giovedì 29 dicembre 2016

Desolazione

Lo scrivo a bocce ferme, con un referendum importante alle spalle (che ha bocciato una riforma trasformata nell'elemento fondante dell'ultimo governo) e un ancor più importante rimpasto di Governo che avrebbe, nelle intenzioni, il compito di "portare a finire" il ruolo riformatore dei predecessori ed accompagnare gli elettori alle urne, da cui si sentono politicamente lontani da tempo eccessivo, sebbene siano passati "solo" tre anni.
Lo scrivo volendo evitare posizioni più o meno nette su quanto accaduto, di "scegliere" lo schieramento politico a cui legare idealmente (e personalissimamente) il futuro della nazione.
Lo scrivo perchè quanto detto sopra è completamente inutile, al momento, a causa di una chiara e inequivocabile presa di coscienza: lo scenario politico italiano è, al momento, desolante. Ma andiamo con ordine...


Da una parte abbiamo un blocco populista, fatto di mille sfaccettature politiche più o meno variegate ma tendenti grossomodo a quel che un tempo sarebbe stata riconosciuta come Destra. Un blocco non necessariamente granitico che orbita attorno al M5S, il quale, pur non avendo identità politiche canoniche riconoscibili o associabili, ha fatto del furor di popolo e dello scontro di casta il suo vessillo, e non può dunque non essere inserito di diritto tra i fautori del blocco stesso.
Va detto che la marmaglia orbitante non ha affatto lo stesso peso, e usa il consenso populista per racimolare le briciole di quanto divorato dal suddetto Movimento, ma il succo è sostanzialmente quello: non più "dare" ma "dire" ciò che il popolino vuole sentirsi dire, sparando a zero su tutto ciò che deriva dalla politica classica, gridando "No!" a tutto e tutti, tentando a tutti i costi la strada della purezza senza compromessi che, pur avendo dimostrato in più occasioni di non essere pagante, viene usata come scudo e patente di "onestà" nei confronti degli altri. Non è comunque il programma a far storcere il naso, ma il suo esatto contrario: la totale, inesorabile assenza di una linea politica o, quando presente, di un tratteggio confuso fatto di chiaroscuri interpretabili e interpretati a seconda delle necessità politiche del momento, e la sfavillante inadeguatezza ed incompetenza degli attori principali scelti per guidare la compagine.
Da questo punto di vista Roma doveva essere il banco prova, il test finale di ammissione: credo che nei prossimi mesi seguiremo molto da vicino Roma e la totale incapacità con cui è al momento governata...


Abbiamo poi il blocco "orfani di Berlusconi", rimasugli dell'implosione generata dall'uscita di scena del papà dei vari Poli&Popoli della Libertà. Un nulla gorgogliante di nulla, senza più idee su come recuperare un consenso perduto che, probabilmente, solo la delusione che sarà inevitabilmente generata dai derivati populisti di cui sopra verrà riacquistato. Tanto da essere divisi in governativi e antigovernativi, tanto da partecipare al governo pur pretendendo di mantenere tratti da opposizione.
Il nulla, insomma, bastava una parola...


C'è poi un altro nulla, un vuoto immenso e rimbombante che ha più radici nell'extraparlamentarismo che all'interno dell'Istituzione Legislativa: la Sinistra, qualunque significato abbia ancora questa parola, qualunque identità gli si possa assegnare oggi. In questo caso l'esplosione che ha generato il red shift dei vari elementi oggi orbitanti casualmente (e caoticamente) è ben più antica, e ciò che è peggio non si trova un punto di coaugulazione su cui riporre una qualche minima speranza di ricompattare il tutto.
Devo essere onesto, avrei sperato che la partecipazione al vincente Fronte del No, il riassestamento dei ranghi contro un governo (o un capo di governo, meglio...) visto come nemico vestito coi panni dell'ex amico, avrebbe potuto portare alla nascita di qualcosa di nuovo, magari forte dei transfughi del blocco PD (vedi sotto). Così non è stato, per tanti motivi, e anzi si moltiplicano le scissioni e le inutili idee di far rinascere ciò che oggi non ha modo di ottenere consenso.


Infine arriva la nota forse più dolente, il blocco PD, nato per formare da solo un singolo polo di un sistema duplice (o al massimo triplice dopo l'exploit del M5S), nato con l'idea di aggregare su di sè tutte le forze progressiste e riformiste trasversali a quello che nel secolo scorso veniva definito Pentapartito ed alle ceneri dell'ala più moderata ("centrista", avremmo detto) del fu Partito Comunista. Nato, insomma, per essere un affascinante modello di moderno Left Party all'americana...finito per essere il più classico aborto all'Italiana, miscuglio di identità centrifughe che sfociano in correnti, correntine e interessi misti privi di legami. Tanto serviva, probabilmente, l'Uomo Forte, che guidasse il partito ed orientasse il tutto. A nulla è servito, invece, visto come è andata.


Le speranze di vedere uno scenario pulito prima delle prossime elezioni stanno svanendo.


Buona vita...politica!

giovedì 27 ottobre 2016

L'incontinenza

Quando si sceglie in maniera più che cosciente di ridurre il confronto politico ad uno scontro tra opposte tifoserie; quando si permette ad una o all'altra parte di disporre della propria base elettorale come si disporrebbe di truppe da usare come carne da cannone; quando si sceglie di rinnovare il suddetto confronto sulle nuove piattaforme multimediali al fine di sfruttarne l'indubbia potenza, ma non ci si disturba di comprendere che si sta bombardando un formicaio con l'atomica; ma, soprattutto, quando si permette - o meglio si auspica - l'accesso ai più elevati gradi della vita politica di un Paese a chiunque, purchè sia scelto dalla Gente(tm)...Insomma, quando si decide di fare massa anziché scelta è inevitabile che qualcosa sfugga di mano, e che l'incontinenza verbale di questa massa, incoraggiata dalle possibilità di espressione che oggi la Rete concede a tutti, porti a paradossi che un tempo sarebbero probabilmente rimasti chiusi tra le quattro mura di un piccolo bar di provincia, tra bianchini, bestemmie e briscole.
Oggi invece non c'è evento che tenga, il senza filtri è la regola e si può leggere di tutto associato al tuttaltro, in una fiera del non correlato che farebbe invidia ai più bravi autori comici non sense. Il problema, poi, è il livello di condivisione di tali scempiaggini della logica e dell'etichetta politica (se non addirittura di quella web...), così ci si ritrova con bacheche invase da richieste di chiarimenti sulla sorte di due militari italiani mentre si discute di tagli delle tasse (E allora i Marò?!?), ci si ritrova a dover prendere le parti di un presidente del consiglio di cui non apprezzi le politiche perchè attaccato a caso in una discussione sulla droga nelle discoteche (Ah, chiudono le discoteche per l'ecstasy?! E allora Renzie che vuole fare la riforma?!?!?), o magari, commentando qualche evento sportivo con altri appassionati, ti vedi costretto a puntualizzare le sciocchezze dell'ennesimo tesserato del partito benaltrista (State a pensare al pallone, quando ci sono cose ben più importanti: per esempio, la Boschi che accavalla le cosce mentre le vecchiette muoiono di fame!!!).
E così scorrendo le timeline, schivando luminari che se la prendono coi zingari perchè sono aumentate le sigarette e futuri premi Nobel che seguendo gli ordini del guru di partito messaggiano proclami pseudo politici dietro ashtag di tendenza casuali, arriva prima o poi il vero e proprio sciacallo, il peggiore di tutti. Proprio lui, quello che approfitta dell'enorme attenzione di un particolare evento per rubare un po' di quella luce dai riflettori o peggio per perorare cause che, in certi casi almeno, dovrebbero tacere.


Questo è becero, non politica.


venerdì 21 ottobre 2016

Software aperto, portafogli chiuso (o "Dell'innovazione a titolo gratuito della P.A.")

Da qualche giorno la giunta Raggi a Roma ha emanato la delibera nr.55 dell'anno 2016, concernente l'impegno all'uso di software libero o a codice sorgente aperto nell'Amministrazione Capitolina: si tratta in buona sostanza di un recepimento - declamato in pompa magna - di un decreto legislativo del 2005 che obbliga le pubbliche amministrazioni tutte ad includere sempre, nella scelta degli applicativi di lavoro, software libero o a codice sorgente aperto. Non è la prima nè sarà l'ultima grande istituzione a scegliere questa strada, ma probabilmente fa effetto quando questa è guidata da una parte politica il cui capo fa da anni proselitismo sul FLOSS (Free/Libre and Open Source Software), senza capirci tra l'altro - sua stessa ammissione - moltissimo...
Ma di tutto quanto si può dire ciò che colpisce è l'articolo 2 di tale provvedimento, in cui l'amministrazione delibera:

di coinvolgere, a titolo gratuito e senza alcun onere a carico dell’Amministrazione
Capitolina, le realtà esperte di software libero per agevolare la migrazione verso tale
tipologia di software e svolgere iniziative mirate alla formazione del personale
dipendente;

Tante considerazioni sul perchè viene ritenuto giusto utilizzare FLOSS, belle intenzioni sul futuro per un amministrazione più efficiente e trasparente (perchè, poi, un software libero dovrebbe rendere automaticamente trasparente l'attività di chi lo usa non è dato saperlo...), ottimi propositi di risparmio sulle licenze d'uso...e per tutto questo useremo realtà esperte, che ci aiuteranno a migrare ed a formare il personale! Gratis, ovviamente...

Vorremmo spiegare alla Signora Sindaca e ai suoi ragazzi bellissimi et onestissimi che non siamo ad un Linux Day, che non si tratta di installare Ubuntu su un vecchio portatile di un universitario in vena di imparare qualcosa di nuovo.


