidentali, pur con nomi diversi, pur presentandosi con vestiti più accettabili, rimangono comunque pericoli enormi per quei Valori.

Bisogna insegnare ai più giovani a riconoscere i segni, ad essere coscienti dei modi che il diavolo ha avuto di tentare e di instaurarsi nelle menti dei cittadini, ottenendo riconoscimento prima, consenso poi e potere infine. Bisogna ribadire a tutti che l'opposizione politica non è annullamento ma confronto, non è rifiuto ma obiezione, non è insulto ma discussione.

Bisogna ribadire che ogni volta è proprio chi si è affannato a presentarsi come diverso dagli altri, chi si è finto salvatore suo malgrado, dichiarando di avere ricette per tutto, e chi ha chiesto fiducia...sulla fiducia! Proprio questo genere di persona si è poi trasformato nell'Orco da cui siamo stati liberati...

Vigilate. Combattete. Resistete.

Viva l'Italia. Viva la Repubblica. Viva la Resistenza.

E buon 25 Aprile a tutti. Senza distinzioni.


venerdì 14 aprile 2017

A pesca con le bufale

Ormai si tratta di un argomento di attualità talmente importante che non solo è arrivato a riempire le pagine dei giornali, ma si è anche visto coniare un nuovo termine "filosofico" (la post-verità) per descriverlo. Parliamo di bufale, fake news, fandonie nate per i più disparati intenti, per le quali si stanno sprecando strali e condanne più o meno corali dall'opinione pubblica e dai vari pensatoi mediatici.
Ma ciò che stupisce, una volta di più, è l'assoluta incapacità del "pensatorato" medio di stare dietro alla velocità con cui le informazioni viaggiano, si modificano e si instaurano nelle odierne reti comunicative, ed a quella con qui quest'ultime si evolvono rendendo più rapida la condivisione di pensieri e contenuti e, nello stesso tempo, più facile la verifica delle fonti a cui gli stessi dovrebbero fare riferimento.

Se con i mezzi a disposizione il cittadino medio del web non sa districarsi tra una informazione falsa e una reale, il problema non sta nelle bufale. Se nel fruitore medio di notizie online non scatta nulla leggendo appelli improbabili a mettere un "Mi Piace" per salvare un bambino, il problema non è chi ha inventato l'appello falso. Se un lettore è propenso a credere che il politico/potente di turno abbia veramente detto che metterà una tassa sulla proprietà dei frullatori a immersione, il problema non è nel burlone che ha condiviso per primo lo scherzo...

Ovviamente si escludono situazioni diffamatorie, denigratorie, razziste e, sostanzialmente, illegali...ma continuo a dirlo: il paradosso per cui Internet, luogo pregno di informazioni preziose e prezioso a sua volta per riuscire a racimolare con facilità e velocità nozioni che avrebbero richiesto molto più tempo nel passato, sta facendo regredire le capacità di giudizio e di lettura critica delle informazioni stesse di una massa crescente di utenti sta assumendo contorni grotteschi; parliamo di un vero e proprio analfabetismo di ritorno (non solo funzionale, purtroppo) che va tamponato prima che sia troppo tardi. Ovvero prima che qualche antico e incapace (tecnologicamente parlando) solone del pensiero immagini soluzioni censorie e contrarie allo spirito stesso della Rete.

L'appello è alla massa intelligente e abile, affinchè segnali costantamente a chiunque abbocchi all'amo che si sta affidando ad una bubbola bella e buona.

giovedì 13 aprile 2017

Sondaggerie

Cercando di schivare la tentazione di riassumere tutto con "una volta era meglio" - che tendo a non sopportare quanto ogni frase fatta e luogo comune -, e prendendo atto che inevitabilmente un'attività come quella politica non può non dipendere da una campionatura statistica del proprio elettorato, ci si può rendere conto abbastanza facilmente che la mania d'oltreoceano per spin doctors, marketing politico e opinion leaders vari sia decisamente sbarcata nel nostro Paese, con danni più o meno evidenti. Non è una gran novità, considerato il masochistico piacere nell'importare sempre le mode meno affini alla nostra tradizione, e peggio di italianizzarle rendendole delle ridicole macchiette. Eppure le forme di comunicazione sociale oggi disponibili stanno rendendo il fenomeno ben più strisciante e, sotto certi punti di vista, pericoloso per la residuale tenuta politica di un Paese come il nostro.

