lunedì 31 dicembre 2018

Ostaggi?

Lo scrivo adesso, sufficientemente lontano dai clamori suscitati dalle notizie ancora fresche in arrivo da San Siro. Almeno possiamo mettere in chiaro l'assenza di velleità da "eco di rimbalzo" dei fatti quotidiani e delle opinioni ad essi legati, come troppo spesso avviene...
Come non accadeva da parecchio tempo, infatti, l'Opinione Pubblica (al solito, sempre più legata ai suoi alfieri professionisti che occupano TV e giornali) è tornata ad esprimersi su uno dei nemici più dichiarati del più recente Perbenismo Borghese di stampo Decorista: il tifoso di calcio. No, non gli ultrà, che pure devono sorbirsi il ruolo da capri espiatori di ogni male, rimanendo l'ovvio bersaglio "estremista" di un estremismo ben più odioso, perchè celato sotto tappeti di Buon Pensiero e presentabilità varie di fronte al Comune Sentire. Proprio i tifosi, dunque, elementi di disturbo non indifferente in quanto fideisticamente (e non sta a nessuno giudicare il senso di questa fede) legati a qualcosa di ben meno controllabile di quanto credessero...
Perchè il progetto era ben chiaro agli occhi di chiunque avesse mai avuto un minimo di capacità di lettura e di frequentazione degli stadi della palla tonda, già descritto dalla letteratura a chiare lettere da quell'Hornby divenuto cult di massa grazie al cinema col suo Febbre a 90°: il modello a cui tendere è quello inglese, con la pretesa sconfitta del fenomeno Hooligans, da riproporre nelle varie salse all'italiana ad ogni evento avverso. Colpire il tifo come lo si è conosciuto finora puntando ad un decoro diverso a quello che non riesce a contemplare alcuna forma di partecipazione diversa dal grigio quieto vivere, al decoro del Sacro Ordine Pubblico. Una scusa imponente per teatrizzare gli stadi, per far sì che diventino quei Templi dell'Intrattenimento per eccellenza in cui l'espressione di massima interperanza dovrebbe diventare una fastidiosa e ritmica Ola.
Tutto questo, dicevamo, a detrimento non solo delle frange più estreme del fideismo sportivo, ma di ogni tifoso, compreso chi, come il sottoscritto, pur non avendo avuto il necessario proscenio di vita e una forza di volontà diversa per riuscire a vivere appieno quella Mentalità, intende seguire con fervore, passione e costanza la propria squadra del cuore, anche sostenendone i necessari costi.
Sorrido amaramente, quasi incredulo, di fronte al nuovo, trito messaggio di sempre: "Gli stadi si stanno svuotando!" e "Le famiglie si allontanano dal calcio!", nonchè, infine, "Gli Ultras (perchè per tutti "ultras" è il plurale di "ultrà"...) hanno preso in ostaggio il calcio!".
Sorrido pensando ai profitti multimilionari che con forza centripeta sempre più imponente si accumulano sui pochi a danno dei moltissimi, pensando ai settori ospiti angusti messi in vendita a più di 50 €, agli stadi che cadono a pezzi e sono stracolmi di barriere architettoniche, ai controlli da carcere di massima sicurezza, ai divieti ed alle vessazioni più cretine (qualcuno, un giorno, mi spiegherà perchè far togliere le scarpe, sotto la pioggia, a quel bambino di sei anni circa che, davanti a me, entrava per la prima volta allo stadio col papà...), alle curve divise, alle trasferte impedite per imperscrutabili ragioni di ordine pubblico...
Sorrido pensando che, probabilmente, le famiglie non vanno allo stadio perchè spendere almeno 600 € al mese per andare allo stadio non è proprio una cosa per tutti...
Sorrido, pensando che forse non è il movimento Ultras ad essere il carnefice del calcio, che siamo ostaggi ma della solita logica del capitale che vuole spremere il limone più succoso di tutti, perchè quello che può al contempo obliare le menti con maggior facilità. Mi verrebbe quasi da dire, ben venga chi rimane a testa alta e petto in fuori in questo scenario...

Che sia necessario colpire chi sbaglia non è una bestemmia, sia chiaro. Che ci sia anche bisogno di un'attenzione maggiore alle intromissione della militanza politica estrema, quando non peggio, è inevitabile. Ma forse è il caso di non continuare a demonizzare ogni subcultura che si presenta in Italia con lo stesso sprezzo con cui si allontanano i cani rosi dalla rogna...

Forse è il caso di approfondire:

Pierluigi Spagnolo "I ribelli degli stadi", 2017, Odoya
Daniele Colombo e Daniele De Luca "Fanatics: voci, documenti e materiali del movimento ultrà", 1996, Castelvecchi
Marco De Rose "Controcultura ultras. Comunicazione, partecipazione, antagonismo", 2011, Coessenza
Andrea Ferreri "Ultras, i ribelli del calcio", 2008, Bepress
Giovanni Francesio "Tifare Contro, una storia degli ultras italiani", 2008, Sperling & Kupfer

...ma soprattutto Valerio Marchi:

"La sindrome di Andy Capp, cultura di strada e conflitto giovanile", 2004, NDA Press
"Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio", 2005, DeriveApprodi
"Teppa. Storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri", 2014, RedStar press
"Ultrà, le sottoculture giovanili negli stadi di Europa", 2004, Koinè

Buona lettura. E ragionate con la vostra testa.

mercoledì 26 dicembre 2018

La scuola

Non serve arrischiare un trattato di pedagogia per capire quanto importante siano le politiche di istruzione in un moderno paese democratico, importanza evidenziata, d'altronde, dalla morbosa attenzione che ogni schieramento alternatosi negli ultimi trent'anni al governo ha riversato nella scuola e nell'università, ognuno pretendendo di avere la giusta ricetta per formare i nuovi cittadini. Una cura fuori controllo, al dire il vero, tanto da produrre nel tempo - con tutta la serie di Riforme della Scuola ogni volta introdotte sulle note di fanfaresche presentazioni al pubblico - mostri snaturati dal contesto sociale del Paese stesso, perlopiù per una poco intelligente attività di importazione di modelli che nulla hanno a che fare con il fondamento "tradizionale" dell'educazione nazionale.
Cerchiamo di diradare ogni nebbia di dubbio in tal senso: non può e, a mio modesto avviso, non deve esistere un modello perfetto, non si deve cadere mai nell'autarchica tentazione di aver trovato l'unico modo giusto di fare le cose, nel campo dell'istruzione in particolare, avendo a che fare direttamente con la formazione di un cittadino prima ancora che di un attivo membro del sistema produttivo, intenendo quest'ultimo nel senso più ampio e civile del termine, non soltanto nella sua accezione capitalistica occidentale (sempre che se ne possano definre adeguatamente i confini, nel nostro contesto...). Pertanto, per dirla completamente, che vi siano periodici mutamenti, riforme e cambi di rotta è non solo normale ma anche altamente auspicabile, nell'ovvio contesto del miglioramento, del rinnovamento sulla base delle nuove e più accreditate dottrine in ambito sociopsicopedagogico e, più "crudamente", dell'adattamento funzionale del percorso scolastico e accademico alla moderna realtà del lavoro succesivo ed effluente agli stessi percorsi. Il punto, infatti, non è sul cambiamento, ma sulla volontà evidente di voler apporre una firma politica al modello formativo di costruzione della classe dirigente in primis e di quella civile quasi come conseguenza, con l'aggravante di volerlo fare limitandosi a raffazzonare il più delle volte delle pallide imitazioni di adattamento di soluzioni vincenti altrove.
In particolare il modello anglosassone sembra esserci particolarmente a cuore, essendo il pozzo da cui più si attinge in tante materie ed in quella scolastica/universitaria soprattutto. Tralasciando le specifiche riforme ed i commenti ad esse, ed ignorando per una buona volta il mito italiano di quella che è stata definita "la migliore scuola del mondo" o comunque "la più invidiata" (ed evitando, quindi, di chiedersi perchè tanta perfezione non ha conosciuto imitazioni nel resto del mondo, come invece è accaduto da noi con i modelli stranieri...), vorrei soffermarmi sull'organizzazione generale della scuola secondaria, che in Italia è riuscita ad essere oggettivamente e per molto tempo un modello formativo avulso dall'insussistenza di un ideale limbo tra il ciclo dell'obbligo da una parte e il percorso di specializzazione, accademico o professionale che fosse.
La visione di un ciclo scolastico "preparatorio", suddiviso in preparazione al percorso universitario (licei) e a quello lavorativo (istituti tecnici e professionali), ha avuto i suoi indubbi meriti per molto tempo, cedendo di funzionalità al fluidificarsi della società e, contestualmente, delle offerte lavorative, finendo di rischiare la desuetudine di fronte a nuovi percorsi di preparazione ed ingresso nel mondo del lavoro (vedasi anche le sole lauree triennali, su cui sarebbe da scrivere un post a parte). Riformare ed adattare il modello al contesto reale non significa necessariamente creare spezzatini e confusioni d'identità a vario titolo e di vario tipo, ma ristrutturare il necessario mantenendo una struttura consolidata ed efficace.
Andiamo al sodo.

Licei
L'obiettivo è quello di preparare gli studenti ad un successivo percorso universitario, la cui offerta è però cambiata in tanti modi ed è certo ben più articolata di una netta suddivisione tra materie "scientifiche" e materie "classiche". Non abbastanza, però (secondo la mia opinione), da dover pensare alla creazione di improbabili percorsi liceali, magari già affrontati in altre istituzioni (vedi Liceo Musicale, ad esempio) o intesi come specializzazione di licei già esistenti (vedi i vari "tipi" di liceo scientifico).
Tenuta la necessità di avere un Liceo Classico, per tutti i successivi percorsi umanistici, ed un Liceo Scientifico, per i percorsi a carattere scientifico e tecnologico, integrato (non diramato in alternative specialistiche, come oggi) con materie che recentemente sono divenute parte integrante di quei due panorami, quali l'informatica e le scienze motorie e dello sport, e tenuto conto della necessità di non trasformare un percorso propedeutico in un nuovo corso alla professione (di studente, nello specifico), si potrebbe pensare di riformare il Liceo Linguistico per essere parte specialistica (questa sì) del Liceo delle Scienze Umane; di abolire o integrare come specializzazione (anche qui) del Liceo Musicale nel Liceo Artistico; di generare, infine, l'unico "ponte" tra scuola e università oggi mancante, quello con i percorsi giuridici: si potrebbe pensare ad un Liceo delle Scienze Giuridiche, che, sulla base della formazione più affine a quella Classica, approfondisca le tematiche del diritto e delle scienze sociali e socioeconomiche, preparando alle varie Giurisprudenza, Legge, Scienze Politiche. Se, infatti, l'accesso alle scienze mediche e fisologiche può essere successivo ad un percorso Scientifico canonico, così come l'accesso alle materie economiche, a cui tra l'altro è possibile arrivare dal percorso peritale (ex Istituto Tecnico Commerciale), non esiste alcun effettivo collegamento tra un percorso universitario giuridico e la formazione liceale.