Si tratta di formare un oceano di impiegati e addetti, spesso avvizziti e impigriti in uffici più o meno probabili, abituati a fare con un PC sempre la stessa medesima azione, magari leggendo ogni volta dallo schemetto di utilizzo che ha preparato il collega più abile coi computer.


Si tratta in ogni caso di addestrare personale ad un utilizzo diverso dal solito, diverso anche da quello che normalmente il 90% di quel personale fa dei PC a casa


Si tratta di mettere mano a parecchie macchine, di rivedere le reti attualmente in piedi, di riorganizzare tutte le procedure attualmente attive per renderle più fattibili con i nuovi software.


Si tratta di lavoro, insomma. Di un gran lavoro. E il lavoro va pagato. Sempre.

giovedì 20 ottobre 2016

Inesperti commentatori del Tutto

Si diceva la scorsa settimana di come la scarsa familiarità con i nuovi mezzi di condivisione sociale porti inevitabilmente ad averne paura, sfociando in tentativi a volte piuttosto goffi di porre freni e censure totalmente inapplicabili al contesto.
Vorrei oggi riflettere sul caso opposto di quanti, sfruttando le indiscutibili opportunità a disposizione, si affannano a partecipare a discussioni ben più grandi di loro, o quanto meno ben oltre la loro capacità di analisi. Non si può non pensare, a tal proposito, della dichiarazione del compianto Umberto Eco, per il quale «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E' l'invasione degli imbecilli».
Magari la situazione non è così drammatica, in quanto anche oggi (per chi ne ha capacità) c'è sempre la possibilità di mettere a tacere le legioni di imbecilli che parlano a vanvera, ma la frase rende piuttosto bene l'idea di quanto la fruibilità partecipativa della Rete Moderna sia abbastanza sfuggita di mano...Non si vuole arrivare a quanto si è criticato giusto una settimana fa, si vuole solo riflettere sulla capacità di autofiltro che gran parte dell'utenza mondiale oggi non possiede.
Mi spiego: mi è stato insegnato (nella vita, non su Internet) a non intromettermi in discussioni che non sapevo sostenere, di non dare opinioni non richieste e di non commentare questioni di cui sapevo poco più che niente. È un'azione di salvaguardia della propria dignità, utile ad evitarci pessime figure, ma anche una questione di buona educazione: perchè far perdere tempo a persone che da quella discussione potrebbero trarne giovamento (e piacere intellettuale, perchè no), costringendole a doverci spiegare perchè la nostra opinione è totalmente inutile e basata sul nulla? Perchè costringere chi è interessato a capire meglio un determinato argomento a schivare post inutili senza peso specifico, causa assenza di adeguata formazione?
Non è una vergogna tralasciare qualche ashtag di tendenza se non se ne sa nulla...nè lo è (anzi!) informarsi per bene prima di esprimere al mondo il proprio pensiero!

mercoledì 12 ottobre 2016

Disorientamenti

Internet, nel suo senso più recente dominato indiscutibilmente dagli spazi sociali, è un posto molto diverso da qualunque altra esperienza di condivisione sia mai stata sperimentata: possiamo accostargli tratti caratteristici di questa o quell'altra forma di interazione pubblica presistente, possiamo sottolineare la somiglianza nei comportamenti degli attori principali, possiamo persino sperare di aver traslato in uno spazio virtuale quanto era più difficilmente possibile negli spazi reali di piazze, giornali, riviste, radio, ecc.; ma in nessun caso l'esperienza ideale assume gli stessi contorni e le stesse sfumature dell'esperienza reale.
Per come è nato e si è sviluppato, il mondo dei Social Network è uno spazio di condivisione totale, privo di qualsivoglia filtro che non sia stato adottato dall'utenza stessa: decide l'utenza cosa guardare, con chi e come interagire, ma non c'è difesa terza alcuna dalle mine vaganti che un simile livello di interazione può comportare. Se non si sanno attivare quei filtri (attivi o meno che siano) che sopra si citavano...
Ecco allora spiegato l'enorme disorientamento che ogni tanto colpisce specie chi si è dovuto adattare all'utilizzo dei Social, chi non li capisce, chi non li vuole capire, tutte categorie che continuano a sperare che vi sia il buon caro vecchio ente terzo a filtrare, moderare, regolare la vita dei cittadini sociali. Qualcuno grida a tentativi di censura, ma non vorrei essere così netto: si tratta solo di maldestri attentati alla normale vita di uno strumento che fa dell'interconnettività e della relativa libertà di espressione la sua caratteristica principale. Non mancano i potenziali censori per interesse personale, sia chiaro, ma non è di loro che sto parlando, bensì di tutta quella schiera di fenomeni che pensa di pubblicizzare i propri pensieri all'interno di una piazza dove chiunque può criticare, commentare, giudicare...lamentandosi che li si critichi, commenti, giudichi!
Ho frequentato gli spazi di condivisione fin dall'era di usenet e dei newsgroup, quando i troll erano ben identificati, e non erano banalmente tutti quelli che vanno a spacciare idee di un certo tipo in gruppi di idea opposta...quando un flame non era un problema, se non lo si voleva creare il problema. Paradossalmente sembra che questo disorientamento sia più legato ad una paura di confronto aperto che ad altro. Ad ogni modo, lasciate spazi che non vi appartengono se pensate di poterli normare con idee applicabili ad altri spazi, per voi più pertinenti...

martedì 27 settembre 2016

40

Difficilmente scrivo di sport giocato, men che meno di calcio e di "fedi calcistiche". Ma l'occasione è inevitabile, non fosse altro per quanto mi fa sentire orgoglioso di aver vissuto la Storia di una squadra e di uno sport.
Sarà stata con tutta probabilità la stagione 1992/'93. Quella della Fiorentina in Serie B dopo più di cinquant'anni. Un'altra, ennesima, stagione di Rometta che galleggiava tra le pendici dell'Olimpo e il baratro, senza mai un acuto, senza soddisfazioni. Eppure, nella mente del bambino che ero, gli stadi erano pieni e la Curva...beh, era lo spettacolo che realmente volevo andare a vedere, coi suoi colori infuocati, e a sentire, con quei tamburi, quei cori.
C'era quel bambino, quindi, e i suoi primi idoli calcistici. C'erano i capelli lunghi del Principe e la sua maglia sudata custodita come un cimelio. C'erano le manone di Cervone. C'era l'allenatore jugoslavo, le sue frasi da guru, i suoi metodi da sergente istruttore. C'era una passione passata da padre in figlio, data quasi per scontata per quest'ultimo, che si alimentava da sola a vedere quello stadio nuovo di pacca con quei colori, quei cori, quei tamburi...
Poi c'era lui. Un ragazzino di sedici anni, appena cinque anni più di me, quindi solo per questo visto come una specie di desiderio incarnato di ogni ragazzino della mia stessa età che tirava calci, come me, nell'oratorio di quartiere, esultando sotto immaginarie curve ad ogni gol messo a segno. Lui giocava da professionista nella sua squadra del cuore, era nato a poca distanza da casa mia e aveva la stessa età dei ragazzi più grandi con cui giocavo in quei campetti. Non era l'invidia ma la grandissima ammirazione a farmelo seguire.
Come dopo ogni partita in casa, mio padre rientrò con il nuovo numero di quella piccola ma per me (all'epoca) preziosa rivista che parlava del match e della mia squadra. E in quel numero c'era lui: romano, romanista, poco più grande di me, calciatore professionista e già intervistato! Mi ricordo esattamente una sola domanda ed una sola risposta:


Qual'è il tuo sogno?
Segnare un gol all'Olimpico, davanti ai tifosi della Roma come me...


Una risposta semplice, banale, ovvia. Per questo mi colpì: era ciò che avrei voluto fare anche io, ciò che ancor di più mi avvicinava a quel ragazzino, mi faceva sentire parte di quella squadra, seppur come vociante tifosello da tribuna (figuriamoci se avessi mai potuto avere il permesso di andare in Curva!).


Arrivò poi il 4 Settembre 1994. Primo giorno di vacanza, in un luogo che nemmeno ricordo più della Sardegna. Prima giornata di campionato di Serie A. La Roma affronta all'Olimpico il Foggia. Io affrontavo la calura in piscina, mentre mio padre ci osservava da bordo vasca con le cuffie alle orecchie, le voci dei cronisti Rai a raccontare le partite.
Passò solo mezz'ora prima che si sentì quell'urlo: GOL! Ha segnato Totti!
Il suo primo gol all'Olimpico. Il sogno era realizzato. Il mio diventò quello di vedere la fascia di capitano sul braccio di quel mio inconscio amico.


Avrei preferito vederti sollevare coppe su coppe, ma mi è bastato aver avuto l'onore di averti come Capitano.


Tanti auguri Francè...

giovedì 22 settembre 2016

Il grande gioco dei Giochi

Non sono un sostenitore della candidatura romana automatica ai Giochi Olimpici del 2024, non nel senso di un'entusiastica, acritica e incondizionata adesione al progetto. Non lo sono stato quando se ne è cominciato a parlare, ed il fatto che una parte politica da me molto distante ne abbia fatto in qualche modo un suo cavallo di battaglia non cambia di una virgola la mia opinione.
L'ambiente romano, specie quello imprenditoriale, è molto particolare, e lo abbiamo visto in modo piuttosto palese con la ferita aperta da Mafia Capitale; particolari sono le arrembanti corse agli appalti e la gestione generale della cosa pubblica da parte del sistema partitico, probabilmente per troppo tempo congestionato e influenzato dagli arrembanti di cui sopra. Ma per quanto i dubbi in tal senso non fossero pochi, il così recente scoperchiamento del vaso di Pandora sembrava (paradossalmente?) garantire una certa regolarità dei progetti futuri, o quantomeno faceva diventare la candidatura un'occasione da cogliere per dimostrare l'inizio di un vero Nuovo Corso, nonché per sistemare la situazione degli impianti sportivi romani, per lo più abbandonati o ridotti in condizioni non consone ai palcoscenici più prestigiosi.