Le linee un tempo decise dai partiti erano pure frutto di compromessi legati alle opportunità politiche ed agli orientamenti degli iscritti/elettori/sostenitori, ma riuscivano a mantenere un baricentro grosso modo certo grazie allo scheletro ideologico su cui si posavano, grazie a quella manciata di punti chiave, dunque, che non erano prescindibili per l'identificazione politica stessa della vita di partito. In sostanza: un lavoro di sintesi delle idee, della "presentabilità politica" e della vendibilità elettorale (si pensi alla formula gli elettori non capirebbero) c'era eccome, ma le linee guida erano ben chiare e non dovevano essere tradite.
Oggi ci sono una serie di personaggi politici e direttamente qualche partito, che, sfruttando le opportunità in termini di risposta che i social offrono, hanno fatto del sondaggio delle opinioni dei propri follower una professione vera e propria: "Voi cosa fareste?", "Cosa ne pensate?", "Come vorreste che fosse?". A dati raccolti, via alla propaganda, fatta confluire nel nuovo alveo degli orientamenti elettorali, costruita appositamente per piacere: si cerca di andare a colpo sicuro, insomma, non si tenta di indirizzare ma di essere indirizzati.
Questo inevitabilmente piace moltissimo all'italiano medio, convinto di essere giunto al centro delle decisioni cruciali del Paese, di aver raggiunto una democrazia considerata "diretta", vedendo promuovere anche le più becere manifestazioni della pancia dal Bar Sport al Parlamento. Piace talmente tanto che le forze politiche non interessate a trasformarsi nel braccio politico della Gente vanno in difficoltà e sono costrette ad attuare forme partecipative di qualche tipo per compensare.

Postideologia? Populismo? Gentismo? Siamo oltre, se pensiamo che abbiamo quello che attualmente può essere considerato il primo partito (per dichiarazioni di voto) che si definisce un Non Partito, che ha scritto un Non Statuto e che propone ai propri elettori la votazione del Programma, avendo ottima cura di sfruttare i nuovi mezzi di comunicazione per reclutare tutta quella forza lavoro in uscita dal Bar Sport di cui sopra. Il passo successivo è quello di smuovere le acque stagnanti di un decisionismo congelato spacciato per delegato, e confondere imposizioni e diktat extrarappresentativi per iniziative che "è stata la Gente a reclamare".
Nulla di male se l'opinione dei cittadini viene presa maggiormente in considerazione, ma quando si diceva che la politica è un'altra cosa rispetto alle discussioni da tavolo della briscola, si intendeva dire che l'attività governativa e rappresentativa di un Paese non può tener conto di pulsioni e atteggiamenti che, senza il filtro e il lavoro di modellamento, possono creare danni che solo nella migliore delle ipotesi si paleseranno nel lungo termine. E, soprattutto, se la parola d'ordine diventa "Ditemi cosa volete e io ve lo darò, a meno che non abbia in mente qualcosa di diverso per voi" si sfocia nel fascismo elettorale: raccolgo tutti i voti che posso convincendoti che sia tu a decidere come, quando, cosa e perchè, ma poi sono io che decido se, riservandomi il diritto (una volta in poltrona) di bloccare tutto e proporti esattamente ciò che voglio io. Nella pratica, ti offro la possibilità di scegliere tra alternative che comunque sono le mie alternative.

Ma alla Gente piace tanto, almeno c'è l'illusione di essere protagonisti.

Siamo quasi a Pasqua: volete Gesù o Barabba?

Buona vita

venerdì 7 aprile 2017

Guardie e cittadini

In una recente Amaca dell'ottimo Michele Serra, viene analizzata la possibilità di lasciar attrezzare la cittadinanza in forme di vigilanza attiva a deterrenza della criminalità che sembra minare la sicurezza civica dei nostri centri abitati. Tralasciando la questione "sicurezza percepita contro sicurezza reale", per cui ad analizzare e confrontare dati non sembra esserci una reale emergenza, non tale da dover ripensare le forme di prevenzione e soppressione del crimine, l'autore si concentra appunto sulla possibilità di lasciare che i cittadini si riuniscano in organizzazioni volontarie atte a perlustrare il territorio, coadiuvando le Forze dell'Ordine impossibilitate ad essere presenti in ogni angolo di paese per vigilare al meglio contro rapine e malaffare "comune". Vengono anche assegnate alcune colpe, specie a quella sinistra che, a causa di rigurgiti statalisti, mal vede l'iniziativa privata e libera in tema di pubblica sicurezza.