Istituti Tecnici
Per quanto in questo campo possa andare un po' meglio, anche qui l'eccessiva frammentazione e specializzazione ha colpito in maniera inesorabile. Per quanto, infatti, potesse essere prevedibile e (da un certo punto di vista) auspicabile il dettagliamento di tanti percorsi un tempo inclusi nell'Istituto Tecnico Industriale, pensare di essere arrivati a differenziare anche i percorsi peritali delle professioni economiche non era francamente pensabile.
Va detto che l'obiettivo con cui gli istituti tecnici sono stati pensati fu quello di generare un percorso minimo di preparazione per tutta una serie di figure intermedie e precedenti il livello di specializzazione accademica, permettendo di normare tutte le posizioni professionali che, in quegli anni, si stavano affermando (cosa che, nel riformare il percorso universitario nell'attuale "3+2" non è stato fatto...ma, come già detto, ne dovremmo parlare a parte). Non parliamo dei corsi professionali, quindi - dove pure una specializzazione eccessiva può essere inefficace alla preparazione e, volendo, alle stesse necessità del mercato. Parliamo di istituti di formazione di una classe di potenziali lavoratori già specializzati, non solo preparati, che non deve necessariamente riflettere la singola tipologia di lavoro: a cosa serve, dunque, un istituto di istruzione tecnica per la Moda? Quale posizione professionale realisticamente sostenibile può essere mai tagliata per un perito dei Trasporti? Quale per i periti della Comunicazione? E per quelli del Turismo?
Non mi faccio queste domande retoriche per disprezzo dei professionisti di quei rispettivi settori, o dei ragazzi che magari hanno scelto quei percorsi perchè speranzosi nelle possibilità a loro descritte, sia chiaro. Solo che si ha l'impressione, nella migliore delle ipotesi, dell'ennesima speranza del legislatore di lanciare il sasso nello stagno per fare surf: già con le lauree triennali (sì, lo so, è la terza volta che dico che merita un articolo a sè, ma il confronto continua ad essere inevitabile ogni volta!) si è sperato di generare un mercato del lavoro costruendo prima i lavoratori del mercato stesso, generando sfiducia in uno strumento che (in un modo o nell'altro) allo stato costa tenere in piedi, e che abbandona inevitabilmente una fetta di laureati ad essere schiacciati da una parte dagli specialistici/vecchio ordinamento, dall'altra dai periti/diplomati, non bastasse il precariato "semplice"...

La peggiore delle ipotesi, in generale, e non è detto che non sia possibile, è la malafede, l'aver voluto generare precariato istituzionale, di aver voluto saturare e desaturare ad hoc ogni singola nicchia di mercato, guidando le necessità a seconda delle convenienze economiche e (dunque) politiche. All'imbecillità non voglio credere, per quanto sia tentatrice: non posso pensare che davvero si sperasse di raggiungere in tal modo i risulati sperati, di voler creare posti di lavoro da una parte e generare una maggior quota di laureati...davvero, lo vedrebbe anche un bambino che in tutti i modi tentati finora, compresi quelli attuali, sarebbe davvero inconcepibile!

lunedì 17 dicembre 2018

La semina del vento

Non sarebbe nemmeno necessaria l'ovvia condanna a premessa, perché un gesto violento rimane tale in tutte le sue connotazioni civili ed etiche. Né tantomeno dovrebbe servire l'anticipazione di distinguo ed eccezioni, utili solo ad aumentare il sospetto di un doppiopesismo. Ma la notizia dell'aggressione dell'On.Mara Lapia da parte di un povero coglione contestatore non può non far sorgere qualche domanda di approfondimento: perché, diciamolo chiaro, non si tratta di usare il metro del se l'è cercato spesso usato sulle vittime di violenza in generale, né di voler alzare idealmente le spalle di fronte ad un clima per nulla tranquillo...Certo che quando il tuo partito si è impegnato negli ultimi anni a massacrare mediaticamente gli "avversari", quando i toni dello scontro verbale sono passati dall'originario Vaffanculo al fango quotidiano, se di tutto è stato fatto per creare un clima di sospetto, di odio, di rigurgito avverso all'istituzione come entità, prima ancora che come espressione di una politica giudicata contraria, di allergia violenta con l'effetto di rendere lercio tutto ciò che è politico in modo diverso, occorre, quanto meno, una riflessione sul come si è arrivati a tutto questo.


Questa è, a mio modo di vedere, l'amarezza più grande che rimarrà in questa vicenda, perché, vedrete, non ci saranno disamine di alcun tipo in tal senso, tutto si sistemerà con l'ovvia, dovuta, solidarietà del caso, e tutti si affretteranno a chiudere con condanna solenne, evitando di sporcarsi nel pantano delle riflessioni. Hai visto mai si dovesse perdere qualche altro voto.


Invece no, l'onorevole Lapia resta una donna aggredita da una esimia testa di cazzo un bruto, per il solo fatto di essere stata riconosciuta come donna delle istituzioni, magari di una parte politica avversa. Ma è la parte politica che più di tutte - insieme ai compari di governo - ha spinto per esasperare gli animi, per esacerbare un clima già frizzante a causa di crisi e problemi atavici mai arrivati a vera soluzione.


Perciò, sì, piena solidarietà e condanna incondizionata del gesto di un cretino. E condanna piena e incondizionata anche per chi continua a voler incatramare il confronto politico in un'arena gladiatoria in cui vince chi mena di più il nemico.

sabato 15 dicembre 2018

Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini (Yasmina Khadra, 2015)

In un'epoca di incertezza politica e sociale, di condanna del malaffare come nemico dell'interesse pubblico, leggere un testo come quello di Yasmina Khadra (pseudonimo femminile di Mohammed Moulessehoul) rischia di essere un colpo al cuore, per la visione di tanti (troppi) cupi riflessi che si intravedono perfettamente anche lontano da quella società.


Il ritrovamento del cadavere di una giovane donna e lo sviluppo delle relative indagini ci accompagnano per mano nello scoprire le storture e le magagne di un sistema di potere tossico e incancrenito in uno dei paesi chiave della Primavera Araba del 2010-2012, senza mai dimenticarsi di tenere nel cuore ciò che di buono l'Algeria ha saputo fare, senza mai abbandonare, quindi, l'amore per una terra che semplicemente l'autore e i suoi personaggi positivi (la commissaria Nora in primis) non abbandonano mai, pur nello sconforto dell'insostenibilità. Se i problemi più "famosi" del mondo arabo in generale sono sfumati sullo sfondo, per quanto ben presenti e pesanti, come il problema della condizione della donna, pur liberata e accedente a posizioni lavorative di una certa responsabilità, ciò che ci aggroviglia lo stomaco è la completa libertà con cui pochi comandano molti, senza nemmeno la necessità di assumersi concrete responsabilità politiche e sociali, anzi...senza metterci la faccia! Sono i rboba, agenti dell'ombra e nell'ombra, marionettisti oscuri che tirano, intoccabili, i fili di tutta la vita nazionale: decidono, dispongono, comandano, accomodano e distruggono a piacimento, senza mai comparire, veri gangli tumorali di un potere ormai in metastasi, concreti guardiani dello status quo che premia solo chi si piega, e solo per il tempo necessario all'ennesimo sfruttamento. Una situazione di cui, ormai, anche le comparse più misere, i crumiri più disposti ad allungare le labbra verso scarpe incrostate del fango del malaffare e, spesso, del sangue degli innocenti, cominciano a sentire il peso.


Sarà proprio la testardaggine di una donna, la commissaria, a voler affrontare la Bestia, nonostante tutto, a voler scoprire il circo degli orrori, una volta di più occupato a nascondere senza scrupolo alcuno le sue storture. Ma è quasi uno squillo di tromba, una chiamata al dovere che deve risvegliare le menti obnubilate di un popolo che si sente sconfitto in partenza.


Con lo scorrere delle pagine viene costantemente il sospetto di non trovarsi di fronte ad un noir qualunque, con momenti di rara bellezza letteraria valorizzati dall'ottima traduzione di Marina Di Leo e impreziositi dal tempo presente utilizzato in tutto il testo che pare scorrere inesorabile pagina dopo pagina.

sabato 1 dicembre 2018

Vado a scuola (di Pascal Plisson, 2013)

La più recente inflazione del termine buonismo, oltre a sustanziare in modo del tutto errato un atteggiamento totalmente diverso nelle forme e negli scopi, ha il grave difetto di distogliere una più accorta attenzione verso quegli atteggiamenti redentivi ormai diventati endemici nel Nord e nell'Occidente del Mondo, in quella parte del pianeta, cioè, resasi creatrice, ammaliatrice e al tempo stessa schiava di quel Capitale che invece continua a nutrirsi delle energie della parte opposta.
Concentrata a concentrare, impegnata con tutte le forze a dimenticare l'essenza transeunte dei propri beni, questa massa di benestanti (di cui facciamo parte, gioco forza) si affanna a dimenticare i mali che produce e le correlate disequità, approcciando alle problematiche come in un fantasioso mondo disneyano in cui, in fondo al tunnel, tutto è bene ciò che finisce bene.
Vado a Scuola, in tal senso, non esce affatto da questo seminato: troppo romanzato per essere un documentario, troppo vivido per essere un film, la pellicola di Pascal Plisson rende ben poca giustizia al dramma di quella parte di mondo più indifesa tra gli indifesi, andando a colorare di vana speranza il futuro di questi bambini privati del più elementare dei diritti, quello di istruirsi. In un fin troppo arzigogolato arrocco borghese, il regista si impegna a cancellare dall'orizzonte ogni causa, arrivando a ripulire frettolosamente il tutto dai più evidenti effetti collaterali nonchè dalle difficoltà ben più penose a cui, specie le femmine, sono costrette. Tutto è bene ciò che finisce bene, appunto, poco importa che il futuro di questi ragazzi gli verrà strappato ben presto dalle mani da un'ingordigia che probabilmente ancora ignorano...

Il fine ultimo, sia chiaro, è più che ammirevole, considerate anche le attività che l'omonima associazione organizza in nome del diritto allo studio, ma anche solo pensando al messaggio centrale del solo film. Ma il rischio, a mio modo di vedere (condiviso con tante iniziative similari, dedicate pur sempre allo stesso pubblico...), è quello di smussare i contorni di un problema aspro e fottutamente troppo importante per essere pensato in termini di alla fine è andata bene!
Tralasciando la presenza delle scene più evidentemente recitate, è forse solo con la crudezza di una ragazza che, in quanto tale, viene privata del diritto di studiare che si può pensare di svegliare anche gli animi più pigri, è mostrando in immagine viva il reale effetto del più alto tasso di abbandono mondiale nell'Africa subsahariana che si può dare voce alla coscienza più sopita, è dipingendo le difficoltà sociali ed economiche che ogni famiglia deve affrontare per mandare un figlio a scuola in certe zone del mondo che si possono far capire i danni di una non equa distribuzione delle risorse.

Insomma, Bambi era un pur sempre un cartone piacevole, ma non è di amore per fiorellini e farfalline che è fatta la vita di un cerbiatto...

lunedì 26 novembre 2018

La soluzione

Forse più per necessità che per altro, sono uno dei (tanti) cittadini romani abituati ad utilizzare i mezzi pubblici per i miei spostamenti all'interno della città, sfruttando anche la fortuna aver vissuto per gran parte della mia vita in una zona relativamente ben servita. Non sono tra i cantori dei disastri quotidiani del trasporto pubblico, non sempre all'altezza e non del tutto capillare come dovrebbe, certo, ma spesso dipinto in vesti demoniache per rilievi che, in una capitale con 3 milioni di abitanti e numeri impressionanti di pendolari lavoratori provenienti dall'enorme hinterland, sono purtroppo quasi del tutto inevitabili (e no, non valgono le considerazioni esterofile da chi all'estero c'è stato solo per le vacanze...). Questo non significa che i problemi più volte denunciati siano tutte favolette, anzi: soprattutto avendo abitato per un periodo abbastanza lungo in una zona più marginale e periferica, ho subito il dramma di dover rinunciare alla rete di trasporto praticamente inesistente (un'unica linea che serve cinque quartieri congestionati dal traffico nell'ora di punta), e di dover fare almeno tre trasbordi per arrivare a meno di 15 km da casa...Ultimamente, tra l'altro, ho scelto di muovermi con i mezzi anche per lavoro, riscoprendo il piacere di un viaggio relativamente più rilassato con tempi di percorrenza del tutto accettabili se non migliori di quelli in automobile, ma senza lo stress da traffico e da parcheggio.