Ciò che più mi infastidiva era, invece, il reiterarsi di una tendenza del Vecchio Corso, quella di trattare i romani quale carne da macello elettorale, buona solo a portar voti ad una o all'altra causa, presa in giro puntualmente - ma c'è da dire che la grandissima maggioranza dei romani si fa prendere in giro in modo molto facile, al di là di ogni (più o meno ragionevole) sembianza - e vilipendiata della propria sovranità di cittadini di una Capitale: perché nessuno aveva pensato di capire anche cosa ne pensassero i romani della questione? Perché si dava nuovamente per scontato che tutti capissero adeguatamente vantaggi e svantaggi di una candidatura alle Olimpiadi, sapendone cogliere gli aspetti più critici? Queste erano le domande essenziali che mi avevano spinto a non vedere molto bene la giostra creatasi dietro, e a mantenere una certa distanza dalle festose e soddisfatte pacche sulle spalle di quanti avevano deciso per la candidatura.

Poi sono arrivate la campagna elettorale prima e le elezioni poi, e ancora una volta un tema di importanza vitale per una città ridotta in fin di vita da tanti fattori (cittadini compresi) è divenuto materiale di scambio, campione di misura del consenso elettorale anziché tema da comprendere, sviscerare ed affrontare, per quanto con poco tempo a disposizione.
La scelta fatta dall'attuale sindaco di Roma non mi piace per lo stesso motivo per cui non mi piaceva chi aveva deciso senza se e senza ma di presentare la candidatura: i cittadini sono stati totalmente aggirati, dando per scontato che il consenso elettorale del partito vincitore fosse del tutto coincidente con le opinioni in merito. Sbagliato, scorretto e sciocco: non si può legare la mediocre (finora) prestazione politico-amministrativa della nuova giunta al destino della fu candidatura, ma viene il sospetto che, ancora una volta, si sia cavalcata elettoralmente la pancia dei cittadini per prendere una decisione. Sospetto che diventa ancora più forte se si pensa alla storia del partito in questione, che di un certo gentismo da battaglia (che reputo ancor peggio del populismo, nella sua sottile sfumatura) ha fatto vessillo.

Roma non avrà la sua candidatura ai giochi del 2024, dunque. Speriamo almeno di avere ben prima di tale data un governo della città degno.




Buona vita

martedì 13 settembre 2016

Le colpe degli altri


Succede che una ragazza si distrae in modo che La Massa ritiene poco consono ad una Ragazza Per Bene, e che immagini registrate di tali distrazioni finiscano (più o meno misteriosamente) nel ribollente gorgo delle condivisioni posto esattamente al centro della galassia che chiamiamo web 2.0.
Commenti, risate, giochi goliardici di gusto soggettivo, battutine...quel video diventa un fenomeno virale, è ovunque anche solo nelle citazioni, chi non capisce cosa significhi quel «Bravoh!», con l'acca messa ad indicare la pronuncia aspirata dell'ultima vocale, viene sempre invitato ad aggiornarsi, a guardare il video, a farsi un'idea di quanto divertente e in qualche modo patetica sia quella scenetta rubata alla sua privatezza.
Quel che accade dopo è che la protagonista del video si sente violata in quella stessa medesima privatezza, che la pressione che si sente addosso la porti a cercare di sparire. Cambiando città. Cambiando nome. Decidendo che, probabilmente, togliersi di mezzo definitivamente sia l'unica soluzione per lavare l'onta. E lo fa appendendo il suo collo ad un foulard...


Improvvisamente La Massa si scopre indignata: come è potuto accadere, si domanda, che una ragazza che non stava facendo niente di male sia stata così brutalmente messa alla gogna? Come si è arrivati a costringere una persona a togliersi la vita per la vergogna? Come, ma soprattutto Chi?
Nel suo brulicante processo cogitativo La Massa (giudice, giuria e giustiziere) decide che la colpa è evidentemente nel mezzo e nelle possibilità che esso concede a chiunque lo voglia utilizzare: è il Web che va condannato, in toto, perché solo nel Web è possibile condividere certe cose e riderci sopra, solo il Web ha la capacità di amplificare fatti privati apparentemente poco significativi in indesiderate notorietà, solo nei suoi meandri si può annidare il virus del chiacchiericcio pruriginoso, del pettegolezzo, arrivando a raggiungere bacini di ascolto mai visti finora. La sentenza è emessa. La Massa ha parlato.


Varrebbe la pena ricordare quante giovani donne sono state costrette a sposare uomini che hanno poi detestato per un capriccio giovanile, che fosse loro o di quegli stessi uomini; quante hanno visto la loro vita distrutta dalle chiacchiere delle comari; quanti hanno finito la loro vita nel peggiore dei modi, costretti a gesti eclatanti contro se stessi o contro altri dalle enormi energie sprigionate da quegli occhi che osservavano dietro le tapparelle, da quei gomiti che si colpivano complici al loro passaggio, da quelle risatine. E tutto questo prima ancora che si avesse la benché minima idea di cosa dovesse essere un computer...figuriamoci il Web.
Varrebbe la pena ricordare quanta ipocrisia ha permeato e permea la La Massa Benpensante Italiana, quanto cattolicissimo fariseismo ha condito la nostra storia popolare più intima, quanto appassionato e molto malamente celato impegno viene messo nel leggere, ascoltare e condividere il gossip più cafone e insulso.


Vale la pena ricordare tutto ciò a quanti si sono autoeletti a difensori della dignità umana, pubblici ministeri senza nomina impegnatissimi a chiedere a gran voce che a questo Web si metta una qualche sorta di filtro, un freno: imparino ad usarlo, il Web, imparino a viverlo, a cambiarlo da dentro. La censura è solo un'altra mano di vernice bianca al sepolcro.


Buona vita.

lunedì 29 agosto 2016

Ritardi

Tanti progetti, tante buone intenzioni, ma alla fine siamo alle solite: sei mesi di lungo silenzio su questo diario online che mi piace pensare sia letto da qualcuno con un minimo di interesse...
Motivi molteplici mi hanno tenuto un po' distante da queste pagine, ma più degli impegni potè lo scarso approfondimento delle notizie e dei temi da affontare. Perchè trovo intellettualmente disonesto, ma, soprattutto, estramemente inutile esprimere opinioni, spiattellare idee e critiche personali senza aver minimamente approfondito i temi di cui si sta parlando.
Parlo di uno sport diventato popolarissimo negli spazi sociali a disposizione sulla Rete, tanto da aver assunto forme inquietanti, specie in correlazione con la creduloneria generale, l'incapacità di comprensione dei testi scritti, la pochissima familiarità con le ricerche web (che permetterebbero di informarsi molto meglio di quanto non facciano i "cartelli" virali che molti condividono senza nemmeno farsi una singola domanda...) e la totale ottusità politica - nel senso di mera partigianeria acritica - del popolino medio che affolla quegli stessi spazi. A molti piace parlare di analfabetismo funzionale, parola che è però talmente abusata e spesso usata ad mentula canis che sta perdendo anch'essa del suo originale "valore"; altri, ben più famosi di me, hanno coniato il neologismo webeti...
Per quanto mi riguarda, non amo dare troppe etichette, sono convinto sia molto difficile catalogare masse così difformi di persone.
Ma sono anche convinto che quando non si hanno idee chiare e ben consolidate sia molto, molto meglio tacere. Pertanto abbiate pazienza...torneremo!


Buona vita.

giovedì 3 marzo 2016

Fallout 4 (Bethesda Game Studios, 11/2015)

Mettiamo subito le cose in chiaro: non conoscevo (nel senso che non avevo mai visto da vicino) la serie Fallout precedente e, di conseguenza, questa mini-recensione non potrà in nessun modo tener conto del flusso principale da cui il gioco deriva. Non vuole essere una giustificazione ma un'ammonizione bella e buona a chiunque senta i primi conati di specificare che "Fallout è un'altra cosa!", "Hanno rovinato un capovolavoro!!1!!111!", e altre amenità ciarlando...fondamentalmente, non mi interessa, voglio solo analizzare un gioco per ciò che è.
In più: cercherò di evitare il più possibile ogni spoiler, limitandomi alla sola analisi del gioco, senza soffermarmi troppo sulla trama specifica...quindi non aspettatevi tutorial e soluzioni.
Grazie.