Per una volta mi trovo in totale disaccordo con Serra, per una serie di motivi che proverò a spiegare in questo post, senza avere la pretesa di aver analizzato tutta la situazione e i contesti in cui questa si sviluppa.

1 - Educazione civica
L'Italia non è un paese civicamente educato. È palese, è indubbio, è dimostrabile. Basta farsi un giro negli ambienti social nazionali per rendersi conto che la percentuale di persone che percepisce malamente la giustizia e più in generale tutte le funzioni istituzionali, che non ha idea di come funzioni l'apparato giuridico, che parla di "certezza della pena" senza neanche mai aver realmente approfondito le tematiche, e che giudica sentenze (o, peggio ancora, procedimenti ancora in atto) e condanne con la stessa profondità con cui un cane potrebbe giudicare una sequenza armonica all'interno di una sinfonia, è molto ampia ed è perlopiù la maggioranza ciarlante che tende a confrontare le condanne di un fotografo col vizietto per il ricatto con quelle di un rapinatore che ha lasciato un morto dietro di sè...
Come si può dare una ronda di vigilanza in mano a chi non ha la benchè minima idea di come funziona la suddivisione dei poteri all'interno di uno stato? Come si può affidare una forma di sicurezza pubblica ad un gruppo di privati cittadini tra i quali è statisticamente più che probabile possano finire personaggi convinti di essere stati promossi ad una sorta di serie A della cittadinanza, esentati magari da qualcuno dei doveri normalmente addossati alla cittadinanza stessa?
Non si può, non senza un'adeguata preparazione che certifichi le conoscenze minime di educazione civica necessarie per un tale, delicatissimo compito.

2 - Gentismo, populismo
Fortemente correlato al punto precedente, ma meritevole di un discorso a parte, è quella che oggi viene definita "deriva populista", ma che in realtà è inusitatamente insita nel genoma italico. Non siamo i soli ad avere una Lega e un M5S (non considero nullità con percentuali di adesione da farinaceo, per quanto pericolosi e da arginare), questo è certo, ma nella nostra storia abbiamo sempre avuto una forza politica con consensi sufficientemente ampi da decidere le sorti di una coalizione, con idee e programmi fondati sulla celeberrima "pancia del Paese"...è la nostra indole che ce li fa scegliere, la nostra naturale tendenza a volersi associare al miglior offerente, al facile soluzionatore.
E se devo pensare di cedere alle richieste di queste forze, al delirio da insicurezza che vorrebbe tutti i cittadini in diritto di farsi giustizia da soli, di difendersi anche a costo della vita altrui, di sparare prima di chiedere, tanto vale istituire la legge marziale e avere i carri armati sulle strade...
Non metterei mai la mia sicurezza in mano a gente convinta che "democrazia diretta" significhi eliminare completamente ogni delega, anche solo per competenza e capacità se non per istituzionalità...non senza un'adeguata preparazione certificata che spieghi limiti e doveri di ogni vigilante civico.

3 - Razzismo e xenofobia
Anche il fatto di essere un paese sostanzialmente xenofobo, se non dichiaratamente razzista, è abbastanza fuori di dubbio. Chi mi assicura che non si cominci dalle ronde per arrivare alle spedizioni punitive verso questa o quella comunità? Che non ci sia un'attenzione smodatamente maggiore nei confronti delle minoranze etniche considerate più coinvolte nel crimine e nel malaffare? Lo abbiamo visto nella nostra storia più recente: prima erano i polacchi, poi i marocchini, poi i senegalesi, poi i rumeni, senza contare gli onnipresenti zingari...nel frattempo scorrevano veloci i titoli sui crimini made in Italy, a cui la "pancia del Paese" (vedi sopra) aveva assegnato un peso specifico ben più basso. Perchè "loro però sono ospiti, gli italiani stanno a casa loro"...
No, gente del genere (e ce n'è tantissima, anche tra i più insospettabili) io non la voglio tra le strade a sorvegliare perchè non mi rubino la macchina. Non senza un'adeguata e certificata selezione, molto difficile da fare.

4 - Improvvisazione
Non siamo un popolo abituato a programmare, ma siamo bravissimi nell'improvvisare. Ma una ronda di sorveglianza non è una cena con quel che capita in frigo...E con un'opinione pubblica sempre più disposta ad armarsi per sentirsi più sicura, non vorrei che l'arte dell'arrangiarsi italica trasformasse un servizio di sorveglianza civica in una squadraccia armata di tortori per colpire...