Però...


Però c'è chi vive in un mondo tutto suo, convinto però di avere tutte le soluzioni in tasca nello stesso modo in cui il tifoso avventore del Bar Sport è convinto di saper mettere in campo una squadra professionista di qualsivoglia sport meglio di un allenatore con esperienza, un tratto abbastanza comune, tra l'altro, a tutti i suoi compari politici arrivati alla ribalta negli ultimi anni. Ma non troverete mai in queste pagine una critica aprioristica sulla poca dimestichezza ed esperienza, perché non è quella il problema, ma l'arroganza con cui, questi personaggi, sono convinti di poter far tutto per il bene di tutti sulla base del loro punto di vista, senza rendersi conto che stiamo parlando di  realtà altamente complesse.


Ma andiamo in ordine sparso...


A Roma c'è troppo traffico? Bene, facciamo pagare gli accessi alla zona centrale!
Giustissimo, lo si fa in tante città nel mondo, è un modo come un altro per disincentivare l'uso dell'auto e permettere un centro storico più a prova di pedone...già, peccato che a Roma si voglia forzare la mano su un'area che è non solo il doppio di quella di Londra (per esempio), ma che riguarda un numero di cittadini (contando i soli residenti) quasi dieci volte superiore! Certo, sarà previsto un certo numero di accessi annuo gratuito, ma comunque si dovrà pagare da un certo punto in poi...e non tutti hanno la stessa fortuna di potersi spostare solo coi mezzi pubblici.


E perché non andare in bici? La bici fa bene!
Vero, la bici fa benissimo, almeno se hai un percorso protetto dal resto del traffico, ma va beh, ci si fa l'abitudine. Il fenomeno di turno (oggi alla guida della città, perlopiù) si affretta anche a dirti che lui riesce tranquillamente a spostarsi tra più uffici nel corso della mattina senza alcun problema: certo, magari non deve timbrare un cartellino, non deve sottostare a turnazioni che magari ti fanno attaccare la mattina presto o a notte fonda, ha la comodità di potersi cambiare arrivando un po' più stropicciato dalle pedalate, ha quegli uffici in un'area relativamente centrale e ristretta e non deve arrivare fuori città costretto a percorrere, magari, qualche tratto di consolare in mezzo alle macchine con il limite a 110 km/h...ma vabbè! Se lui può, perché noi no?


Ma comunque i motorini saranno esentati da ecopass e ZTL: usate quelli, no?
Come dire di no? Come non averci pensato prima, in effetti? L'impiegato medio, magari monoreddito, con un auto familiare inevitabile con bambini piccoli, anche solo ad utilizzarla per le gitarelle di fine settimana e le vacanze, potrebbe vendere l'auto e farsi un bel motorino! Eh, caspita...poi la macchina la noleggia se deve andare in vacanza, no? Sì, beh, costa un po'...ma ci sono tante convenzioni...beh, non proprio, ma vabbè! Almeno non paghi la ZTL, dannato pidocchioso! Magari quella casa che ti sei dovuto sudare o che hai avuto la fortuna di ereditare in una zona centrale, la potevi vendere e andartene affanculo in periferia, no?


Ma no, non basta...sai che c'è...noi 'sto centro lo vogliamo vuoto: solo turisti e negozi, di quelli belli coi colossei di plastica in serie e le magliette coi centurioni! Quindi pagatevi pure le strisce blu, bastardi pulciari. Anzi, sai quando ve le facciamo pagare le strisce blu? Nei giorni feriali, dalle 10 alle 18! Certo, anche per i più meritevoli che la macchina la lasciano a casa in quei giorni saranno problemi...ma, oh, i fenomeni in questione hanno detto che nelle vie limitrofe si continuerà a non pagare: se voi siete al lavoro durante quelle fasce mica è colpa loro! Al massimo la spostate prima...e poi, che ve la siete comprati a fare la macchina se poi non la usate?


Ciò che preoccupa, tornando seri e a bomba, non è nemmeno l'incompetenza più o meno manifesta, né la poca esperienza, quanto l'arroganza con cui, molto spesso, certi personaggi tendono ad approcciarsi con chi osa manifestare anche la minima perplessità di fronte alle loro ricette raffazzonate, nonché la nutrita claque di tifosi per i quali va bene tutto e che arrivano anche (loro!) a denunciare la polemicità degli avversari...


E davvero vi stupite dell'allergia alla stampa?

giovedì 15 novembre 2018

Lamenti diffusi

Credo di aver piuttosto esaurientemente spiegato le mie posizioni sulle tendenze medie generali del popolo italiano in termini di scelte politiche - intese ad ampio spettro come decisioni di cittadinanza più o meno attiva, non solo come pretto mezzo elettorale -, di educazioni civica e sociale e di volontà, prima ancora che di capacità, di saper leggere la situazione del proprio contesto (storico, civile, economico, sociale, politico, ecc.). Per quanto funzionale ad una certa ironia, in discussione non sono i programmi TV o le riviste preferite dalla media, non è la capacità di saper parlare correttamente nella lingua madre a preoccuparmi nello specifico, né tantomeno la vaga allergia a tutto ciò che di davvero culturale possa aver sembianza, ma sono le cause di tutto questo a preoccuparmi, perché le stesse posso produrre mostri ben più gravi di un congiuntivo sbagliato.
Sono le stesse cause - ataviche e molto ben radicate nel carattere italico a mio modo di vedere - a generare ultimamente, in controtendenza rispetto al peso sempre più marcato dato alla specificità delle proprie esigenze anche a discapito della collettività, un certo appiattimento verso quelle posizioni comuni che siano di natura più maggioritaria possibile, un po' come quei ragazzini che per sentirsi anticonformisti scelgono di vestire una divisa da ribelle che altre centinaia di migliaia di ragazzini come loro indossano, con scelte, pensieri e azione assolutamente comuni e condivise da una massa: in fondo fa ben più comodo affidarsi alla bambagia uterina di un pensiero diffuso, piuttosto che arrischiarsi a mettere la testa fuori sotto il diluvio, meglio lasciarsi che guidi la corrente, anziché tentare di capire risalendola. È in fondo lo stesso riflesso che, da sempre, fa alternativamente optare per le posizioni politiche più forti nei periodi maggiormente critici, un modo come un altro per delegare la responsabilità civiche e relegarle al solo esercizio di diritti democratici.
In più, tutto questo diventa facile pretesto per quel preficante piagnisteo che si accende al solo varcare un esercizio pubblico, o comunque gestito da enti o istituzioni direttamente coinvolte con la gestione della cosa pubblica, per quanto sicuramente non privi di difettacci incancreniti dal tempo e dalla mala gestione: non c'è mai spazio per la riflessione oggettiva, per la valutazione sincera delle storture pretenziose dell'utenza media (vedi anche Servizio alla Clientela, in parte), c'è solo da provare a gridare più forte, insieme agli altri ovviamente, e cercare di prendere per stanchezza la controparte.

In questo gioco diventa quasi scontato che qualcuno provi ad approfittarne gettando il tutto in mani private, che certamente vorranno una contropartita redditizia per venire incontro al cliente. E ciò che è più grottesco è che al cliente starà bene, nella stessa misura in cui si è disposti a pagare quei pochi spiccioli al mese in più per avere un servizio senza cui avremmo potuto vivere tranquillamente o che avremmo potuto avere gratis, soffrendo un pizzico di paturnia in più nel godercelo.

Quasi verrebbe da parafrasare il Moretti, urlando quanto ci meriteremmo i perfetti ospedali da ER coperti dalle assicurazioni sanitarie americane...o magari la perfetta capillarità del trasporto pubblico londinese agli stessi prezzi di Londra...oppure la brillante organizzazione dei servizi scandinavi comprensivi della stessa tassazione e della stessa capacità di risolvere gli intoppi estemporanei...

venerdì 9 novembre 2018

Vendesi trasporto pubblico?

Domenica 11 novembre i cittadini romani saranno chiamati a votare per esprimere il proprio parere (in modo consultivo) sulla liberalizzazione del servizio di trasporto pubblico della Capitale.
Nello specifico due quesiti chiederanno a tutti se: 1) è il caso di affidare il trasporto, oggi in mano alla disastrata ATAC (totalmente partecipata dal Comune), al vincitore di un bando di concorso indetto ad hoc, 2) se sia opportuno integrare l'offerta di trasporto pubblico con altre iniziative di trasporto collettivo. In buona sostanza, secondo quanto previsto dal testo del quesito referendario, il Comune svolgerebbe la funzione (oltre che di controllo e di salvaguardia dell'interesse pubblico, in qualità di stazione appaltante) di pianificazione del trasporto mentre chi si aggiudicherà il servizio fornirà la parte più materiale, il trasporto stesso, sulla base di quanto indicato e pianificato dal Comune.

Tralasciando per un attimo ogni considerazione, va intanto considerato come il cittadino medio leggerà i quesiti, ovvero in una specie di petizione pro o contro ATAC, nemico evanescentemente generico di ogni invettiva scaturita da ritardi e disservizi nel quotidiano muoversi per la città...il che, fermi restando quorum e natura consultiva dei quesiti, significherà quasi di certo una vittoria plebiscitaria del Sì.
Addentrandoci meglio nel merito, mi risulta particolarmente difficile comprendere le ragioni per le quali chi, oggi, ha sostanzialmente permesso che una controllata comunale finisse nelle condizioni in cui è finita, chi ha permesso una gestione finanziaria disastrosa, chi ha - secondo la logica comune di cui sopra - lasciato che quei disservizi e quei ritardi potessero divenire normalità, possa in futuro essere in grado di controllare in modo adeguato il comportamento di un privato appaltatore...
Tanto per capirci meglio, il punto non è mettere il servizio in mano a qualcuno che sappia fare meglio (e bisogna vedere a che prezzo, per il cittadino...), ma farlo funzionare meglio. Banale? Ovvio? Lapalissiano? Può darsi, ma è esattamente il problema di fondo.

Spero solo che dietro l'altare del Dio dell'Efficienza, a cui tanti vogliono votarsi quando si parla di girare con i mezzi pubblici per una città troppo grande e troppo indolente per funzionare bene (magari lamentandosi senza però avere un biglietto timbrato in tasca), non si nasconda la solita manfrina del "privato è meglio".
Certo, il fatto stesso che la signora sindaca sia dichiaratamente per il No potrebbe essere una chiave di volta per spostare consensi, o una chiave di lettura per leggere i suoi, di consensi.

Da parte mia spero solo di non sapere per strada i tanti lavoratori, innocenti oggetto di insulti quotidiani per colpe di altri. Come sempre accade, d'altronde.

Buon voto

mercoledì 10 ottobre 2018

Lavori in corso

Un'idea che mi frulla in testa dall'estate, e che in effetti sto "covando da allora", mi rende necessario avvertirvi del pericolo che state per correre nel leggere (ancora...) queste mie non richieste opinioni sul tutto...scrivere un libro, e pubblicarlo qui per capitoli, forse la cosa più simile alla vendita a trance del mercato del pesce che all'iniziale idea di un moderno romanzo d'appendice!

Se avete la smania di appiccicare etichette su ogni cosa che vi capita sotto mano, vi dico che si tratterà di base di un noir tendente al giallo...un poliziesco, in effetti. Ma ridurre il progetto che ho in mente a solo questo mi fa passare la voglia anche di aprire word e iniziare a scrivere!
Diciamolo meglio: partirò da quella base, da quel genere riconoscibile, quindi un misto di indagini e azione sul campo, per arrivare ad altro, ad esprimere concetti e pensieri, a far vivere qualcuno che, in modo diverso e meno pigro del mio, porti avanti la sua battaglia per una società migliore.

Spero davvero di riuscire a produrre tutto senza disperdere energie e tempo, ma ho intenzione di fare le cose per bene, effettuando il necessario lavoro di ricerca che mi richiederà tempo.