La guerra...la guerra non cambia mai
Ci ritroviamo nei panni di un John Doe qualunque o della sua controparte femminile (sta a noi decidere), veterano di quella Grande Guerra scoppiata decenni prima a seguito della pesantissima crisi petrolifera che, dall'inizio del 2077 - anno in cui ci troviamo - vede fronteggiarsi USA e Cina per il possesso dell'Alaska e dei suoi preziosissimi giacimenti.
Dopo aver smanettato il giusto per personalizzare fisicamente il nostro personaggio di fronte allo specchio del bagno di casa, con modalità che ricordano non a caso quelle conosciute in Skyrim (il motore grafico e l'intera infrastruttura di gioco sono le stesse del titolo fantasy), ci apprestiamo a conoscere la nostra famiglia: il nostro coniuge (Nora o Nate, a seconda), il nostro maggiordomo robotico Codsworth e il piccolo Shaun, ultimo arrivato. Fin da subito si comincia a familiarizzare con l'ambientazione ucronica con uno sviluppo dell'energia atomica incredibile sulla base di una tecnologia approssimativamente ferma ai nostri anni Cinquanta: niente microchip, niente miniaturizzazione, ma vagonate di valvole e giganteschi elaboratori, con il contorno di uno stile che ricorda molto da vicino l'America di quel periodo.
Mentre siamo intenti a scoprire casa, qualcuno bussa alla porta e toccherà a noi andare ad aprire (il realismo, a volte...): è un venditore della Vault-Tec, venuto per assegnarci il nostro posto nel rifugio antiatomico di recente costruzione sulle colline attorno a Sanctuary Hills, la nostra città. Nemmeno il tempo di firmare la notizia che la TV inizia a gridare al disastro: ci sono esplosioni atomiche confermate in mezza America...ed ecco che suona l'allarme anti-aereo: la guerra è in casa!
Iniziamo a correre come forsennati per raggiungere il Vault e riusciamo a scendere nel momento preciso in cui un fungo atomico devasta il paesaggio intorno a noi. Non c'è tempo da perdere, tutti dentro, tutti registrati, via nelle camere di decontaminazione, noi in una e nostra moglie con il piccolo Shaun di fronte a noi...poi il sonno surgelato: le celle non servono per decontaminarci ma per ibernarci. Veniamo risvegliati dal rumore di passi che si avvicinano: due persone si avvicinano, sono interessati a nostro figlio Shaun, aprono la capsula di nostra moglie e glielo strappano dalle braccia, uccidendola con un colpo di pistola...e giù di nuovo nel sonno criogenico...
Quando ci risvegliamo definitivamente di Shaun e di una qualche persona viva non c'è più traccia alcuna: sono tutti morti! La ricerca di nostro figlio diventa la nostra priorità assoluta, che ci guiderà per tutto il gioco, visto che la causa di quelle morti diventa ben chiara in poco tempo, osservando in giro e curiosando sui computer del Vault.
Quando usciamo, finalmente, dal rifugio il contrasto con la Sanctuary Hills che conoscevamo è impressionante: devastazione ovunque, una terra brulla e contaminata, auto arrugginite in ogni strada, case in rovina, cumuli di detriti e immondizia dappertutto, il cielo che spesso si oscura e vomita piogge acide in temporali radioattivi spaventosi...non è l'inverno atomico, però, non c'è quell'oscurità plumbea e perigliosa a cui eravamo preparati: è un mondo normale, nel suo essere sopravvissuto al disastro. Pochi incontri per scoprire che sono passati 210 anni: è il 2287!
Inizia così il nostro viaggio, con tutti i migliori propositi di passare un periodo infernale in un mondo che non conosciamo più come il nostro e in cui dobbiamo praticamente ricominciare da zero.


Crea, costruisci, gestisci
La mappa aperta è vasta quasi quanto le sfumature della trama principale e delle innumerevoli quest secondarie: il gioco si snoda attorno la ricerca del figlio scomparso, ma lo fa con mille rivoli attorno ad altrettanti filoni principali a loro volta diramantisi. C'è da giocare, insomma, e tanto, e ogni volta è diverso.
Uno degli aspetti principali, che non autorizza a nessuno di etichettare in modo univoco il titolo come RPG da una parte o come FPS dall'altra, è il crafting: ci troveremo a gestire e, di fatto, creare da zero diversi accampamenti, base di alleanze e giochi di poter, nonché della riorganizzazione. In più questo ci permetterà di sfruttare al meglio l'enorme accumulo di paccottiglia varia dal mondo attraverso il riciclo: sei stufo di guadagnare pochi spiccioli dalla vendita di quei barattoli vuoti di vernice che hai trovato in quel deposito? Riciclali ed eccoti del materiale per costruire! Quell'arma che hai trovato non se la prenderebbe neppure il più disperato degli imbecilli? Mettila in deposito e usala per farne carne da riciclo quando ti servirà per modificare le tue armi preferite!
Tra l'altro il livello di personalizzazione di questi insediamenti è altissimo, basta che vi fate un giro su Youtube per vedere che razza di inutili accrocchi quali fantastici risultati si possono ottenere. Usando tutto nel modo giusto si può avere un realismo e una pragmatica utilità davvero notevole, al prezzo, ovviamente, di perderci tanto tempo...Ovviamente anche gli abitanti di un accampamento possono essere gestiti, assegnando compiti specifici all'interno dello stesso o usandoli per commerciare con gli altri accampamenti sotto la nostra gestione, creando una vera e propria rete, molto utile soprattutto per la condivisione dei materiali, punto critico agli inizi.


Parole, parole, parole. Fucilate, fucilate, fucilate
Dialoghi buoni, sufficientemente profondi, senza evidentissime pecche o strani bug, ma, soprattutto (e questo, per quanto mi riguarda, è una gran cosa!) fluidi, naturali e con tante diramazioni.
L'interazione con gli NPC, specie nemici, è davvero buona: d'altronde che l'AI fosse un fiore all'occhiello di casa Bethesda lo sapevamo già, con tutti i pro e i contro di un livello così avanzato (tranquilli, i bug che avete trovato nei vari Elder Scrolls li trovate anche qui...).
Una nota di merito va, secondo me, agli scontri a fuoco: a meno che non giochiate a livelli infimi, sarà inevitabile dover rivedere la propria strategia continuamente, sarete costretti a ritirate tattiche da manuale, alla ricerca costante del miglior percorso e delle linee di tiro più pulite, e rischierete di ritrovarvi con un'insaziabile necessità di munizioni e steampack di guarigione nelle situazioni meno indicate, se non sarete stati accorti...


Atmosfera
La grafica è un punto un po' particolare da trattare per giochi di questo tipo: le atmosfere generali sono rese perfettamente, per quel che mi riguarda, dai giochi di luce alla palette di colori, certo manca qualcosa a livello di dettaglio, di poligoni più nello specifico, che nel 2016 non ci aspetteremmo di vedere. Però...però parliamo di un gioco vastissimo e molto coinvolgente, costoso sotto il profilo tecnico sotto tanti altri punti di vista: certo, non è una scusa buona, ma insomma...non parliamo di guai enormi. E speriamo sempre negli aggiornamenti grafici futuri!


In conclusione, potrei giocare a questo gioco per ore, credo di poterlo annoverare tra i giochi più belli di sempre a cui abbia mai avuto il piacere di giocare per coinvolgimento, per giocabilità, per trama, per sensazioni...Ma voglio fare il nerd pignolo e rompiballe:


1) in 200 anni, anche in assenza di veri stimoli culturali (come dopo un disastro nucleare che azzera ogni progresso, ad esempio...), è difficile credere che il linguaggio non si sia modificato abbastanza da rendere più difficili le conversazioni...ma certo non sarebbe stato molto "cinematografico" mettersi lì a immaginarsi la lingua del futuro...passabile!


2) facendo presente al primo gruppo di scappati di casa che, in realtà, veniamo da un altro secolo, nessuna reazione è stata registrata: la notizia "Sai, io vengo dal 2077, sono stato ibernato" viene presa più o meno come verrebbe presa la notizia "Sai, io sono vegetariano"...poco passabile, ma vabbè!


3) tralasciamo i punti di cui sopra...ma davvero basta far fuori un paio di predoni per mettere tutto nelle mani di uno straniero mai visto? In un mondo, poi, in cui riesce difficile immaginarsi che la fiducia nel prossimo sia all'ordine del giorno...


4) Come è possibile che un tizio vissuto in un mondo totalmente diverso, tra gli agi di una vita normalissima, pur se con esperienza sul campo di battaglia, sia il deus ex machina di una società che in due secoli non è riuscita a riorganizzarsi? Riformulo...ma davvero nel Commonwealth sono tutti così intronati da non essere riusciti a mettere in piedi una qualche forma di ricostruzione minimale? Davvero devo venire io dal passato per riorganizzare tutto?


VOTO FINALE: 8/10



mercoledì 17 febbraio 2016

Un lavoro serio

Dicevano i nonni dei nostri nonni ai nostri genitori, che lo hanno poi ripetuto a noi, che lo andiamo/andremo ripetendo ai nostri figli, che trovarsi un lavoro "serio" rappresentasse una conditio sine qua non per avere una vita quantomeno decente e serena.
Quale lavoro può essere considerato più serio, dignitoso e importante del politico, dunque? Quali altre professioni possono dirsi ammantate di così tanta responsabilità nei confronti di così tante persone, e dunque necessariamente impostate al rigore ed alla serietà? Eppure, puntualmente, torniamo a vergognarci degli eletti dal Popolo per questo o quell'atteggiamento (escludiamo le questioni giudiziarie, in questo contesto), dandoci tante spiegazioni, ivi compresa la corresponsabilità più o meno diretta del Popolo stesso nell'eleggere ciò che più gli somiglia - o più somiglia alla sua media, fate voi.
Mai come oggi però, lo devo ammettere, ho provato un simile ribrezzo nell'osservare l'atteggiamento di un ramo parlamentare - almeno di una sua parte - nel discutere di una proposta di legge storica, per portata, e fondamentalmente necessaria per moltissimi cittadini che la stanno attendendo da troppo tempo (sempre che si possa fare un simile distinguo di tal tipo tra le attività di un ente legiferatore).
Parliamo di diritti civili, in buona sostanza, di prendere atto dei cambiamenti della società moderna ed adeguare la struttura legislativa dello Stato ad essa, riconoscendo dignità e, soprattutto, piena legalità a persone con la semplicissima pretesa di veder riconosciuto legalmente il loro diritto a condividere insieme una vita ed eventualmente a crescerne un'altra.
Il disgusto nasce non già dalla mera opposizione alla legge, sulla quale si potrebbe anche aver da dire, ma che rientra tra le normali e sane divergenze d'opinione che dovrebbero rappresentare una parte integrante del processo "produttivo" insito nel potere legislativo, quanto piuttosto dalle modalità con cui si è scelto di fare opposizione, presentando cioè una slavina di proposte di modifica del tutto insulse e fuori luogo, che ritengo dileggianti lo spirito stesso di quei luoghi decisionali.
Non è una novità, lo sappiamo bene, ma si sperava di non assistere ad un così patetico gioco sulla pelle dei cittadini, contribuenti come tutti gli altri, per decidere di una così importante proposta legislativa. Si sperava anche di poterli evitare utilizzando altri giochi, più tecnici, ma che (nonostante non siano particolarmente coerenti con l'idea di Istituzione Parlamentare che ho in testa) avrebbero potuto ridare dignità alla discussione ed ai partecipanti alla stessa; ma alcuni ultrà dell'onestà incondizionata, a scapito anche della serietà suddetta e del buon senso, hanno preferito la via della trasparenza e della discussione dell'attività emendante delle opposizioni, di cui potete ammirare un significativo stralcio nella foto pubblicata a corredo di questo post. Un'ottima occasione persa anche per loro, va detto a chiare ed inequivocabili lettere.