5 - Pericolo
Se si accetta l'idea che le nostre strade sono poco sicure, tanto da rendere necessario un simile servizio volontario, si deve accettare anche l'idea che gli stessi volontari sono in estremo pericolo. Il motivo per cui armare i cittadini è (con un giro di parole) una colossale stronzata è anche e soprattutto il pericolo di escalation: se io rapino e tu hai solo la Polizia mi attrezzo per essere più veloce della tua telefonata e delle loro volanti; ma se io rapino e tu hai anche un fucile a pompa in casa, mi attrezzo per essere in grado di sparare prima di farmi sparare da te. È estremamente semplice. Altrettanto accadrebbe con un mucchio di cittadini per strada a puntare gli occhi dove io rapinatore non vorrei tu guardassi...Crimine non è solo rapinatori di ville e ladri di auto.

6 - Disservizio
Il compito di una ronda dovrebbe essere solo quello di segnalare agli organi competenti le situazioni dubbie. Senza preparazione, regole granitiche ed organizzazione, ogni assembramento diverrebbe "situazione dubbia", ogni gruppetto fastidioso sarebbe "sospetto"...fino ad arrivare a casi estremi che più che l'ordine riguarderebbero decoro urbano e quiete pubblica.
Risultato? Una miriade di segnalazioni Ronde-FF.OO. che andrebbe ad intasare comunque i centralini, riducendo ancora di più le capacità di intervento delle FF.OO. stesse...

Ci sarebbero tanti altri punti negativi, ma uno solo è da aver ben chiaro: lo si chiami statalismo, lo si chiami centralismo...ma ad ognuno vanno i propri compiti! Senza preparazione adeguata, senza organizzazione, senza un controllo preciso e una carta dei doveri ben definita, non può esistere un sistema di vigilanza civica, altrimenti si arriverebbe al paradosso di uno Stato che obbliga ad avere un patentino di buttafuori ma darebbe ad ognuno la possibilità di sentirsi sceriffo per una notte.

No, grazie.

lunedì 13 marzo 2017

Il ritiro della maglia

La mia passione per il rock, in molte delle sue varie forme, viene da abbastanza lontano (per quanto, quantitativamente, non sia più vecchia di una ventina d'anni), ma ha dei genitori molto ben definiti.
Se da una parte, e per varie ragioni, ho sviluppato nel tempo un particolare senso estetico che mi ha fatto percepire come soggettivamente "belle" determinate ritmiche, determinate melodie e determinate scelte strumentali, dall'altra c'è stato il fascino della ribellione, del contrasto al potere intesi (sia il contrasto sia il potere...) nel senso più lato possibile, che per uno di temperamento tutt'altro che ribelle significa affascinamento verso una protesta più formale che sostanziale, molto più irrefrenabile sotto certi punti di vista e totalmente dilagante - basta vedere ciò che il rock ha rappresentato tolta la parentesi degli Anni 60/70. Ci sono poi stati gli interessi musicali ulteriori dei miei genitori, che in mezzo al mare di cantautori italiani dei loro anni, mettevano in mezzo la passione per gente del calibro di Rolling Stones, Beatles, Creedence Clearwater Revival, e che così mi trasmettevano il piacere di una musica meno banale.
Ma, come in tutte le cose, c'è un punto di inizio ben identificabile, l'acciarino dalla cui scintilla è partito l'incendio, un evidente sorgente di tutto ciò che è venuto fuori, e che nel mio caso ha un solo nome: Guns 'n Roses.