Perdonate il disservizio.

lunedì 24 settembre 2018

Servizio alla clientela

Viviamo da quella parte del mondo che un tempo qualcuno definì "libero", in contrapposizione a quel blocco di paesi che liberi non apparivano agli occhi occidentali. Una contrapposizione che, allora, nasceva dal sostanziale e pieno godimento dei diritti fondamentali di una parte (la nostra), rispetto allo stato repressivo dell'altra, quanto meno per ciò che concerneva le libertà politiche e di espressione.
Uno stato di libertà di fatto in cui, come è comprensibile, il sistema economico capitalistico e le sue derive sociali hanno fatto la parte del leone, entrando prima, mescolandosi poi, tra i principali elementi di costruzione delle politiche nazionali, diventando quindi l'elemento principe, se si pensa che, ad oggi, le manovre economiche e le leggi di bilancio sono gli atti più importanti e discriminanti di ogni esecutivo democratico. Sistema, quello capitalistico, che non è affatto gratis come viene pubblicizzato, se è vero (come lo è) che tende a centrifugare risorse e di conseguenza capitali nelle mani di pochissimi a danno di moltissimi, i quali dipenderanno sempre più dalla buona salute di quei pochissimi, salute che vengono spinti a curare (o, almeno, a non cagionare) mediante "sacrifici necessari", così di moda durante le periodiche ed inevitabilmente prevedibili crisi.
In un quadro così evidente (e così ancora poco chiaro a tanti), si è trasformato anche tutto il mondo dei servizi al cittadino, diventando pari ad un customer care in cui il cittadino, coi suoi diritti e le sue necessità, diviene un cliente al pari dell'avventore di un megastore. Il che non sarebbe nemmeno un problema, se funzionasse sempre (sebbene la convinzione che le pratiche private siano migliori a prescindere sia abbastanza ridicola). Il problema è quando questa tendenza trasforma il cittadino stesso...

Già, perchè la commistione dell'essere cittadino ed essere consumatore genera mostri democratici, specie quando questi vengono costantemente ed artatamente evocati dalle ultime reincarnazioni del genere populista.
Quel che preoccupa, per i danni specifici che può comportare al tessuto socio-politico ed alla tenuta dei patti democratici stessi tra cittadini ed istituzioni, è la mescola instabile tra diritti civili e diritti del consumatore: il cliente ha sempre ragione, e il cittadino, sentendosi finanziatore di servizi prima ancora che ovvio fruitore, si pone nella posizione pago-pretendo dalla quale confonde tutto e pretende prestazioni su livelli di cui non immagina la complessità organizzativa, o di cui non intuisce le difficoltà legali.
Il cittadino-consumatore pretende di poter spiegare alle presidi delle scuole frequentate dai figli come si gestisce una scuola, come si redigono orari e come si assegnano le classi, pretende di spiegare allo sportellista di un servizio anagrafico come velocizzare le pratiche per produrre le carte d'identità, all'autista dell'autobus come fornire un buon servizio di trasporto adatto alle esigenze di tutti...come se fossero tutti dei commessi di ipermercato, messi dietro ad uno sportello reclami per ricevere i suggerimenti e le contestazioni dei clienti.

Da lì a pretendere di capirne sui vaccini più di un medico, di saper navigare tra le leggi meglio di un avvocato o di saper gestire i propri oneri fiscali meglio di un commercialista, o, molto più banalmente, di arrivare a pensare che il solo fatto di pagare le tasse significhi partecipare ad una specie di cooperativa che elargisce stipendi a chiunque sia dipendente pubblico, da cui quindi pretendere una qualche forma di obbedienza padronale, è davvero un attimo.
Arriva da lì tutta la retorica del "politico dipendente", i cui aedi sono ora al governo, ma di cui tanti clienti sembrano non essersi accorti...

martedì 11 settembre 2018

Turno relativo


Non è una novità recente, né un'idea dell'attuale governo (come tante altre idee buttate sul tavolo in questi mesi...), quella di rivedere le politiche riguardanti la liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali.
Dopo le modifiche del governo Monti nel 2011, infatti, le aperture festive sono divenute normalità, così come, man mano, lo stanno diventando le estensioni degli orari di apertura fino a tarda serata se non H24.
Al netto di posizioni timidamente critiche e francamente non proponibili ("a chi serve dover comprare il latte alle 3 di notte?", per dirne una, non si avvicina nemmeno lontanamente alle reali problematiche in discussione, non aggiunge nulla alla stessa e finisce per ignorare in modo banalmente qualunquista ogni potenziale pro), e tralasciando le interpretazioni sulle ricadute socio-psicologiche (società del turboconsumo, frenesie da servizio permanente, ecc..), così come escludendo ogni possibile ripercussione occupazionale, si tratta di un'iniziativa che ho piacevolmente scoperto essere utile e comoda, da lavoratore dipendente costretto a sua volta da turnazioni che non sempre mi permettono di poter pianificare commissioni e acquisti necessari, quando non semplicemente di potermi dedicare ad una giornata di svago...In sostanza: sì, faccio la spesa anche la domenica, anche quando avrei potuta farla il venerdì sera. Semplicemente perché trovo meno gente o perché mi sono dimenticato quell'ingrediente, o perché proprio non mi andava. Ho la possibilità di scegliere una maggior comodità, incastrabile con i miei orari di lavoro, e la sfrutto.
Quindi?
Quindi il problema non riguarda sfere più o meno emotive e sociali, non riguarda l'organizzazione famigliare di un lavoratore su turni, non è legato alla deriva materialistica e consumistica della società capitalistica moderna...
...il problema è il trattamento lavorativo di chi, in quei negozi, deve starci la domenica. Gli straordinari e le maggiorazioni non pagate, il personale che è lo stesso di quando si faceva lunedì-venerdì, il perenne ricatto di un contratto che non verrà rinnovato se non si accetta di sottostare alla quinta domenica di seguito in regime di straordinario, l'impossibilità di effettuare cambi turno con colleghi più scarichi "perché sì".

Invece, ancor più di ieri, sembra che il Paese non sappia riuscire a coniugare due esigenze insieme, o bianco o nero, o tutto aperto o tutto chiuso: perché non basta buttare lì un proclama nazionalpopolare di sicura presa su tanta gente per fare una politica di successo, serve saper fare sintesi, nel pieno rispetto di diritti già acquisiti che vanno pretesi e fatti rispettare severamente.

In breve: vorrei poter andare a comprare il parmigiano domenica, alle 2 di notte, sapendo però che la cassiera sta lavorando su turni emessi in tempo utile, in rotazione umana con i colleghi, percependo tutte le maggiorazioni necessarie per un lavoro del genere, avendo la possibilità di continuare a lavorare anche quando, per necessità famigliari, non potrà proprio coprire quei due weekend al mese.

Chiedo troppo?

sabato 8 settembre 2018

I fantasmi

Il mutamento dello scenario politico generale e, nello specifico, italiano ha conosciuto indubitabilmente una violenta accelerazione negli ultimi dieci anni, abbandonando man mano alcuni vecchi schemi di riconoscimento che per oltre cinquant'anni l'hanno caratterizzato: che, oggi, ci siano oggettive difficoltà a determinare schemi e confini di ciò che fino a ieri definivamo destra e sinistra è solo una parte della questione, che ormai tende a travalicare i confini della "politica reale", per insidiare le fondamenta stesse di tutti i modelli teoretici degli apparati ideologici Novecenteschi. In sintesi, chi oggi riuscirebbe a definirsi comunista, socialista, anarchico, liberista, liberale, radicale...o perfino nazista e fascista, senza esercitare almeno un (pur, magari, malcelato o doloroso) distinguo? Parlo di qualcosa che va oltre la supposta post-ideologia che domina il moderno palcoscenico politico, quindi non del superamento della schematizzazione del pensiero ma di un suo rinnovo, una sua rinnovata mescola che, nel tempo, ha ammorbidito alcuni aspetti e indurito altri, erodendo abbastanza a fondo tutti quei castelletti da renderli a tratti irriconoscibili e, in certi casi, incomprensibili a quello che poteva essere il suo elettorato tipo.
Nel nostro Paese in particolare alcune vicende della storia hanno reso a tale processo - come a tanti altri - un'aria farsersca e del tutto sui generis da riuscire a complicare ancora di più ogni tentativo di spiegazione. Già nell'immediato ultimo Dopoguerra, infatti, la pacificazione dell'ex paese fascista sconfitto, e diviso profondamente nel suo tessuto civile, ha generato mostri le cui ombre oscure si sono proiettate (e si proiettano) fino ai giorni nostri: la necessità di rimuovere le colpe, di rigenerare un senso di unità nazionale non già a livello istituzionale, ma civile, ha portato dapprima al mescolamento delle carte, per poi arrivare ad un vero e proprio tentativo di ribaltare la realtà e di dimenticare ogni effettiva contestualizzazione dei fatti avvenuti, in particolar modo, tra il 1943 e gli anni successivi. Abbiamo quindi conosciuto, in epoca più recente, la riabilitazione di personaggi e movimenti "scomodi", all'evidenziazione martellante dei fatti di sangue più criminosi commessi dai vincitori, anche quando connazionali resistenti, fino alla rievocazione di pericoli inesistenti legati alla stessa persistenza di ideologie scomode.
Proprio questi fantasmi sono diventati protagonisti onnipresenti della scena politica, dai "comunisti" visti ovunque dal Berlusconi, fino alle accuse di "fascismo" con cui molti dei movimenti populisti odierni vengono etichettati. E da qui, oggi, si è ripartiti: la polarizzazione del consenso attorno a questi ultimi movimenti, infatti, sta generando nuovi fantasmi che, però, sono perfettamente in vita ed hanno una logica e perfettamente comprensibile ragione d'essere, vale a dire gli antifascisti.
Sta, infatti, divenendo una pratica consuetudinaria quella di trattare da pazzi stramboidi coloro che vanno a leggere la situazione attuale in una chiave che, forzosamente, vuole esser fatta passare per anacronistica: la differenza tra il Berlusconi che vedeva i "comunisti" accanirsi contro di lui e gli antifa che sentono odore di fascismo, sta nel senso delle cose. Il primo, infatti, coglieva l'opportunità per distogliere l'attenzione dai propri guai politici riversando colpe su mandanti immaginari, appartenenti ad ideologie che, in quello specifico momento storico, sembravano divenute invise ai più. I secondi - pure, talvolta, sfociando effettivamente in una sorta di fobia ossessiva dai contorni grotteschi - sanno semplicemente che, stanti i mutamenti di pelle fisiologici e di convenienza, il fascismo non è affatto morto, e che l'Italia è rimasta, in buona sostanza, un paese fascista (era lo stesso Mussolini, d'altronde, ad affermare che la sua opera si era limitata a "tirare fuori il fascismo dagli italiani"...).
Non parliamo quindi, in questo caso, della visione di fantasmi morti e sepolti, della paura di creature ormai mitologicamente inoffensive, ma di un pericolo realistico che, a tutti gli effetti, i populismi attuali stanno riportando in auge: non dobbiamo, infatti, pensare al fascismo come al movimento nato negli anni Venti, quanto all'atteggiamento di chi, assumendo atteggiamenti in vario modo aggressivi, perpetuano attacchi di diverso genere alla tenuta (pur labile e fallace, in molti aspetti) del tessuto democratico dei moderni stati. Quello di chi, sulla base di un vincolo di mandato costituzionalmente inefficace, assume posizioni menefreghiste o, peggio, soverchianti nei confronti di tutti gli altri poteri dello stato, incoronando il proprio operato a dispetto di ogni regolamento. Quello interessato ad un'emanazione esclusiva dei diritti, ad una ridistribuzione vincolata, all'accentramento incondizionato di ogni potere decisionale, anche quando non coerente con il mandato stesso.
Non è quindi solo una questione di odio ideologico.