Speriamo solo di non attendere il tempo necessario alla ridiscussione della medesima legge per poi vederla modificata nella sostanza, e privata di quei principi di diritto che sono importantissimi per dare dignità a molti concittadini.

Buona vita.

mercoledì 10 febbraio 2016

Ricordi di ritorno (o "e allora le foibe?")

Cade oggi una giornata della memoria un po' particolare, nata con la sacrosanta e nobilissma intenzione di ricordare ulteriori vittime innocenti della barbarie della Seconda Guerra Mondiale. Ma non è il parto, il problema, quanto il concepimento, evidentemente pianificato da un certo orientamento politico per avere un trofeo di guerra, una cicatrice da mostrare e con cui denunciare "l'altra parte" dei crimini commessi anche su chi del tutto innocente non era.
Non che non sia tutto vero, non che sia illecito pensare di ricordare chi ha dovuto soccombere per le logiche di parte che i venti di guerra trasformano in odio e violenza estrema, non che sia sbagliato puntare il dito contro "i vincitori" (se ce ne potranno mai essere alla fine di un conflitto di proporzioni così grandi) e di quanti, fra loro, hanno avuto le mani macchiate dal sangue dei "vinti"...
Ciò che trovo altamente meschino, ridicolo e vergognoso è il farlo per revanscismo, quasi a voler riassestare il proprio inconscio senso di colpa nel sentirsi maggiormente vicini ai vinti e alle loro azioni. Lo trovo sbagliato, a maggior ragione, alla luce dei continui e attivi tentativi di rileggere la storia, di revisionare, di rivedere, di giocare su cifre e simboli per ridimensionare la portata di tutto quanto ha contribuito ad esasperare quelle tensioni e, in un certo senso, a farle esplodere davvero. E lo trovo sbagliato non già per l'interesse di proteggere l'una o l'altra parte, ma per difendere proprio la memoria di quanti hanno sofferto e sono stati barbaramente uccisi dalle opposte follie di quei giorni.

Sarebbe da ricordare ogni singolo morto ammazzato, ogni soldato catturato e ucciso, ogni civile messo in ginocchio davanti ad un plotone di esecuzione, ogni persona tolta ai propri cari ed alla propria vita terrena dalle bombe di una e l'altra parte, ogni singolo individuo finito nella trappola di quella Guerra. Ivi compresi tutti i cittadini di origine slava, assassinati per questa loro origine dalle squadracce italianissime, poi finite a loro volta nelle foibe per mano di altri slavi, e per questo premiati alla memoria da uno stato che ha ancora paura di fare i conti con la propria storia.
Sarebbe ancora più giusto smetterla di destarsi al suono della sveglia ideologica, di accettare e comprendere che no, gli italiani non sono affatto stati "brava gente", e che cercare ancora di onorare i morti sotto le rispettive bandiere non porta a nulla, men che meno a ridare dignità a quelli innocenti, di morti.

Facciamo che la memoria non sia una questione politica.

sabato 6 febbraio 2016

Sulle spalle del Gigante

Sarà che l'aria, da quassù, è più rarefatta, sarà il senso di vertigine, sarà l'euforia di trovarmi sulla cima del Mio Mondo Conosciuto. Ma da qui, guardando verso il basso, vedo esattamente ciò che sono e ciò che sarò, vedo chiaramente che ciò che mi sorregge è ciò che tu stesso hai creato e, forse, immaginato tanto, troppo tempo fa.
Non c'è oblio e non ci sarà vuoto fintanto che esisterò; perché da quassù mi osservo e vedo che non c'è nemmeno frattura, nessuna discontinuità: ciò che eri sono, ciò che sarò sei stato. Inevitabile? Forse. Auspicabile? E chi l'avrebbe detto, qualche anno fa...Ma è oggettivo e senza equivoci.
Si dice che non si può imparare a essere genitori, che è qualcosa di naturale, c'è o non c'è. Nessuna via di mezzo. Niente di più falso: si impara osservando, si impara imitando, si impara ripetendo ed eventualmente migliorando. Ma quando hai il vantaggio di una simile prospettiva, quando sei riuscito a salire sulle spalle del Gigante c'è poco da migliorare.
Così mi vedo laggiù, un passo avanti a te, facendo attenzione a mettere i miei piedi esattamente in quelle orme così famigliari, facendo attenzione a metterci la stessa passione, lo stesso amore, il medesimo, identico impegno, la stessa quantità di sudore e sangue per portare avanti ciò che ho scelto di creare da solo. Mi vedo più alto, più grande, più forte. Maggiormente in grado di portare avanti quel che avevi cominciato, di sopportare il peso del lavoro che avevi cominciato e che entrambi avremmo voluto continuassi.
Nessun dolore, nessun rimpianto, nessun rimorso potranno mai sovrastare o (al più) annullare quanto abbiamo fatto. Quanto hai fatto. Solo l'ansia di riuscire a ripagarti. Solo la voglia di vedere quelle silenti e indirette lezioni messe in pratica ad uno stato dell'arte minimamente confrontabile con ciò che sei stato. Solo la rabbia di non riuscire a capire quale capriccioso ente superiore possa aver mai avuto necessità di ripagare con tanto dolore chi aveva già pagato il proprio dazio umano in tutti i modi possibili, e con tutta l'energia immaginabile per un Gigante come te.
Ho paura di pensare di avere qualche ripetizione ancora da chiederti, ma non ce ne sarà bisogno, puoi starne tranquillo: perché quando sei stato sulle spalle del Gigante hai visto tutto ciò che dovevi vedere. Quando hai visto all'opera il miglior modello possibile di padre, marito e uomo non c'è niente che ti possa spaventare. A parte vedere quel Gigante chino sulle gambe, sofferente. Senza poterne alleviare il peso.

Ma ormai posso scendere. Ormai posso salutarti. Ormai il dolore è finito.

Riposa tranquillo, Papà.
Penso io a tutto.

sabato 30 gennaio 2016

La Famiglia

Oggi a Roma si terrà il Family Day una manifestazione "per la difesa della famiglia e del diritto dei bambini di avere una mamma e un papà". Una riunione, nei fatti, di quanti sono attualmente convinti che la "deriva" politica in tema di riconoscimento dei diritti famigliari sia inaccettabile.

Siamo perfettamente d'accordo, dobbiamo fare qualcosa per la famiglia.

Ammodernarne il concetto, per esempio, svincolare lo stesso dal retaggio religioso e renderlo più modernamente - appunto - legato a quello civile e, dunque, laico. Sancire il sacrosanto diritto di due persone di mettere in atto un progetto di vita, senza sentirsi relegati a categorie inferiori quanto a garanzia dei diritti fondamentali dell'essere umano, è esattamente un rafforzamento della famiglia, non un suo indebolimento.

Perchè se difendere la famiglia significa impedire a due persone dello stesso sesso di crearne una, c'è qualche incomprensione sul concetto stesso di famiglia: in che modo, mi chiedo, un'istituzione sociale così fondamentale (la nostra Costituzione parla, con la bellezza che probabilmente solo la lingua italiana è in grado di dare alle parole, di società naturale) può essere messa in pericolo da un ammodernamento del suo concetto? Dov'è il pericolo per le famiglie tradizionali che nel contesto in discussione vengono difese?
Il diritto dei bambini ad avere dei genitori amorevoli, in più, verrebbe anche rinforzato dalle eventuali maggiori possibilità di adozione: perchè no? Quale sarebbe il pericolo, per un bambino, nel crescere in una famiglia omosessuale (allo stesso modo, tra l'altro, in cui crescerebbe in una famiglia monogenitoriale...)?

Lo so, sono domande retoriche e forse anche piuttosto banali. Ma è di banalità che stiamo parlando, banalità incomprensibili agli occhi di chi ha organizzato e di chi parteciperà a questa kermesse del retrogrado. Sono perlopiù gli stessi occhi che urlano allo scandalo ad ogni programma televisivo giudicato inadatto, che si stracciano le vesti di fronte alle campagne pubblicitarie più aggressive, che si abbandonano a strali sulla più corretta posizione della donna nella società risultando echi stonati di tempi (per fortuna) andati. Ma che difficilmente alzano il dito per dare un vero sostegno alle famiglie, a quelle più disagiate, dove la disoccupazione ha generato mostri, dove la disperazione ha costretto a situazioni inaccettabili per ogni singolo essere umano, dove l'Orco (a cui magari si baciava l'anello) ha distrutto l'innocenza di quei bambini che si vorrebbe difendere.