Una certa esperienza, un minimo di conoscenza, o comunque ciò che normalmente viene definita "maturità musicale" da quelli più bravi di me, mi impedisce di guardare ai fatti come un qualunque fan sedicenne pronto a difendere a spada tratta i propri beniamini. Ma è soprattutto il senso del ridicolo che mi porta a notare quanto segue: perchè? Per quale motivo scegliere di lordare un nome in un modo o nell'altro entrato nella storia del rock mettendo in piedi una reunion che in piedi non ci sta da nessun punto di vista? Perchè decidere di prendere in giro i fan più attaccati alla maglia, facendo credere che di botto tutte le liti, le diatribe, le divergenze si sono risolte con un comunicato stampa e una serie di concerti?
Parliamoci chiaramente, i motivi per cui una band si scioglie non sono tantissimi in fondo, e possono essere riassunti sostanzialmente a due macro-casistiche: divergenze tra i membri, di qualunque tipo esse siano, o esaurimento del progetto artistico, per qualunque motivo sia mai potuto capitare. Il primo è probabilmente il caso più tipico, anche se in un certo senso tende sempre ad essere figlio del secondo: il progetto centrale, il fine se vogliamo, della band arriva ad un punto di stallo, e per la prima volta (non è detto sia la prima, ma quanto meno l'incrinatura è lì che comincia) nessuno dei membri è d'accordo su come e/o perchè e/o fino a quando continuare. Il secondo caso, invece, si manifesta all'esaurimento del fine artistico della band: quel messaggio, quell'idea di musica (o non necessariamente solo di musica), quel percorso si sono esauriti, non c'è più oro nel fiume, è stato detto tutto quanto c'era da dire, o comunque la band non sarebbe in grado di dirlo meglio di quanto già non fatto. In entrambi i casi la conclusione è sempre la stessa: continuare non ha più senso. Pertanto perchè, addirittura, ricominciare?

Chiaro, dunque, che non è questo un post sui Guns, ma sulla molto recente tendenza a tirare fuori dalla tomba progetti che da vent'anni non hanno più nulla da dire o a mantenere in vita un carrozzone sicuramente storico ma che, forse, sarebbe il caso di concludere e di lasciare agli annali della Storia della Musica e a qualche concerto-evento straordinario, anche per non inflazionare e svalutare di conseguenza.
Non sto tifando per l'oblio di Rolling Stones, Metallica, Iron Maiden e compagnia (è il caso di dirlo!) cantante...sto tifando per l'esatto contrario, per la loro consegna agli annali, per il ritiro della maglia quando ancora ha un senso, quando ancora tutto non è stato rovinato da una serie di tristi revival senza più l'anima antica che aveva portato tra i Giganti quei nomi.
Attenzione che non è una critica alle ragioni commerciali che, perlopiù, sono alla base di certe scelte, perchè anche il fattore commerciale ha la sua dignità, come in ogni Industria. Voglio anzi andare contro l'idea stessa che rimescolare insieme pezzi arrugginiti, che il tentare sintesi che non riuscirono nemmeno vent'anni prima, sperare nel genio dei singoli (o del gruppo, perchè no?) per ringalluzzire una produzione terminata almeno un'era musicale fa, sia effettivamente una buona trovata commerciale, che ripaghi degli sforzi prodotti per la ristrutturazione.

La domanda è sempre la stessa: meglio continuare a combattere fin quando anche l'ultimo briciolo di forza ci assiste, nonostante tutto suggerisca di tenersi a distanza dalla mischia, o consegnarsi ai bardi della storia e (ancor più) del mito, e abbandonarsi al Valhalla in secula seculorum?

Buona vita e buona musica!

martedì 14 febbraio 2017

Il pilastro

Succede. Meno raramente di quanto si pensi. Perchè non è una cosa che nasce all'improvviso, che brilla nel buio come il proverbiale fulmine, ma qualcosa di ben più complesso, che si alimenta di sè stesso giorno dopo giorno, metabolizzando gioie, dolori, passioni, incomprensioni, fastidi. Tutto fa brodo, in fondo, ma è sempre il risultato finale che ti fa apprezzare il tutto.


Succede, ma quando hai l'onore di viverla ogni giorno, di renderti conto istante dopo istante di quel che sta accadendo, non puoi far finta di nulla.
Dopo due perle incantevoli immaginate, curate e cresciute, dopo le innumerevoli sponde, la presenza costante anche nei momenti più neri, i sorrisi; dopo le passioni, i dubbi, gli attriti, gli sbagli sempre perdonati, l'orgoglio. Insomma, dopo aver visto quanto siamo stati in grado di fare, non posso pensare di immaginarmi come gli alternativi di moda che fingono di non apprezzare un giorno come questo.


Perchè questa festa significa anche questo, oltre ai fiori, ai cioccolatini, all'obblighi commerciali. Significa riconoscere ciò che sei stata e sarai sempre per me, il pilastro a cui mi appiglio, pur senza mostrarlo, tutte le volte che ne ho bisogno. La boa che sarò sempre sicuro di trovare anche nel mare più tempestoso.


Perchè sei l'amore della mia vita, e non c'è altro davvero da dire.


Tanti auguri, amore mio.