Rimanete svegli.

lunedì 27 agosto 2018

La paura

Ben pochi ancora credono (qualcuno forse ci spera...) che l'atteggiamento provocatorio ed estremo assunto dall'attuale governo, soprattutto nella persona del Ministro dell'Interno, sia una precisa linea politica, quando ogni singola evidenza giorno dopo giorno suggeriscano una ben più cristallina strategia elettorale. Certamente politica anche quella, nessuno lo nega, ma è un problema molto diverso da affrontare, quanto meno nei metodi.
Come avevamo scritto in un post sulla nostra pagina Facebook, tutto sembra suggerire il chiaro intento di catalizzare sempre più consenso, arrivando financo alla rottura con gli attuali alleati, una sorta di all in avendo già carte più che giocabili in mano, con l'intento di raccattare voti qua e là e compattare un fronte sovranista che possa aumentare il peso specifico della fronda attuale (che, ricordiamolo, rappresenta il 17% degli elettori)

Nell'ordine:
  1. Campagna pre-elettorale (così la distinguiamo da quella ancora in corso...) fondata su slogan vuoti da un punto di vista effettivo, ma con tantissima presa sull'elettorato medio (Prima gli italiani!), arrivati insieme alle ondate di indottrinamento e false notizie su supposte "invasioni" migratorie della Nazione...Non importa che statistiche emesse da organi ufficiali (Viminale in testa) dimostrino tutt'altro: l'azione martellante, specie sui Social, ha convinto una gran parte di quell'elettorato che c'è un problema, che sta diventando gravissimo e che bisogna agire in tal senso, anche con azioni di forza al di fuori delle leggi e dei regolamenti internazionali;
  2. Pur con un bacino di preferenze esiguo, nel frammentato scenario post-elettorale, ci si presenta come disponibili ad un accordo di massima per dare al Paese un governo: anche qui, poco importano le cornate precedentemente date e prese con il nuovo alleato, poco importa la sostanziale incompatibilità di molte delle posizioni dell'una e dell'altra parte, per quell'elettorato ciò che conta è l'interesse degli italiani...
  3. Si apre fin da subito una mezza crisi istituzionale pretendendo senza alcun motivo pratico la nomina di un ministro controverso: altra carta per dimostrare che c'è tutto un sistema per ostacolare il lavoro dei giusti, per impedire che si pensi ai reali bisogni del Paese, o meglio a quelli che sono stati buttati in pasto all'elettorato medio come inderogabili...
  4. Azione di governo completamente vuota nei primi due mesi di lavoro, in modo più che stridente con le dichiarazioni d'intento iniziali. Ma non importa: basta un mezzo vertice fallimentare a livello europeo, dove si prendono un sacco di bastonate portando a casa il nulla cosmico ma facendo credere di aver vinto, puntando i piedi...
  5. Azioni di forza più o meno plateali, il più vicino possibile al punto di rottura: porti chiusi alle ONG, ma solo quel che basta a far sentire i primi slogan...fino alla Diciotti di qualche giorno fa: un mezzo dello Stato, chiamato ad intervenire e successivamente bloccato al porto con 170 anime a bordo. Mobilitazioni, scontri istituzionali, urla e strepiti sui social...resa finale, fatta passare come vittoria e indagine della magistratura (dovuta) fatta passare per attacco alla volontà del popolo...Forzatura sudola in chiave win-win: se l'Europa si fosse mossa ad accogliere quei migranti "abbiamo avuto ragione a calcare la mano: adesso l'Europa ci ascolta"; se non l'avesse fatto (come è avvenuto) "come vi avevamo detto, all'Europa non interessa nulla!"...
Ciò che più stupisce è il punto che la principale forza di opposizione non ha saputo mettere a segno, anche a partire dalla sua base, che comincia a chiedersi se davvero l'azione della magistratura sia stata tempestiva per gli scopi politici: praticamente il rovescio della medaglia di chi, dalla parte opposta, pensa che una forza politica al governo, in quanto votata, sia legittimata a fare tutto.
Continueremo a vedere questo tira e molla elettorale fino alla rottura, che porterà inevitabilmente al plebiscito di quella forza politica oggi così attiva, se non si porrà rimedio per via politica.
Chi, oggi, è in grado di farlo?

giovedì 2 agosto 2018

Intolleranza selettiva e ipocrisia attiva

Una delle tradizioni più bieche dell'ormai incancrenito becerume medio italico è la proiezione speculare delle proprie "colpe" sull'altro, specie se straniero, ancor più se povero, soprattutto se appartenente ad etnie tipicamente problematiche (ai suoi occhi e a quelli della sua maggioranza rumorosa) in termini di inserimento sociale: una riflessione che nasce dall'osservazione della realtà, e che non vuole quindi avere nessun tipo di fondamento statistico, per quanto evidente possa sembrare (ammissione di onestà intellettuale sufficiente, immagino, a non esser mai destinata alla reciprocità da parte di chi asserisce che "la maggior parte dei rumeni beve e ruba"...ma tant'è).
Giusto ieri sera, alla cassa di un supermercato, un'esuberante signora di mezza età discuteva con volumi sopranili di quanto utile sia l'iniziativa di mettere controllori fissi a bordo degli autobus per far pagare a tutti il biglietto. Beh, non proprio a tutti...ai negri, ovviamente. E agli zingari, che poi fanno finta di non capire la lingua quando li beccano, signora mia!


Ora, io non amo particolarmente discutere in pubblico - soprattutto per evitarmi inutili partite a scacchi con colombacei di varia foggia, come ci insegna la saggezza popolare più recente...- ma l'attacco a priori ad una specifica categoria, ignorando il malcostume di innumerevoli romani e turisti italicissimi di non pagare il biglietto, proprio non riesco a farmelo passare sopra la testa come l'ennesima vaccata a voce alta di un degno rappresentante de' Laggente®...ho quindi retoricamente rivolto alla signora, e alla sua annuente udienza, la domanda delle domande: sarà che queste iniziative vengono messe più per i quasi 3 milioni di residenti italiani che per i 300 mila stranieri?
La signora si volta verso di me con uno scatto del collo degno del più crudele velociraptor. Mi scruta dubbiosa. Poi risponde, sicura: Ah beh, se è per quello manco io lo pago er bijetto...ce mancherebbe pure! Li pago 'n'euro e mezzo pe' salì su quell'auti che cascheno a pezzi? 'Nsia mai...(traduco: "Se è per quello nemmeno io mi sento in dovere di pagare un titolo di viaggio secondo la tariffazione corrente, ci mancherebbe altro! Dovrei pagare la bellezza di un euro e cinquanta centesimi per viaggiare su mezzi dalla dubbia tenuta? Iddio ce ne scampi e liberi...").


Ecco il punto: io non pago, accampando scuse di vario tipo per giustificarmi e pulirmi la coscienza sociale, ma non faccio certo parte del problema; il problema è sicuramente il nigeriano, che puzza, ha una faccia poco raccomandabile, spaccia, stupra e non paga il biglietto dell'autobus...
E questo ragionamento vale praticamente per tutto ciò che richiede l'applicazione di un'educazione civica o più semplicemente del rispetto delle regole in vigore: i bangladini dei banchi guidano furgoni mezzi scassati che nessuno controlla, e magari inquinano tantissimo...poi però pago l'amico dell'amico per farmi fare la revisione "a distanza", così non mi rompo le palle a fare i dovuti controlli; i politici rubano e raccomandano gli amici per farli sistemare...poi cerco la via più breve per farmi annullare quella multa che ho preso sulla statale, che poi lì non ci passa mai nessuno, che pericolo sarebbe andare a 70 km/h sopra il limite...; i vucumprà non pagano le tasse sulla merce che vendono...ma fammi sentire il mio commercialista se riesco a trovare quell'escamotage per inculare il fisco pure quest'anno!


E così via dicendo, di amenità in amenità, di intolleranza selettiva in intolleranza selettiva, con quel bel misto di benaltrismo e acrobazia civica che tanto ci piace praticare.


Un signore passato alle cronache, qualche altro fa, e che molti supporter ha ancora in giro per il mondo, chiedeva ai suoi di non stare troppo a pensare alle macchioline sui vestiti altrui se si va in giro con la camicia completamente impataccata...poi il suo fan club è svaccato abbastanza da celebrare il suo messaggio d'amore e misericordia prima di prendere a sputi la zingarella che chiede l'elemosina fuori dai loro luoghi di ritrovo...


Sarà una mia fissa, ma continuo a pensare che della brava gente, gli italiani abbiano ormai ben poco...

giovedì 19 luglio 2018

Trasporto capitale

Che la situazione di viabilità e trasporti nella Capitale d'Italia siano allo stremo è cosa risaputa da
chiunque legga, anche di tanto in tanto, i commenti e le notizie provenienti da più parti: quel che accade oggi a Roma, è bene dirlo, non può essere del tutto attribuito all'amministrazione pentastellata ad oggi in Campidoglio, perché di colpe ed errori se ne possono trovare tantissimi, sia guardando alle istituzioni sia guardando all'atteggiamento di gran parte dei cittadini romani.
Ma solo loro, i cittadini romani, sono in grado di spiegare cosa può significare cercare di muoversi nella loro città utilizzando esclusivamente il mezzo pubblico, specie nelle zone più periferiche o nelle tratte ad esse collegate: fanno sorridere, infatti, le sortite (ammiccanti all'ambientalismo in modo nemmeno troppo dissimulato) di presidenti di commissione particolarmente fantasiosi nella loro denuncia della "scarsa voglia" dei cittadini di muoversi in bicicletta o con i mezzi pubblici; soprattutto fanno sbellicare quando l'obiettivo è quello di dimostrare che si può fare,  postando sui social i propri record personali in bicicletta nel centro di Roma tra diverse sedi di lavoro.
Peccato che non tutti hanno la fortuna di non dover timbrare un cartellino (quindi di non avere tempi contingentati) o di avere la sede di lavoro non troppo distante da casa...per carità, qualcuno ci prova e ci riesce persino, ma la massa (numerosa) di cittadini che dalle zone più centrali si sposta a decine di km di distanza, magari con orari di inizio turno prossimi all'alba o di fine turno in tarda nottata, difficilmente può essere biasimabile se rifiutasse di mettersi a pedalare per poi aspettare mezzi che, nella migliore delle ipotesi (cioè quando passano, non prendono fuoco o fanno corse limitate per "ragioni tecniche"), rischiano di essere affollatissimi, e quindi incompatibili con l'imbarco di una bici...


Ma non è questo il punto di questo post. O meglio, è solo un doveroso cappello, un prologo che serve per presentare la fantastica proposta di estendere anche alla Capitale la costituzione di un'area con pedaggio all'accesso che dovranno pagare anche i residenti, una volta terminati i ticket "bonus" a disposizione (dalle ultime proposte 150 ticket). Bonus che, inevitabilmente, per chiunque dovrà recarsi al lavoro magari fuori dal territorio comunale, o in un'area mal servita dai mezzi pubblici - come ce ne sono ancora tantissime - finirà molto presto...


Diciamo che l'idea di disincentivare l'uso dell'auto, prescindendo da tutto, è un'idea eccellente. Ma diciamo pure che prescindere non si può, e che dobbiamo fare i conti con molti aspetti:


1) Perché penalizzare i residenti? Si potrebbe comprendere il sistema dei bonus, al limite, anche per i lavoratori nel territorio coperto dal pedaggio, ma sul perché i residenti debbano pagare per tornare a casa, quando magari gli stessi potranno liberamente spostarsi in macchina senza pagare una volta dentro l'area, è un mistero...paradossalmente, un lavoratore costretto a farsi più di 80 km al giorno, tra andata e ritorno, per andare a lavorare arriverà a pagare (dai conti fatti sul Corsera) circa 360 euro l'anno, se le cifre saranno confermate, mentre qualche "privilegiato" (si fa per provocare...) potrà portare i propri figli alla scuola distante 500 m da casa e fare la spesa al supermercato a 700 m, tranquillamente spostandosi sul SUV turbodiesel, senza pagare un centesimo...