Ecco, vorrei che fosse questo il Family Day, una manifestazione inclusiva, non esclusiva, che sia davvero a sostegno e a difesa dell'istituzione naturale più importante che l'essere umano abbia mai riconosciuto.
Ma ho come l'impressione che in queste manifestazioni ciò che si cerca di difendere sia il diritto ad essere i soli ad averne, di diritti...

Buona vita. E viva le famiglie. Tutte.

giovedì 28 gennaio 2016

Sensibilità

Le statue coperte per la visita del presidente iraniano Rouhani
Foto La Repubblica
La visita del presidente iraniano Rouhani a Roma, oltre che storica, ha segnato l'ennesima prova dell'insensatezza e (in un certo modo) della totale anacronisticità del Cerimoniale tuttora vigente nel nostro Paese.
Non vengono messi in dubbio i doveri del buon "padrone di casa" di fronte alle esigenze ed alle abitudini di un ospite: se invito a casa un disabile non deambulante eviterò con cura di lasciare in giro ostacoli ai movimenti della sua carrozzina, se ospitassi una persona di colore a cena certo non lo metterei allo stesso tavolo di quell'amico xenofobo e con tanta voglia di gridarlo al mondo, se dovessi invitare un vegetariano certo non gli presenterei davanti una bella grigliata mista...
Ma qui non si tratta di quella giusta miscela di buon senso, buon gusto e senso del quieto vivere alla base della buona ospitalità. Anzi, si tratta di un misto folle di stupidità istituzionale e forse di un pizzico di ignoranza e preconcetto, visto che è anche in Iran esistono musei con statue antiche mezze nude (magari censurate nelle parti intime, ma comunque ben visibili, non certo nascoste...). Al di là di questo, nascondere dagli occhi presumibilmente sensibili del nostro ospite una parte del nostro retaggio e della nostra cultura - senza voler sfociare in patriottici e offesissimi proclami che lasciano il tempo che trovano quanto e più dell'iniziativa che stiamo commentando - è quanto di più inutile e dannoso possa esserci per la nostra stessa immagine.
Inutile perchè non è certo sulle basi di certe scelte che possono essere intavolate trattative e portati in porto affari internazionali. Quindi la versione di chi pensa che "due statue nascoste valgono sicuramente N fantastiliardi di euro" non sta nè in cielo nè in terra, o perlomeno è basata sull'idea (ingenua e sbagliata) che ai tavoli di trattativa siano le "sensibilità" politiche/economiche/etiche/sociali dei vari politicanti a fare la differenza...no, sono i soldi. Come sempre. Dannoso perchè la figura barbina fatta a livello internazionale è difficilmente recuperabile e rappresenta un precedente niente male...

Certo la pletora di commenti (specie quelli politicizzati) a corredo non fa certo di meglio, o perchè punta a concetti sbagliati o perchè completamente pregna di ipocrisie e di "dimenticanze" di quanti danni siano stati fatti ai nostri tesori artistici in nome delle più svariate sensibilità (vogliamo parlare del Tiepolo censurato a Palazzo Chigi?), o dei modi più assurdi con cui abbiamo piegato leggi e regolamenti per ospitare capi di stato sui generis (la tendopoli beduina a Villa Pamphili? Ricordate?). Dove eravamo allora?

Fa sorridere (e molto) anche il parallelismo con il crocefisso nelle aule o con i suoi surrogati (presepe, albero, ecc.): parallelismo che qualifica facilmente chi lo propone, dato che in un caso si tratta di nascondere il proprio comune retaggio culturale (che si sia credenti o meno), l'altro rende unico e ufficiale un simbolo religioso che, pur concedendo l'annovero tra i retaggi di cui sopra, rimane tale e non pertinente in un luogo pubblico.

mercoledì 27 gennaio 2016

Memoria

I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere... Occorre dunque essere diffidenti con chi cerca di convincerci con strumenti diversi dalla ragione, ossia i capi carismatici: dobbiamo essere cauti nel delegare ad altri il nostro giudizio e la nostra volontà.

Primo Levi
Prigioniero nr.174517, Auschwitz - Polonia



lunedì 25 gennaio 2016

Dittatura social?

L'immagine de L'Espresso censurata su Facebook
Leggo un articolo su L'Espresso in cui si denuncia la censura subita da Facebook su una loro foto (quella che vedete di fianco), disquisendo dell'enorme potere in mano ai "Super-stati digitali" in cui "i principi democratici sono sottomessi alle policy private aziendali", specie se si tiene in considerazione la quasi necessità che oggi molte figure professionali (nonchè quasi tutte le aziende) hanno di usufruire di quegli spazi di comunicazione.
L'autore dell'articolo, Alessandro Gilioli - superando il mero giudizio dei principi di censura delle immagine da parte dei social network, che vengono applicati per un senso nudo e non, magari, per auspici di morte e insulti -  invita inoltre a sfatare il mito dell'onnipotenza delle aziende social, sia per il motivo di cui sopra (la necessaria fruibilità degli spazi comunicativi sociali), sia perchè nel suo giudizio, pur essendo spazi virtualmente privati, non possono essere concepiti come proprietari. In sostanza, non possono fare ciò che vogliono.

Dal mio modestissimo punto di vista, possono. Eccome se possono...
Possono perchè l'accettazione di quelle policies private sopra citate è, nè più nè meno, la firma di un contratto che firmiamo nel momento in cui attiviamo un account: vuoi scrivere dei cazzi tuoi su questo spazio? Vuoi mostrare al mondo quando sei bravo a fotografare i tuoi risultati in cucina? Vuoi stracciare le gonadi al resto della popolazione con video di gattini? O magari vuoi pubblicizzare il tuo operato (intellettuale o meno che sia)? Nessun problema! Puoi farlo...purchè rispetti queste regole. Semplice. Funzionale. Ed è stato così sempre, da che esistono spazi di aggregazione, privati come pubblici.
L'esempio fatto nell'articolo per cui "anche il bar sotto casa è un'attività privata, ma se tra i tramezzini circolano i topi la collettività ha il diritto di intervenire", mi si perdoni, non è minimamente pertinente, perchè si tratta di far rispettare regole - quelle imposte dalla legge - ad un esercizio privato che, a differenza di Facebook, offre un pubblico servizio. Il social network non ricade in questa fattispecie di servizi, anche se viene vissuto oggi come "indispensabile" per la propria attività.
Facendo un controesempio potrei dire che, pur avendo affittato a caro prezzo quel cartellone 4 metri per 2 sulla Tuscolana, non posso decidere di pubblicizzare il mio sito di video porno con lo screenshot tratto da uno dei film, perchè la legge (il regolamento) me lo vieta: me la prendo contro lo stato dittatore? Qualcuno lo farebbe pure, ci mancherebbe, ma avrebbe tecnicamente torto...Un esempio parabolico, ovviamente, e affatto proporzionale alla (bellissima e significativa, per quanto mi riguarda) foto di copertina, ma credo che il senso si capisca. Inviterei l'autore a vedere quel che è stato fatto, per esempio, in un ristorante di Roma (spazio privato), dove il gestore ha deciso di vietare tout-court l'ingresso ai bambini, oltretutto...

Insomma, dura lex sed lex, c'è poco da fare. Una lex sciocca, sbagliata, bacchettona, esagerata, miope...posso essere (e sono) d'accordissimo, ma da qui a vederci una possibile deriva dittatoriale, con le possibilità che fornisce il loro stesso mezzo (la Rete, che non è solo fatta di social networking) mi sembra davvero troppo.
Senza contare che sarebbe bastato censurare un capezzolo!

Buona vita

La Cosa Pubblica

Foto Tommaso Sacconi
In evidenza sull'edizione online di Repubblica questa mattina c'è un reportage fotografico di Tommaso Sacconi, da cui è estratta la foto che vedete qui a fianco. Si tratta della sala di attesa di un ospedale romano in cui, quasi fosse una tradizione, vengono annunciate al pubblico le nuove nascite direttamente sui muri, pennarello alla mano.
Un atto di per sè tenero, una forma materiale di quell'esplosione di gioia che coinvolge i parenti del piccolo nascituro a lieto evento ancora fresco, un metodo più "moderno", se vogliamo, dei furono fiocchi rosa/azzurri appesi ai portoni dei palazzi all'arrivo di un nuovo cucciolo di umano. Ma, anche al netto di strafalcioni grammaticali e parolacce, e volendo (ma proprio volendo...) non considerando la contravvenzione di articoli del codice penale, si tratta comunque di atti di pura mancanza di rispetto della cosa pubblica.
Mancanza di rispetto per il decoro di un bene comune, utilizzabile da tutti, senza distinzione alcuna, pagato attraverso le tasse di tutti (di chi non le evade, quantomeno, e anche qui si aprirebbe un bel capitolo...), statisticamente perpetrata da persone che gridano costantemente allo scandalo della casta mangiasoldi, che si scagliano contro l'istituzione denunciando il degrado in cui versa la loro città. È una storia già nota, la stessa per cui è sempre "colpa degli altri", anche subito dopo aver gettato il pacchetto vuoto di sigarette dall'auto in corsa. Stupisce anche che la stessa Repubblica definisca queste scritte "divertenti" (sicuramente lo potranno anche essere nei concetti, non nelle forma espressiva scelta), con pochi accenni in sordina al fatto che ci troviamo di fronte al deturpamento di un bene pubblico.