2) Perché l'Anello Ferroviario? Parliamo di un'area di ben 32 kmq, in cui abitano e lavorano più di un milione (1 000 000) di persone...a Milano sono 8 kmq e 80mila abitanti...a Londra 19 kmq e 130mila residenti...ci sarà qualche differenza?


3) E veniamo al punto dolente: nello spirito dell'iniziativa, oltre al suddetto disincentivo dell'auto, al decongestionamento dell'area centrale (e turisticamente più appetibile, chiaro) della Capitale, c'è l'incasso di una somma da destinare al potenziamento dei mezzi pubblici...ma un'iniziativa del genere non può partire senza aver già potenziato gli stessi! Senza contare lo stato finanziario pietoso in cui versa l'ATAC, che certo non potrà beneficiare dei quattro spicci raccolti, sulle spalle ovviamente dei cittadini Romani...


Forse è il caso di pensarci meglio...

mercoledì 11 luglio 2018

La fabbrica del consenso (questione di preposizioni articolate)

Parlare di populismi è diventato un argomento sufficientemente scivoloso nell'epoca dei "serve and volley" dialettici di stampo sociale. Una viscosità fastidiosa per chi bada bene al senso delle parole, per quanto nuove e artatamente costruite nell'ambito della narrazione giornalistica, e magari si sente rispondere che essere (appunto) populista dovrebbe essere un vanto, perché significa "lavorare per il popolo", fare in modo che ogni decisione sia presa nel suo interesse, dandone addirittura un'accezione partecipativa che nei fatti non ha.


Parliamo di una questione di preposizioni articolate corrette, fondamentalmente, perché parliamo di una serie di politiche che non sono PER IL popolo...ma DAL popolo, CON IL popolo...
Cerco di spiegarmi meglio: un'iniziativa di governo che vada a fondo sul problema della più equa ridistribuzione del reddito è per il popolo, mentre un decreto legge tirato fuori in fretta e furia per mettere la spunta su una voce "promessa" in campagna elettorale, senza avere presupposti ottimistici di risolvere l'oggetto del contendere, è dal popolo, fatto cioè per fornire perlopiù un placebo che dia l'apparenza di un lavorio, se non uno strumento simil elettorale adatto alla raccolta voti; una proposta di legge sulla concessione di diritti umanamente indispensabili e non più derogabili ad una minoranza (sociale, etnica, sessuale, religiosa...) è un atto per il popolo, mentre un'iniziativa unilaterale volta ad accontentare la pancia dei cittadini, impedendo ad esempio l'approdo a mezzi impegnati nella ricerca e nel soccorso di popolazione migrante è un atto emesso con la pancia del popolino, messo in piedi ad hoc per sfamare bassi istinti che magari si è contribuito ad alimentare...


La differenza è netta, ma è il fine che è più preoccupante, quando nel mare di comportamenti da bar ai livelli istituzionali più alti si fanno passare leggi con interessi terzi.


Vedremo...

mercoledì 4 luglio 2018

Il rock è in terapia intensiva

La scena musicale internazionale è quel che è, diciamocelo forte e chiaro. Non che manchino buone idee e talenti da coltivare, ma la mancanza di contenuti qualitativamente all'altezza della decenza, almeno per confronto con le generazioni passate, è avvilente a sufficienza.
Lo è soprattutto per chi, nella musica, ricerca non solo facili emozioni ma anche un certo gusto, una certa tecnica e, in senso molto generale, una bellezza di fondo che sia, se non oggettiva, almeno ampiamente condivisa. Ecco, il problema è in quell'ampiezza...


Come per molti altri temi toccati in questo blog, appare evidente che la media non gode della mia stima, soprattutto quando viene calcolata su denominatori in costante espansione. Non voglio dire che la fruizione di massa sia un problema di per se stesso, quanto che la necessità di un'educazione all'ascolto sia fondativa e non complementare, come oggi sembra essere: favorire la facilità di ascolto, puntare sull'entry level a tutti i costi, tra l'altro per il semplice fatto di aumentare le vendite, non fa altro che appiattire tutto l'orizzonte ad un'unica linea produttiva.


Ma se Vico aveva un po' di ragione, l'avrà sicuramente anche in termini di storia musicale: la lirica ha sostituito - nei gusti di "massa" - la sinfonica pura, la musica leggera ha soppiantato la lirica, poi sono stati il blues e il jazz, quindi il rock, il punk e di seguito il pop...tutto è nato in oggettiva reazione all'incancrenirsi dei movimenti precedenti, al loro dissolversi o al loro rendersi così rigidi da spezzarsi alla prova dei "nuovi ascolti", mentre pian piano il mondo rendeva a disposizione gli strumenti per diffondere l'arte musicale ovunque si potesse.
Mai, però, c'è stato uno stacco netto, e non sarebbe potuto essere differentemente. Fermiamoci proprio al nostro paziente, il rock: l'imbarocchirsi delle sonorità e dei testi, o peggio l'eccessivo "impegno" (pensiamo anche al contesto storico e sociale), la deriva sperimentale e progressiva che oggi arriveremo ad etichettare come crossover, non è stata più compresa, ed è dovuto arrivare il movimento punk a rimestare il tutto a suon di bastonate allo stomaco...


Ecco, questa tendenza a mischiare le carte fino a rendere tutto incomprensibile e fumoso c'è ancora oggi, basta ascoltare un po' di cosiddetto indie per capire. Certo, non si può fare alcun confronto con lo stacco precedente quanto a qualità, perché qui - in modo del tutto opposto - stiamo affrontando un appiattimento generale su sonorità ben più facili (no, non userò "orecchiabile"...).


Aspettiamo allora i nostri punk, aspettiamo la sassata nello stagno per rimettere tutto in discussione.


Intanto continueremo ad ascoltarci i mostri dei tempi che furono.


Rock is not dead.

martedì 3 luglio 2018

Opportunismo

Dal punto di vista puramente politico, quel che ha sempre contraddistinto in modo inequivocabile il popolo italiano è sempre e comunque l'opportunismo. Inutile girarci intorno e cercare orbite dall'eccentricità più disparata per arrivare al punto: siamo solo dei mostruosi opportunisti, apparentemente lenti come macigni nel saper leggere le situazioni, ma lesti come lepri nel tuffarci su questo o quel "solutore" per avere ciò di cui abbiamo bisogno.


Non ne faccio una questione clientelare, perché tutto ciò non si riduce al più banale do ut des di "democristiano" (almeno nel pensiero popolare) retaggio, è proprio questione di opportunità da cogliere, che ci porta sempre ed inevitabilmente ad affidarci anima e corpo ad un progetto politico per poi ricrederci su quanto scelto poco tempo prima.
Il problema è che, perlopiù, su questa tendenza ci costruiamo sopra un escalation di vaccate che, a mano a mano, ci portano a scegliere sempre la soluzione forte, ricetta finale per risolvere (nella testa della maggioranza) le magagne accumulate nei periodi precedenti. Una mossa che è regina di opportunismo, perché la scelta del Capo, del Duce, dell'Uomo Solo al Comando, non è dettata da necessità politiche, ma dalla voglia di sgravarsi dalle spalle la responsabilità della scelta, più o meno consapevole.


Chiedete ad un "fascista" della strada, di quelli che "ci vorrebbe una bella dittatura per sistemare le cose", cosa fare quando verranno soppresse le libertà individuali, quando ogni forma di diritto dovrà essere prima spurgata dal pensiero unico al comando...guardatevi le interviste inserite nel film "Sono Tornato!" per capire meglio cosa voglio dire: arrampicate sugli specchi che urlano idiozia da tutte le parti, gente convinta di poter sistemare tutto con una dittatura "illuminata" o, peggio, elettiva. Proprio la quintessenza dell'opportunismo: a te tutte le grane, poi se decido che non vai più bene...avanti un altro!


Ancora peggio è il fatto che "il cambiamento" ci viene propinato come normale e sana alternanza di governo.


Non ci rimane, dunque, che aspettare il prossimo. Sperando si sia all'inizio del ciclo, e non alla fine...

giovedì 28 giugno 2018

Le figlie, ovvero Dei valori e della cultura

Cosa voglia dire crescere un essere umano non è cosa semplice da spiegare. Non è questione di "finché non avrai un figlio non potrai mai capire", che è abbastanza scioccamente tautologico, quanto di non avere proprio idea di come impostare l'argomento, cosa prendere a chiave di volta di una struttura che non sempre è esattamente pari al progetto che ci eravamo fatti in testa.
Spiegare come crescerlo con "i giusti valori", poi, è un terreno viscido sospeso nel nulla pneumatico delle idee preconfezionate e ormai svuotate da ogni parvenza di pensiero logico o vagamente intelligente...


Cos'è un valore? Sulla base di cosa affermiamo la sua assolutezza e la sua fondamentale importanza nel definire la struttura portante di un individuo? Definire la "morale comune" non è già abbastanza privo di sostanza, essendo quel comune sentire qualcosa di relativo per definizione?
Non è certo questo il luogo per discutere di un argomento così filosoficamente profondo, e quindi senza reali sbocchi pratici come tutte le cose filosoficamente profonde...ma, davvero, perché devo fondare la crescita intellettuale delle mie due bambine su un sistema di regole, precetti e "valori", appunto, impostati su una sorta di media aritmetica?


Probabilmente sbaglieremo, mia moglie ed io, a crescerle nella convinzione che ogni opinione, ogni posizione (politica, filosofica, etica), ogni "fondamento" della propria vita culturale e sociale, ogni "regola", debba essere anzitutto ben chiara a loro stesse, ma soprattutto debba dipendere da qualcosa di realmente fondato, dal desiderio di approfondire prima di legarsi a doppio filo ad un'insegna predefinita che ne guidi le proprie vite.
Sicuramente staremo fallendo nel far apprezzare loro la cultura (intesa nel senso più generale possibile) come unico vero fondamento, come fonte di conoscenza e di pensiero. E ancora di più sbaglieremo nel convincerle - in modo così antitetico! - che anche un libro può essere "sbagliato", che la cultura è uno strumento per capire la cultura stessa, prima che il mondo, e che tutto va pesato.
Avremo errato con ragionevole certezza anche nel spiegare loro che l'autorità non può mai essere assoluta, e che - più di tutto - non è quasi mai priva di umana fallacia, e per questo può e deve essere contestata (se non avversata) quando siamo convinti di essere nel giusto, pur sempre nell'alveo del rispetto e della giusta misura compromissoria tra il voler combattere ciò che si considera "male" e l'utilizzo di strumenti adeguati che, in sostanza, non ci facciano oltrepassare il confine del torto.


Sbaglieremo, certo. Ma la soddisfazione di sentirle ragionare con il proprio cervello e di estraniarsi da ciò che la polarizzazione del pensiero suggerisce loro di pensare è enorme!

venerdì 15 giugno 2018

Bar Politica

L'appartenenza ad un "popolo di...[inserire qualifica a scelta]" costringe la maggior parte dei cittadini italiani ad occuparsi di un po' di tutto con lo stesso piglio di un luminare della materia, appena sceso dal palco del convegno più importante per prendersi la meritata standing ovation: se è difficile che si abbiano dubbi sulla profondità della propria conoscenza dell'argomento, figuriamoci quanto possa esserlo individuare le specifiche lacune (teoriche e/o pratiche) e i limiti che un osservatore, pur qualificato da lettura più o meno approfondita sui media (tanti...) a disposizione. Eppure la corsa al "te lo dico io" è sempre più presente, in epoca Social, con l'aggravante ridicola e urticante del ribaltamento dell'onere della prova, ove necessario.
Certo, ironico dirlo dalle pagine di un blog, capitale mediatica di quella tuttologia spicciola che ammorba un po' tutti...ma, almeno qua, non si è mai cercato di speculare di questioni più grandi di noi senza premettere che di punti di vista e opinioni si tratta. Perché, se è vero che anche per farsi un'opinione sarebbe il caso di avere gli strumenti per comprendere anzitutto, è anche vero che tra il pontificare su teorie socio-economiche avendo letto un paio di articoli linkati su Facebook e il dare la propria opinione (opportunamente pesata) sul risultato delle elezioni sono due cose ben diverse.
Il problema, a mio vedere, non è tanto l'impulso a parlare di ciò che si conosce solo per sommi capi, quanto lo scrollare le spalle utilizzando quel "...d'altronde siamo un popolo di...". E non è un caso, a tal proposito, che il dibattito politico (a livello popolare ma non solo) sia diventato la cosa più simile al tifo calcistico: nel contesto del famoso "popolo di commissari tecnici" non c'è mai stata reale capacità di analisi dei problemi e dei contesti in cui affrontarli e dunque risolverli, la formazione ce l'ha sempre fatta il giornale, la radio, l'opinionista di riferimento. Solo dopo, credendo di "essersi fatti un'idea", abbiamo avuto la pensata di mettere Candreva nel centrocampo a cinque anziché in un attacco a tre...
Stiamo peggiorando? Certo non rischiamo di migliorare, se il Ministro dell'Interno decide di affidarsi anima e corpo a proclami di una certa importanza politica su un Social Network, adottando l'immaginario grafico e letterale di quel contesto come se si parlasse di youtuber e non di problemi di ordine pubblico o di immigrazione. Ma fa anche parecchio gioco l'ingresso dei Social stessi nella vita di tutti, indistintamente (compresi tutti i potenziali CT da Bar Sport), il che assume un'importanza notevole considerato il livello di interazione che si ha oggi con i protagonisti della vita politica.
Tutto sommato è un momento interessante, se non fosse gravissimo...

lunedì 28 maggio 2018

Back online

Tre mesi sono passati dall'ultimo post, tempo equivalente a quello necessario a dare al Paese un Esecutivo: non è questa una nota a margine, per inquadrare nel tempo le mancanze avute come "autore", ma è anzi una dichiarazione ben specifica. Perché, per una volta - trattando questo blog di tutto e di attualità in particolare, e non potendo escludere la situazione politica della Nazione in cui vivo dai deliri che vado scrivendo... - ho deciso preventivamente di astenermi.
Voglio evitare di dire "l'avevo detto", perché non ho velleità da indovino, ma l'intenzione era quella di far passare i marosi che inevitabilmente chiunque avesse mai letto un quotidiano nella lunghissima campagna elettorale (praticamente decennale) avrebbe individuato in arrivo. Ho quindi ben opportunamente schivato la necessità di commentare polemiche, attriti, immobilismi, alleanze fantasiose, alleanze altrettanto fantasiose ma solo nella testa degli ingenui, giudizi insensati sul ruolo istituzionale di questa o quella carica, e, soprattutto, ho evitato di dar peso al tifo politico che ormai ha avviluppato l'opinione pubblica italiana senza distinzione alcuna.


Tanto per dire, nemmeno questo post ha intenzione di soffermarsi sui temi politici degli ultimi 90 giorni, perché c'è poco di cui discutere: un elettorato civicamente ignorante (devo ricordare tutti i post in cui l'ho sottolineato per non essere tacciato a mia volta di partigianeria nei confronti delle forze politiche attualmente all'opposizione?) ha espresso non solo una preferenza ben chiara nei confronti di un certo tipo di idea dello Stato, ma lo ha fatto anche in funzione dell'interesse verso certi aspetti programmatici (vedi Reddito di Cittadinanza, per dirne una), o in funzione del sempreverde voto di protesta nei confronti di forze opposte a cui ci si è sentiti in passato vicini e che si è voluto bacchettare per "dare un segnale".
Ora c'è un Governo più che legittimo, espressione della volontà della maggioranza degli elettori, che farà ciò che saprà fare, nulla più nulla meno.


C'è poco da commentare. Per adesso, ovvio.

mercoledì 14 marzo 2018

Dieci anni di Tixioland

Proprio oggi, due lustri fa, avveniva il trasloco dalla buon'anima di Livespaces di uno spazio personale che mai avrei pensato di tenere in vita per così tanto tempo: oggi è il compleanno di Tixioland, ricorrenza che significa molto più di quanto voglia dare a vedere...


Quando cominciai a pensare che le mie opinioni potessero interessare qualcuno l'era dei blog era appena esplosa in Italia, e di strumenti a disposizione non ce n'erano poi granché, per un aspirante tuttologo opinionista come il me dell'epoca: da quasi ex studente di ingegneria in cerca di un posto nel mondo, ero straconvinto che i miei deliri potessero essere interessanti e dare una mano almeno a disquisire di qualcosa, a smuovere le acque. Inevitabilmente lo scontro con la realtà è arrivato prestissimo.


Poi la voglia di migliorare, di evitare la scrittura di un diario, di dare opinioni, di condividere sfruttando gli spazi social, e quindi di rendere davvero utili gli strumenti di quel web 2.0, senza più pretendere importanza alcuna, aspettando solo che davvero qualcuno cominciasse a leggere. Il 2010 e gli eventi personali (ma di importanza pubblica, ahinoi) hanno portato il blog alla "ribaltina", con un aumento di pubblico inaspettato.


Se oggi leggete queste righe siete tra i pochi sfortunati a sopportare ancora opinioni non richieste.


Richieste che continuerò ad ascoltare nella mia testa, però.


A rileggerci!

lunedì 5 marzo 2018

Il voto telematico

In una situazione più che mai incerta, ma comunque sufficientemente delineata, possiamo trarre delle conclusioni a caldo sul risultato di questa tornata elettorale, conclusioni che non hanno la pretesa di essere un'analisi politica completa o qualitativa, ma solo l'osservazione di ciò che l'espressione delle urne potrebbe voler dirci in funzione (o come risultato) dell'utilizzo del media telematico.


Inquadriamo anzitutto il contesto, fatto di una campagna elettorale priva di picchi e di reali contenuti, dell'assenza sostanziale di uno scontro tra forze varie, risultanti dall'enorme forza centrifuga degli ultimi anni dell'unica vera novità, un corpo anti-establishment che puntava (e punta) a scuotere l'albero dalle radici per rinnovarne il prodotto: la spinta dell'iniziale antipolitica, rafforzata di volta in volta da posizioni più nette e molto sensibili alle variazioni umorali di un elettorato medio spaesato, ha avuto l'effetto di un magnete abbastanza potente da catalizzare e i voti dei delusi di provenienza più maggioritaria e dell'elettorato più "radicale", spaventato magari dallo stesso eccesso di radicalizzazione delle proprie case di provenienza. Senza contare, ovviamente, il consenso già notevole portatosi da casa.
Tutto ciò è avvenuto perlopiù online, considerabile quasi una casa di origine di un partito di fatto controllato da una società di "strategie digitali": è sui social che il M5S ha fatto la voce da padrone, facendo corsa quasi da solo pur al netto di boutade e corbellerie di varia natura da parte di esponenti ed elettori dichiarati. Lasciamo perdere, quindi (e come detto sopra), la qualità, ma andiamo per quantità: la massa critica di tweet, inserzioni, bot war e amenità peculiari di questo genere di media è stata grandemente superata dai pentastellati, e su un elettorato civicamente ineducato come quello italiano tutto ciò ha lasciato un evidente segno.


Dall'altra parte abbiamo avuto l'utilizzo del media con scopi antichi, ovvero il tentativo delle forze di destra più populiste e/o estreme di far ossidare sul proprio elettorato e su quello più vicino le paure più tipicamente affini a questo settore politico: sicurezza, austerità eurocentrica, immigrazione e sostegno populista sono stati i temi più ricorrenti nell'azione di Rete del blocco di centrodestra, con la Lega a fare la parte del leone. Basti pensare che lo slogan "prima gli Italiani" non è affatto nuovo, ma buttarlo in pasto agli elettori social, specie in calce ad ogni singolo evento (vero o falso) esemplificativo è stato un gioco piuttosto facile. Come passare dal 5 al 20% nell'arco di 5 anni...


Il contrappunto a tutto ciò è stato il nulla più assoluto: avanzi di partito con metodi in tal senso superati (penso a LeU), che ha puntato tutto sulla presenza web dei suoi top player in grado di sostenerne il peso, ignorando quanto le parti avverse avevano già fatto per consumarne la carica con le tematiche di cui sopra (penso a Boldrini, considerando di avere pure un formidabile comunicatore social come Civati in casa...); buone novità sulla carta che hanno preferito puntare al pareggio, affidandosi solo alla capillarità della preesistente rete di contatti e condivisioni, non certo telematica (penso a PaP), facendo di tutto per presentarsi come l'ennesima vera scelta di sinistra da fare e riuscendo ad essere giudicati come "voto buttato" dai più moderati; forze radicali eclissate dall'ombra maggioritaria del principale alleato, disintegratesi dietro programmi "troppo europei" per l'elettore mediocre e molto tatcheriani per l'elettore più sveglio (penso a +Europa)...
Infine la meravigliosa macchina da autogol del Partito Democratico, riuscito a dissanguare un patrimonio di voti senza precedenti nel giro di pochissimi anni, che ha scelto consapevolmente di basare il vuoto assoluto della propria campagna elettorale non su quanto sarebbe stato in grado di programmare per i prossimi cinque anni, ma sulle cose fatte in questi ultimi cinque. Cose ottenute con alleanze molto scomode per il proprio elettorato, spesso prive di qualsivoglia fascino se non osteggiate da moltissimi, quasi sempre spuntate da una vera carica di centrosinistra per la sola necessità di dire "l'abbiamo fatto...ci abbiamo provato...". Tanto per dircela chiara: scegliere di basare praticamente tutta la campagna social su un video in cui un elettore deluso viene convinto dalla famiglia a rivotare PD per la Buona Scuola e il Jobs Act, con tanto di cammeo finale di uno dei protagonisti più osteggiati in quella fetta di elettorato (Renzi, pace all'anima politica sua...), non è esattamente un colpo di genio.


A questo punto si spera solo che, posata la polvere, possa rinascere qualcosa di decente a sinistra, rottamata l'esperienza renziana, e anche a destra, celebrato (si spera definitivamente) il requiem berlusconiano.


L'unica cosa buona che si possa sperare accada nei prossimi anni, non tanto per la mancanza di fiducia nei confronti di 5 Stelle e Lega che non ho mai negato (specie nel primo caso), quanto per l'ingarbugliatissima situazione politica che si sta delineando nel Parlamento.