Questo, è bene specificarlo, non vuole essere un post populistico e moraleggiante, al limite del qualunquismo, come qualche altro sito ben più famoso di questo tende a fare (almeno per la capitale d'Italia), ma l'ennesima denuncia della sostanziale assenza di senso civico del cittadino italiano, e nello specifico romano, medio, facile ad essere trascinato dall'altrui indignazione - perchè, anche nell'indignazione, sono sempre "gli altri" ad intonare la prima nota -, molto difficile a razzolare nella medesima direzione delle sue prediche di riflesso.
Ben vengano allora iniziative come quella di Retake Roma, che svolge un vero e proprio servizio civico attraverso gli stessi cittadini, sanando, recuperando e abbellendo gli angoli della Capitale che altri colleghi cittadini hanno contribuito a rendere indecorosi, tanto da condurre in porto accordi di collaborazione con le istituzioni e le aziende pubbliche.
Vi consiglio di fare un giro completo nel loro sito, dove vedrete cosa è stato fatto e come, anche solo per avere un'idea di come dovrebbe essere una vita pubblica davvero partecipata (e magari per effettuare qualche donazione, che è sempre gradita!).

Siamo sempre lì, insomma: prima di accusare gli altri di quanto non hanno fatto per la propria comunità, chiediamoci ciò che noi potremmo fare per la stessa. O peggio ciò che abbiamo fatto per contribuire (anche nel connivente silenzio) a quel che andiamo denunciando.

Buona vita e #aripijamoseroma.


domenica 24 gennaio 2016

La genealogia dello sport


Spronato dall'ennesima discussione tra amici sullo sport per tutti, ho voluto mettere nero su bianco le mie convinzioni. Perchè, lo devo ammettere, non sono affatto d'accordo su quella teoria, non se si cerca di capire con coerenza e obiettività cosa sia, esattamente, lo sport. Quel che è venuto fuori è una sorta di albero genealogico, in cui evidenziare i tratti principali dello sportivo e chiarire in modo inequivocabile come l'esercizio fisico, il gioco, l'allenamento possano essere per tutti, ma non il loro risultato finale. Senza uno dei fattori, pur in presenza di una dignitosa sommatoria di fattori, non si può dire di essere di fronte all'attività sportiva vera e propria.

Ma andiamo con ordine. Lo sport è anzitutto gioco condito di impegno: tanti giocatori rimangono tali perchè non esiste, nella loro attività, alcuna forma di impegno vero e proprio. Impegno che possiamo considerare figlio di due aspetti principali, l'impegno fisico e quello più puramente mentale: il primo è quasi principalmente ciò che oggi viene erroneamente considerato alla stregua di una discriminante fondamentale per distinguere uno sport da un gioco, ma non è necessariamente la quantità di sudore e di acido lattico prodotta a far tale uno sport, non è cioè un problema quantitativo ma univocamente qualitativo, ovvero di efficienza (precisione, se vogliamo) dei movimenti e di efficacia degli stessi, aspetti che possono essere considerati figli dell'allenamento e dell'addestramento, considerati come due entità distinte di esercizio ed adattamento fisico e tattico, o quantomeno funzionale all'attività specifica. Nel caso dell'impegno mentale, invece, è la disciplina applicata all'attività che, unitamente alla concentrazione mentale, riesce a generare quella propensione "intellettuale", quella particolare forma mentis che solo un vero sportivo può avere.
Cos'è, invece, il gioco? Una commistione di divertimento e agone, inteso come senso della competizione, capacità di immergersi nel sistema di regole e saperle sfruttare a proprio vantaggio nella rincorsa agli obiettivi previsti. Il divertimento è un fatto quasi puramente mentale, figlio della compagnia come capacità di stare in un gruppo (di alleati o di concorrenti che sia) e dell'empatia di cui si è capaci, fonte non trascurabile di tutta la chimica biologica legata all'attività sportiva. Nel caso della compagnia si tratta di mettere in campo il proprio carisma - che non significa necessariamente capacità di leadership, quanto attitudine ad imporsi e, soprattutto, a saper reggere il confronto con gli altri - e la propria apertura mentale, in grado di farci adattare senza problemi e pregiudizi ad ogni situazione sociale, etnica, economica, intellettuale, ecc., che andremo ad incontrare nell'esercizio della nostra attività. L'agone è invece figlio del potenziale, inteso come fattore genetico generale (l'unico, se ben vedete) fatto da talento per quella determinata attività sportiva e genetica fisica, che ci potrebbe donare apparati muscolo-scheletrici più adatti ad un certo tipo di sport. Ma è figlio anche dell'intelligenza dell'atleta, quella commistione tra capacità e rapidità di calcolo che permette di saper leggere con i giusti tempi le situazioni di gioco e saper trovare le opportune soluzioni per trarne vantaggio.

Risulta chiaro, allora, come si può essere un ottimo giocatore, senza necessariamente mettere eccessivo impegno nelle proprie attività, o viceversa si può essere estremamente impegnati senza riuscire a godere dei positivi aspetti giocosi dello sport; si può essere adattissimi fisicamente e costanti nell'esercizio di questo adattamento, senza avere però le necessarie doti mentali di disciplina e/o concentrazione. E così via...
Qualcuno potrebbe contestarmi che quella appena descritta (per quanto oggettiva) sia una definizione più applicabile alla differenza tra agonista e amatoriale, ma sono convinto che tra queste due forme di sport ci sia solo il tempo a disposizione e forse (proprio a voler concedere qualcosa) la quantità di impegno applicato: ma ho già detto che si tratta di un problema qualitativo non quantitativo!

Perciò, divertitevi nelle palestre, sui campi di calcetto con gli amici, con le biciclette in mezzo alle montagne, in piscina a far vasche...e siate fieri di quello che fate e dei risultati che eventualmente monitorate e ottenete. Ma non veniteci a raccontare che praticate uno sport o che, come detto sopra, lo sport sia una cosa alla portata di tutti, perchè non è così che stanno le cose.
Lo Sport, quello vero, è un'altra cosa.

Buona vita.

venerdì 22 gennaio 2016

L'esperienza

Percentuale disoccupazione tra i 15 ed i 24 anni (fonte ISTAT)
In un Paese in cui la disoccupazione giovanile è in continua crescita da circa sette anni, e sta arrivando quasi alla metà esatta dei potenziali lavoratori di quella fascia di età, in cui al di là dei picchi degli ultimi anni, la tendenza alla disoccupazione dei giovani si è sempre attestata attorno al 25% e comunque mai sotto il 20% (almeno negli ultimi 30 anni), e con le età di pensionamento che slittano man mano verso i 70 anni per le generazioni dei trenta-quarantenni attuali, diventa molto difficile capire in che modo si possano ancora sostenere le politiche di assunzione che ad oggi la maggioranza delle aziende - specie di quelle medio-grandi e ultra-specializzate - utilizza ancora.
Leggi e norme ce ne sono state e ce ne saranno con molta probabilità nel prossimo futuro, e sono quasi necessarie, a questo punto, sebbene la tendenza (molto nostrana) all'inflazione normativa rischi di diventare peggio della malattia. Ma il problema sembra più di mentalità, in un certo senso con modalità grosso modo analoghe a quelle che hanno portato all'orrenda necessità delle quote rosa.
Pur assumendo, infatti, che nella fascia d'età in esame negli ultimi 10-15 anni sia drasticamente aumentato il numero delle figure super specializzate e dei laureati (almeno nella fascia d'età più alta), quindi alla ricerca di lavori più specifici e magari più "difficili" da ottenere per chi ha poca esperienza, resta l'amara verità di avere almeno un quarto dei giovani a spasso da almeno 30 anni.

Una delle chiavi di lettura direttamente osservata è il modo molto particolare con cui le aziende tendono a considerare la totemica Esperienza, principale fonte di lavoro e di giusto approvvigionamento di salario. Cosa buona e giusta, se fosse osservata come assommazione di capacità acquisite, esperienze vissute, cariche ricoperte e capacità affinate nell'esercizio delle proprie funzioni. Cosa ridicola se si sostituisce tal quale l'anzianità di servizio, il mero conteggio degli anni passati in posizioni lavorative similari o in assoluto, con quanto sopra detto.
Purtroppo è proprio questo che viene fatto pedissequamente, e ciò non può che danneggiare i più giovani, che solo sulle poche capacità acquisite e sulle conoscenze pregresse (si veda, ad esempio, la maggior flessibilità verso le nuove tecnologie) possono far leva.
Un serio ricambio generazionale non può non passare da questo, perchè se ad un giovane neolaureato con minima esperienza da stagista ma con solide basi teoriche e maggiori capacità di crescita si continua a preferire un consulente anziano, magari già in pensione, valutato esclusivamente sulla citata esperienza calendariale, muore ogni tentativo di rinfrescare le linee, si congela ogni capacità di rinnovamento (sotto tutti i punti di vista), ma soprattutto vanno in rovina tutte le possibili e benefiche ricadute sull'intero sistema economico nazionale.

Io continuo a sognare un futuro in cui si dia sempre più possibilità ai più giovani di mostrare l'enorme potenziale di crescita (e quello, consequenziale, di accrescimento aziendale stesso), non rinunciando all'effettivo bagaglio di vita lavorativa vissuta dei "senior", ma rinunciando a sfruttarlo in senso manageriale e cominciando a farlo marciare come tutoraggio. Qualcuno, nel mondo (USA, UK, Nord Europa...), l'ha già compreso: e se con manager di medio livello di 35-40 anni quei paesi sono riusciti a tenere ferma la barra nella tempestosa crisi e nelle successive mareggiate che continuano di volta in volta a tempestare il mondo attuale, un motivo ci sarà pure...

Buona vita.

mercoledì 20 gennaio 2016

Inferiorità manifesta

Gli ambienti di lavoro, le scuole, i campi di allenamento, e sostanzialmente ogni luogo in cui può instaurarsi un seppur indiretto confronto tra persone avviate ad attività similari, sono punti di aggregazione ideale per dicotomie più o meno marcate: bravo-pessimo, buono-cattivo, disciplinato-ribelle, veloce-lento, e così via dicendo. Sono luoghi, dunque, dove nasce e si sviluppa un certo senso di competizione per avere la meglio sull'una o sull'altra categoria.
In un clima come questo è assolutamente normale che sorgano, in personalità diverse, sensi di superiorità o inferiorità più o meno marcati, che possono essere sani e giovare alla crescita dell'intero gruppo (in qualunque forma esso si presenti); finchè non sfociano in veri e propri "complessi".
Mentre, però, un complesso di superiorità porta più facilmente all'emarginazione del complessato, reso "antipatico" dal suo stesso atteggiamento o, peggio, reso evidentemente pericoloso dalla sua incapacità di rendere quanto crede di poter fare, il complesso di inferiorità è il più subdolo e marcio per la collettiva salute.
Il complessato di inferiorità, infatti, tende sempre a compensare questa sua visione della sua posizione nel gruppo, e lo fa in modi perlopiù dannosi allo stesso. In particolare in due modi: o scegliendo la via della compensazione materiale (abiti, auto, accessori costosi, ecc.), o quella della compensazione "personale", arrivando a sgomitare per il suo solo diritto di presenza in contesti decisionali dove non avrebbe nè diritto nè interesse vero e proprio di presenza.
Il danno si crea impedendo a colleghi e compagni di gruppo ben più motivati, più forniti e più indicati di arrivare in posizioni chiave, facendo di tutto affinchè lo status quo arrivi a fossilizzarsi in una posizione non funzionale, purchè gli sia riconosciuto un distintivo di qualche tipo, che vada (appunto) a cancellare il suo enorme senso di inferiorità nei confronti degli altri di cui sopra.

Guardatevi da chi si sente sempre in pericolo, da chi manifesta costantemente una qualche forma di insoddisfazione palesando poi il piacere di andare a braccetto con chi gli sta gerarchicamente più in alto. Anche perchè spesso la loro condizione di complessati (nei contesti descritti, ovviamente) deriva da un fondo di verità: sono inferiori e decisamente incapaci di gestire un lavoro di gruppo.

Buona vita.

venerdì 15 gennaio 2016

J'étais Charlie

Poco più di un anno fa, nel post La Difesa del Nemico parlavamo della tragedia Charlie Hebdo e dell'ondata di solidale vicinanza che ha travolto (una volta tanto) la Rete e le nuove connessioni sociali, sempre più diffuse. Si storceva il naso, in quel post, nel leggere ed ascoltare il controcanto di chi bocciava come ipocrita, falsa, qualunquista e populistica la campagna #jesuischarlie, volendo quasi cogliere un cenno di "maturità" dei fruitori sociali del Web nello sfruttarne in pieno la sua democraticità.
Ebbene, un anno è passato, Charlie Hebdo è ancora nelle edicole, e continua a martellare durissimo negli stomaci benpensanti e facili all'indignazione; i quali, oggi, dopo essersi identificati, dopo essersi uniti al coro indubitabilmente libertario di allora, ritrattano e vomitano accuse contro chi avevano difeso. Ritratto anche io, dunque...
...ritratto la difesa di queste povere menti che, con tutta evidenza, hanno mancato per l'ennesima volta l'occasione per comprendere i meccanismi veri che dovrebbero essere alla base della democraticità che immaginano (erroneamente) di difendere dal nemico. Vorrei ripetere che è proprio questo che ci differenzia da loro, la capacità di dissentire senza censurare, ma sarebbe del tutto inutile, perchè risulta piuttosto evidente come, nella migliore delle ipotesi, solo un mero (e francamente desolante) fenomeno di aggregazione ha fatto sì che quel hashtag si diffondesse in tal modo.
Nella migliore delle ipotesi...perchè quella peggiore è la pulsione (neanche troppo) dormiente dentro ognuno di questi schiavi mentali ad ordinarsi silenziosamente in qualche schiera, pronti all'azione contro il nemico: non sono le Libertà Fondamentali della Società Democratica a dover essere difese, per queste anime sordide, ma il diritto di distinguersi, di isolarsi nella loro sicura roccaforte occidentale, coibentata da ogni spiffero straniero e maligno (ai loro occhi, si capisce).
Sono gli stessi che urlano indignazione per la Giustizia Matrigna condannante vecchietti a corto di pensione che rubano al supermercato, o che, similmente, plaudono onori e glorie alla pattuglia casuale delle Forze dell'Ordine che paga la refurtiva degli stessi vecchietti. E sono anche gli stessi che, al contempo, manifestano violentemente a favore del diritto del negoziante di far valere anche con la violenza (estrema, se occorre) di difendere la propria merce, posto che l'attaccante sia il nemico; o che magari si ergono a trinitari giudici-giurati-giustizieri di fronte ad un ragazzo ucciso dalle già onorate e glorificate Forze dell'Ordine, perchè sicuramente "sarà stato drogato", come se ciò fosse rilevante.

Ho già detto chiaramente cosa penso di Charlie Hebdo e del suo modo di fare. Ben venga. Ben venga chiunque possa smuovere questo stagno putrescente e melmoso di distinti, maleodoranti odio represso. Ben venga chiunque sia in grado di continuare ad assestare colpi fortissimi ai delicati stomaci di questa informe massa di materia organica, che rinnega e, peggio, non capisce cosa ha difeso è perchè era giusto, votandosi al disprezzo del diverso.

Sperando che, prima o poi, la loro distinzione li porti all'estinzione.

Buona vita.

martedì 12 gennaio 2016

Gli Sdraiati (Michele Serra, 2013)

Seguivo Michele Serra da un po', specie nelle sue riflessioni su quotidiani e riviste, apprezzandolo moltissimo per qualità di contenuti e della forma degli stessi; e conoscevo la sua veste di autore e scrittore umoristico/satirico, grazie alle perle rubate da Cuore o agli altri scritti ritrovati sulla Smemoranda di scolastica memoria.
Chi ha letto il libro prima di me mi ha dunque ancor più invogliato a leggerlo facendo leva proprio su questo aspetto dell'attività autorale di Serra: l'umorismo. Ma divorate le poco più di cento pagine del libro, mi sono reso conto che ciò che avevo appena letto era molto più che un approccio umoristico al problema che affrontava...erano le vere e proprie cronache di una guerra durissima, e in fondo, alla fine del percorso, dolcissima al ricordo.
Serra affronta, infatti, il rapporto con il figlio quasi-maggiorenne, e quasi ti rende agevole l'ascolto dello stridore di due generazioni, di due vissuti diversi (per quantità sicuramente, per qualità sarebbe da vedere meglio). Stridore, perchè non sembra esserci collisione tra i due mondi, ma un infinito e logorante avvicinarsi, strusciarsi, inseguirsi.
O almeno non c'è nell'esperienza dello scrittore, testimone di una sua personale giovinezza in cui ha agito - o ha pensato di farlo - per sovvertire lo status-quo, contestando l'autorità, il potere in quanto tale, e che mal digerisce (di naturale conseguenza) il ruolo patriarcale, col risultato di ritrovarsi di fronte una sua diretta emanazione diversissima e totalmente priva di schemi che lo possano rendere comprensibile e/o trattabile dal genitore. E - checchè ne dicano alcuni detrattori, concentratissimi ad additare le convinzioni politiche come principali responsabili della situazione - lo stesso Serra denuncia la sua "sconfitta", il suo non aver saputo imbrigliare quell'energia per farne quel che lui immagina essere la figura figliare.
Ma è forse dal confronto con la sua precedente vita di figlio che probabilmente il rapporto ne esce sanato, o (come più ovvio) l'autore si rende conto che nulla è mai stato rotto, e che le generazioni si sono sempre trovate a fronteggiarsi.
Una guerra, si diceva, la stessa Grande Guerra Finale che Serra stesso ci descrive stupendamente (comprerei il libro ora, se uscisse davvero), una Guerra da cui lui ne uscirebbe come un traditore della sua generazione, che vede nei Giovani la normalissima continuazione della vita: non sono i Giovani ad essere "alieni", sono i Vecchi a non rendersi conto che gli alieni, ormai, sono loro.
Basta poco per rendersene conto, e una gita in montagna potrebbe valere più di centomila trattati.

lunedì 11 gennaio 2016

Il Duca Bianco

David Bowie
(foto Flickr dietro licenza CC BY 2.0)
Seguo (e strimpello) un genere musicale un po' particolare, me ne rendo conto, non alla portata di
tutti, sotto molti punti di vista, fosse anche solo quello della "durezza" delle sonorità. Ma è un genere che mi ha insegnato a conoscere davvero la musica, a non nascondermi dietro un'etichetta, ma ad apprezzare tutto ciò che possa davvero essere reputato degno di essere annoverato tra le opere del genio creativo umano.
È per questo che, pur non essendo quel che si può definire un "fan", non posso non riconoscere ad un genio come David Bowie la più alta levatura artistica, che gli appartiene senza ombra di dubbio, e non posso non essere lieto di aver potuto vivere come contemporaneo di un simile gigante.
Ma non voglio dilungarmi nello spiegare cosa è stato Bowie, basti questo: questa canzone suona esattamente come dovrebbe suonare un pezzo grunge, arricchito da quella che probabilmente è la voce più grunge di tutte, quella di Kurt Cobain.
Questa canzone è stata presentata in questa forma esattamente durante la registrazione del famoso live di cui il video è parte, il 18 novembre 1993.
Questa canzone è del 1970, scritta dal genio che oggi ci ha lasciato.
Abbiamo decisamente perso un artista abonimevole...
Addio David...