Staremo a vedere. Ma fate presto.

sabato 3 marzo 2018

Cattivi maldestri

Nelle cronache di questi scombinati giorni pre-elettorali è finita la storia di un'insegnante, ritratta dall'Occhio dei media a protestare, birra in mano, contro i rinascenti fascismi, inveendo al contempo contro le forze dell'ordine ivi appostate per gli onnipresenti motivi di "ordine pubblico".
Le reazioni non si sono fatte attendere - stante anche il periodo particolare che stiamo vivendo - da una parte e dall'altra, tanto da ventilare ipotesi di licenziamento per la signora, considerata, dai più "scandalizzati", non idonea all'insegnamento.
Viviamo in un Paese in cui si è permesso a figure istituzionali di vaneggiare su cannoneggiamenti di zattere piene di gente inerme in fuga dalla propria miseria, di insultare altre cariche istituzionali in base al diverso colore della pelle, in cui si è ridotto rapidamente al rango di boutade ogni sproloquio razzista, criptofascista o antiistituzionale da parte di personaggi in vista o peggio ancora rappresentanti eletti, in cui ci si è velocemente sbarazzati di abitudini sconcertanti in seno alle forze armate o di polizia, riferendosi a sconclusionate rievocazioni o passioni storiche, difficilmente passando da misure disciplinari in ambito lavorativo. E sorvoliamo su privati cittadini, ugualmente incaricati dell'educazione dei nostri figli o della salvaguardia della salute pubblica, che pubblicamente, con nome e cognome in evidenza, rivendicavano la loro vicinanza ad ideologie Costituzionalmente vietate in uno Stato che ha fatto del rifiuto a fascismi, razzismi, classismi e relative disumane emarginazioni il suo fondamento di base. Così come possiamo evitare di ricordare l'assenza sostanziale di provvedimenti fattuali e radicali per coloro che, avendo avuto dalla Repubblica il compito di proteggerne i cittadini, hanno agito come milizie di regime con atti contrari non solo alla Legge (ci sono condanne a dimostrarlo, non le opinioni o le tendenze legate ad una manciata di Like) ma alle più fondamentali carte dei diritti dell'Umanità...
Eppure sembra proprio che non sia possibile tollerare che un'insegnante sia in testa ad un corteo, nel contesto specifico di ogni corteo dello stesso genere, prendendosela con uomini dello Stato in divisa che in quel momento stavano impedendo al corteo stesso di proseguire fuori dalle rigide regole imposte da altri uomini di Stato.

Personalmente non amo i "senza se e senza ma", perchè c'è sempre un "se" e dovrebbe sempre esistere un "ma" nelle persone con un minimo numero di sinapsi attivabili...non per fare del relativismo, ma proprio per dar maggiore forza ai messaggi che certe manifestazioni dovrebbero portare. Perchè ci sono contesti e ruoli da rispettare, ci sono situazioni da comprendere e, soprattutto, conseguenze che una persona adulta, istruita e addirittura abilitata all'insegnamento dovrebbe imparare ad anticipare: perchè non partecipare, mi chiedo, senza necessariamente sfociare nell'identificazione in un personaggio scomodo per il ruolo pubblico che si ha? Perchè non dare un appoggio concreto, scendendo tranquillamente tra i manifestanti, senza farsi trovare faccia a faccia con la voracità del becerume mediatico, offrendo il bersaglio facile ad un'opinione pubblica radicalizzata nel nulla pneumatico? Perchè, in buona sostanza, dare un motivo in più per scacciare la fiducia nei Movimenti, addirittura facendosi additare come cattiva maestra?

Trovo assolutamente imprescindibile una certa cautela nei modi di esprimere le proprie idee e posizioni da parte di determinate figure, che non va confusa con l'ipocrisia di chi deve nascondere dietro simboli neutri e rassicuranti, e dichiarazioni evidentemente maldigerite di democratica partecipazione la propria natura fascistoide: non parlo, cioè, di confondersi con l'arredo per tarlare la mobilia, ma di essere partecipanti attivi, consapevoli però delle conseguenze che le proprie azioni possono avere.

Certo, se si pensa che abbiamo avuto sindaci, ministri e parlamentari con passati da picchiatori o peggio potrebbe anche far sorridere. Ma il gioco non è per nulla divertente, quando la silenziosa maggioranza benpensante non aspetta altro che un passo falso per vanificare tutto il lavoro fatto.

In bocca al lupo insegnante.

giovedì 1 marzo 2018

La settimana corta

Ci apprestiamo a vivere l'ultima settimana della morente XVII Legislatura, quella che molti statisti da social, affetti da condivisione impulsiva di bufale e puttanate un tanto al chilo, hanno definito nel tempo golpe, dittatura e regime, dimenticando evidentemente di essere andati a votare il 24 Febbraio del 2013. O peggio, ignorando i meccanismi costituzionali di formazione di un governo e successive azioni.

L'ultima settimana, dicevo. Ed era ora, decisamente...non tanto per la Legislatura di per sé, con tutti i difetti e le magagne che ha avuto, con tutti i danni che ha prodotto, i vulnus, le incertezze. Ma una campagna elettorale così pessima e vuota di contenuti non la si vedeva da svariato tempo, o forse non si è davvero mai vista.

Merito di chi? Sarebbe facilissimo prendersela con le forze in campo, incapaci di illustrare, quantomeno in modo organico, programmatico e dettagliato, le ricette necessarie a sanare le malattie del Paese; inadatti a generare una legge elettorale degna, che avrebbe permesso una minor incertezza e una più netta incisione delle eventuali maggioranze in pectore.
Sarebbe comodo prendersela con l'onda del marketing politico, che viene classificata con diversi nomi (populismo, qualunquismo, gentismo...), e che utilizzando scopi meramente elettorali finisce per sfociare nella lucidatura delle argenterie - o peggio nello sporcare quelle altrui...- al solo fine di sembrare il meno peggio e raccattare qualche voto in più.


In mezzo a tutto questo ci sono gli elettori, deprivati di uno spessore culturale adatto ad un Paese moderno, forzosamente silenziati quando pensanti, coattamente elevati al rango di pensatori quando necessari per risuonare gli slogan più opportuni alla caccia al voto. Siamo alla tifoseria più becera, agli schieramenti l'un contro l'altro armati, senza vie di mezzo, senza compromessi.
Sarà che di compromessi se ne sono visti fin troppi in questa Legislatura, con forze progressiste disposte a perdere un po' della propria anima pur di continuare l'azione di governo, e con forze moderate disposte ad accettare alleanze radicali (quando non estremiste), necessarie per entrare in quel gioco di seduzione del becerume più cariato prodotto da ciò che rimane delle azioni politiche sociali degli anni passati. Forse anche queste azioni di contatto, di vicinanza con la società, di immersione nelle problematiche locali e di trascinamento del locale nel globale, sono decisamente mancate da parte delle forze politiche più grandi, e questo vuoto ha lasciato sedimenti non proprio vantaggiosi per le sorti del Paese: non spiego io, ma la Storia, che lasciare l'azione "di strada" ai fascisti, in contesti rabbiosi o improvvisamente impoveriti, genera sempre più fascismo, anche quando questo è vestito di nuovo. Il trascinamento successivo degli strati di società meno problematici è solo una conseguenza naturale.


Lo scenario, lo scrivo ora in tempi non sospetti, è già sostanzialmente descritto: la forza politica attualmente più populista, evidentemente non adatta al ruolo governativo, nella quale è insita la funzione mediatrice alla quale più volte tale forza si è detta indisponibile, avrà la maggioranza relativa dei voli. Tenterà comunque di mettere in piedi un'approssimazione di governo, e probabilmente avrà anche l'incarico, forte dell'appoggio "esterno" di altre forze più affini, per poi crollare di fronte ai primi temi più scottanti per entrambi gli elettorati.
Diamo il benvenuto, quindi, all'ennesimo governo tecnico, che preparerà i presupposti per una nuova tornata elettorale, da cui usciranno vincitori i partiti più estremisti, causa esasperazione generale (e sempre più becera) di un popolo confuso.


Sempre la Storia lo insegna: il fallimento dell'incapace, benché visto come "nuovo" e "puro", apre le porte all'Uomo Forte.


Votate bene.

mercoledì 24 gennaio 2018

Dichiarazioni di voto

Non credo sia necessario sottolineare quanto deprimente sia l'attuale campagna elettorale, che ci porterà alle urne il 4 Marzo prossimo: dopo aver riletto un post dell'anno scorso sulla desolazione della scena politica nostrana, non sono riuscito nemmeno lontanamente a cogliere elementi per considerare superate quelle considerazioni.
Certamente cambiamenti ce ne sono stati - e sarebbe stato sciocco supporre il mantenimento di quella paludosa stagnazione di allora, soprattutto sotto campagna elettorale -, ma se possibile portando ancor più confusione e desolazione, complice anche una legge elettorale nata male e fatta passare a colpi di fiducia. Il risultato è identificabile nella domanda che sembra uscire da una percentuale troppo ampia dell'elettorato: chi votare?


Escludiamo a priori il blocco fascista, sperando di non doverne spiegare le ragioni e di non aver necessità di ribadire che, no, non si tratta di "destra sociale", né di "estrema destra", ma di fascisti. Che siano politicamente inappuntabili nella definizione dei loro obiettivi e delle loro scelte, che siano dei banalissimi e decerabratissimi "uomini d'azione" defecati dagli spazi di aggregazione della loro schiatta (palestre in primis), o che siano degli imbecilli, più o meno giovani, con la convinzione che inneggiare a "zio benito" sia particolarmente di tendenza...qualunque cosa siano: sono fascisti, signori, chiamiamoli col loro nome, e torniamo a resistere affinché non abbiano diritto di vomitare le loro idiozie nei luoghi preposti all'alta amministrazione dell'apparato democratico.


Escludo poi populismi e "gentismi" di ogni lega, evidentemente incapaci di amministrare e prendere decisioni in seno ad un'organizzazione governativa seriamente impegnata su scala nazionale e soprattutto internazionale: non bastassero i rigurgiti più estremisti, utili per ammiccare a quella fetta di popolazione (colpevolmente) deculturata e sempre pronta a rispolverare razzismo, xenofobia, omofobia e giustizialismo d'accatto per potersi sentire ripagata dalle incurie e dagli abbandoni istituzionali e politici, c'è da fare i conti con complottismi di varia natura, antieuropeismo e un robustissimo odio viscerale per tutto ciò che è Istituzione politico-amministrativa; una serie di controsensi, in sostanza, che solo la bandiera populista può riuscire a tenere insieme, almeno finché si tratta di vomitare accuse sulla Casta per ogni malanno - vero o presunto - del Paese...Quando poi si vanno a vedere i risultati delle amministrazioni controllate i contorni, da foschi, diventano completamente evanescenti. Che è peggio, per la situazione nazionale...


Escludo senza dubbio anche il blocco Berlusconi, e non credo nemmeno qui di dover spiegare che non si può non farlo, dopo averne "testato" per venti lunghi anni gli effetti. Senza contare, tra l'altro, che sia il nocciolo di questo blocco (quello che gravita effettivamente intorno al sopra citato personaggio), sia la periferia intorno ad esso orbitante potrebbero benissimo essere annoverati in (almeno) uno dei blocchi sopra citati, per temi di massima e metodi quanto meno.


Senza dubbio ho il dovere di cancellare dall'orizzonte chiunque pensi di poter limitare qualunque sorta di diritto altrui sulla base delle proprie convinzioni.


E in questo modo anche una buona parte di ciò che resta del Partito Democratico viene esclusa.


La parte restante del medesimo, invece, si esclude per tendenza politica, per alleanze, per scelte, per decisioni politiche al limite del ridicolo per quella che avrebbe dovuto rappresentare la principale forza progressista (prima ancora che riformista) della Nazione. Senza contare Buone Scuole, Jobs Acts e occasioni fintamente mancare di rendere più civile il paese...


Cosa resta? Una galassia variegata di pensieri più o meno di Sinistra, l'ennesima, stantia emulsione di micro-posizioni senza un aggregante in grado di mantenere ferma la barca e, soprattutto, di rendere "governabile" uno schieramento non uso a governare. Tanta speranza, insomma, ma ben poca fiducia.


Ma questo post non è anti-politico, non vuole essere un programma pro-astensione, non vuole nemmeno essere un invito "al meno peggio". Forse uno sfogo, quello sì. Sicuramente una dichiarazione di voto programmatica: chiunque sarà in grado di garantirmi, al netto delle fantasie da programma elettorale fatte per ingannare il cittadino medio(cre), la somma di tutti gli opposti che ho escluso dalle preferenze.


È dura, ma si può fare...